La Conferenza episcopale italiana (Cei) torna a chiedere che in Italia sia varata al più presto una legge sul fine vita. L'urgenza di una regolamentazione di questa delicatissima materia è chiaramente dimostrata dal caso di Eluana Englaro, la donna da sedici anni in stato vegetativo permanente a seguito di un incidente stradale. Ieri la Cassazione si è pronunciata definitivamente sulla vicenda, consentendo di fatto al padre di Eluana di fare sospendere l'alimentazione e l'idratazione finora assicurate alla figlia. "La vita di Eluana Englaro, al cui dramma si è appassionata la coscienza del nostro Paese - si legge nel messaggio diffuso dalla presidenza della Cei - è ormai incamminata verso la morte. Mentre partecipiamo con delicato rispetto e profonda compassione alla sua dolorosa vicenda, non possiamo fare a meno di richiamare alla loro responsabilità morale quanti si stanno adoperando per porre termine alla sua esistenza. La convinzione che l'alimentazione e l'idratazione non costituiscano una forma di accanimento terapeutico è stata più volte, anche di recente, resa manifesta dalla Chiesa e non può che essere riaffermata anche in questo tragico momento. In tale contesto - si afferma ancora - si fa più urgente riflettere sulla convenienza di una legge sulla fine della vita, dai contenuti inequivocabili nella salvaguardia della vita stessa, da elaborare con il più ampio consenso possibile da parte di tutti gli uomini di buona volontà".
Il caso di Eluana Englaro è rappresentativo di molti altri su tutto il territorio nazionale, circa duemila, secondo quanto ricordato ieri dall'arcivescovo Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita: "Le famiglie stanno combattendo, chiedendo aiuto per tornare a vivere", ha detto il presule. "La Chiesa - ha aggiunto - ha grande rispetto per il dolore della famiglia Englaro", ma "Eluana è una persona viva, che respira, si sveglia e si addormenta".
Ieri le sezioni unite civili della Cassazione hanno dunque confermato il decreto dello scorso luglio della Corte d'appello di Milano che aveva dato il via libera allo stop per i trattamenti sanitari che tengono in vita la donna. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Procura generale milanese contro la stessa Corte d'appello. La dichiarazione di inammissibilità - si spiega in una nota firmata dal primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone - è dovuta a "difetto di legittimazione all'impugnazione", come aveva rilevato il sostituto procuratore generale Domenico Iannelli nella sua requisitoria nel corso dell'udienza pubblica di martedì mattina. Il pubblico ministero (pm), in sostanza, non è legittimato all'impugnazione, che è possibile solo in caso di interesse generale: qui viene infatti in rilievo, secondo la Suprema Corte, "un diritto personalissimo del soggetto di potere costituzionale - come nella specie il diritto di autodeterminazione terapeutica in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale - all'esercizio del quale è coerente che il pm non possa contrapporsi fino al punto della impugnazione di decisione di accoglimento della domanda della tutela del titolare".
I giudici di piazza Cavour, dunque, ricordano come la decisione della Corte milanese, confermata con la sentenza di ieri, abbia tenuto in considerazione sia "la straordinaria durata dello stato vegetativo permanente" - quindi, secondo la Corte "irreversibile" - sia la "altrettanto straordinaria tensione" del carattere della donna "verso la libertà", nonché "l'inconciliabilità della sua concezione sulla dignità della vita con la perdita totale ed irrecuperabile delle proprie facoltà motorie e psichiche e con la sopravvivenza solo biologica del suo corpo in uno stato di assoluta soggezione all'altrui volere". Tutti fattori, si legge nella sentenza, "che appaiono nella specie prevalenti su una necessità di tutela della vita biologica in sé e per sé considerata".
In sostanza la Cassazione, pur non essendo chiamata a intervenire sulla legittimità o meno del ricorso, di fatto riconosce la rilevanza della presunta volontà della donna di non accettare condizioni di vita come quelle in cui versa. Una volontà, sempre secondo la Corte, rappresentata legittimamente - se ne può inferire - dal tutore, cioè, in questo caso, il padre di Eluana, secondo uno schema potenzialmente applicabile a centinaia di altri casi.
Dunque, potrebbero cominciare entro pochi giorni in una delle strutture già individuate - una delle quali è a Udine - le procedure per interrompere l'alimentazione che tiene in vita la donna: "Tutto avverrà - ha spiegato Carlo Alberto Defanti, il neurologo che ha in cura Eluana - come minuziosamente aveva già stabilito la Corte d'appello di Milano. Le strutture ci sono ma ovviamente dobbiamo attendere che ci sia anche un posto disponibile; si tratta solo di attendere i tempi tecnici, poi Eluana potrà essere trasferita e saranno avviate le procedure come stabilito". Di sicuro "non sarà in Lombardia, non credo che cambieranno idea", ha precisato il neurologo, riferendosi alla presa di posizione della Regione, che aveva subito reso noto che non avrebbe messo a disposizione né strutture né personale. Una posizione contro la quale gli avvocati della famiglia Englaro hanno presentato un esposto. Le ricerche sono riprese nei giorni scorsi, in attesa della decisione della Cassazione. "Abbiamo ricominciato ad aver approcci con altre strutture e ne abbiamo individuato diverse che andrebbero bene", ha spiegato Defanti. Tra le quelle individuate, diverse sono in Friuli, anche se, secondo fonti non ufficiali, la Regione non avrebbe intenzione di entrare in alcuna maniera nella questione. Intanto, le suore della clinica Beato Luigi Talamoni di Lucca, dove è attualmente ricoverata Eluana, hanno diffuso una nota: "Se c'è chi la considera morta - scrivono le religiose - lasci che Eluana rimanga con noi che la sentiamo viva".
(©L'Osservatore Romano - 15 novembre 2008)
Una legge sul fine vita a difesa della vita
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