COCHABAMBA, 24. Forse la lacuna più evidente in molti atteggiamenti ambientalistici, pur soggettivamente generosi ma deboli sul piano culturale, è di voler salvare la natura concentrandosi sulla natura stessa. Per riuscire a ottenere dei risultati bisogna, al contrario, concentrarsi non sulla natura materialmente intesa, ma sull’uomo, sulla sua vocazione e su Dio, il quale ha voluto associare l’uomo alla sua creazione. Per sviluppare una cultura dell’ambiente naturale bisogna, insomma, prenderne le distanze e mirare a ciò che è veramente essenziale: il bene autentico della persona umana, il suo sviluppo integrale e il vero bene comune. È questo il messaggio portante che scaturisce dalla dodicesima assemblea nazionale di pastorale sociale Caritas della Chiesa in Bolivia, svoltosi a Cochabamba, sul tema generale della cura del creato, i cambiamenti climatici e la giustizia, in sintonia con la recente lettera pastorale dei vescovi «L’universo, dono di Dio per la vita» pubblicata nel marzo scorso. Nel messaggio conclusivo sono stati ribaditi due principi ispiratori e fondanti dell’azione pastorale: l’ecologia umana come una preoccupazione razionale e morale per lo sviluppo integrale dell’essere umano e l’ecologia ambientale come preoccupazione per la protezione del suolo, dell’aria e dell’acqua. Durante l’incontro — p re s i e - duto da monsignor Jesús Juárez Párraga, vescovo di El Alto e presidente della Caritas Boliviana e da monsignor Tito Solari Capellari, arcivescovo di Cochabamba e membro della Commissione per la promozione umana della Conferenza episcopale boliviana (Ceb) — si sono discussi gli effetti negativi del cambiamento climatico in Bolivia, approfonditi gli orientamenti teologici e pastorali sul creato, promuovendo uno scambio di esperienze di lavoro sullo sviluppo alla luce delle nuove sfide per la pastorale sociale Caritas in Bolivia. L’incontro ha voluto essere un segno di speranza per il Paese, considerando i diversi servizi assicurati dalle rispettive pastorali sociali Caritas nelle diocesi. La nota mette in evidenza l’imp ortanza dell’incontro, dovuta alla presenza di questo organismo della Chiesa cattolica in più di 100 comuni della Bolivia, con oltre 140 progetti di sviluppo economico, di promozione e di difesa dei diritti nei settori sociali in situazioni di vulnerabilità, per il rafforzamento della democrazia e la partecipazione dei cittadini, e la gestione dei rischi e delle emergenze. Nel messaggio conclusivo viene espressa la preoccupazione della Chiesa per le varie situazioni che stanno determinando la crisi ecologica in Bolivia, un timore condiviso da vari settori della popolazione. Nella recente lettera pastorale sull’ambiente e lo sviluppo umano in Bolivia, intitolata «L’universo. Dono di Dio per la Vita», i presuli sottolineano che «l’’habitat della nostra vita subisce danni alle volte irreparabili dall’inquinamento ambientale e la crisi ecologica preoccupa in modo sempre più crescente i boliviani, le comunità indigene e tutti i settori della popolazione». Attività come lo sfruttamento dei giacimenti di minerali e di idrocarburi, l’uso eccessivo di pesticidi e di fertilizzanti, l’usanza di bruciare le sterpaglie per preparare la terra, l’ammucchiare di rifiuti che avvelena le acque o l’aumento di gas inquinanti sono fattori che intensificano il riscaldamento dell’atmosfera. La lettera pastorale esprime la preoccupazione che in Bolivia queste situazioni sono già palpabili e quindi già si sentono gli effetti del cambiamento climatico. Tra gli aspetti sociali, una prassi inquietante che la lettera menziona è l’aumento delle piantagioni illegali di coca nelle province delle Yungas e nella zona tropicale di Cochabamba, ma che va anche oltre, diffondendosi nei parchi nazionali e nelle riserve forestali di Santa Cruz e del dipartimento di Beni. I vescovi della Bolivia, attraverso la lettera pastorale, si rivolgono a tutti i credenti e le persone di buona volontà per «promuovere una più profonda riflessione, una conversione di mente e cuore che spinga e conduca al desiderato cambiamento di radicate, negative culture umane per aprirsi ad una nuova comunione tra le persone e tutti gli esseri della creazione ». Si tratta — sottolineano i presuli — di rimuovere alla radice le tendenze internazionali di sfruttamento corporativo, spietato, delle risorse naturali, la mercificazione dei beni della terra, le diffuse logiche mercantili e consumistiche. Ma, soprattutto, occorre ribaltare le ideologie che si fondano sulla negazione della persona umana e del suo sviluppo integrale. Secondo i presuli ciò che manca è la fraternità fra uomini e fra popoli: la globalizzazione infatti non ci rende solo fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità. «Questa ha origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna».© Osservatore romano - 25 maggio 2012