È nato un codice di condotta per la famiglia umana con al primo posto il bene comunedi MARCO RONCALLI
La sovranità degli Stati e il diritto natu-rale. La composizione degli interessi e l’insufficienza del primato delle regole del momento. La sicurezza generale e l’uso della forza. L’ingerenza umanita-ria e la responsabilità di proteggere. Pochi altri temi — in un contesto internazionale che speri-menta quotidianamente conflitti e drammi — sem-brano aver bisogno di fondamenti giuridici saldi, come quelli appena ricordati. Li affronta ora una densa ricerca di Ivan Santus — giovane sacerdote addetto alla nunziatura apostolica in Cina, a Taipei — che sintetizza nel suo ultimo libro larga parte dei suoi studi per il dottorato in diritto ca-nonico presso la Pontificia Università Lateranense, evidenziando l’apporto della Santa Sede quanto a protezione della dignità umana.
Partendo dal quadro offerto dal diritto e dalla prassi internazionale, confrontando normative, istituti giuridici, ma pure opinioni dottrinali diffe-renti, l’autore salda le indicazioni del magistero della Chiesa cattolica alla loro considerazione nei processi decisionali dei soggetti coinvolti, valu-tando inoltre le motivazioni che sin qui hanno portato la comunità internazionale ad attuare il diritto-dovere di ingerenza in favore della dignità umana e nel rispetto dei diritti dell’uomo. «I casi analizzati hanno messo in evidenza una coscienza comune della dignità umana che nessun dominio riservato può cancellare o evitare di considerare. Questa coscienza non tollera più le violazioni gravi dei diritti fondamentali dell’uomo. La stessa opinione pubblica diviene soggetto attivo, tra-smettendo alle modalità di condurre le relazioni tra Stati il fattore umano con la sua dignità e i suoi diritti», scrive Santus consapevole che, uscite dal piano delle buone intenzioni, dichiarazioni, trattati, convenzioni, cominciano a costituire bus-sole importanti per gli orientamenti della comu-nità internazionale. «Il diritto internazionale mostra così una pro-gressione verso un orizzonte di riferimento che non è più solo popolo, territorio, sovranità, bensì responsabilità dei soggetti internazionali di pro-teggere la dignità umana e di creare la possibilità di uno sviluppo il più armonico possibile per cia-scun essere umano» continua, senza dimenticare che «rimane il problema fondamentale di chi, come e quando può decidere il diritto-dovere di in-gerenza, garantendo imparzialità e contempora-neamente legittimità». Ed ecco allora il rimando al magistero di Gio-vanni Paolo II che consegna all’ordinamento in-ternazionale, quale soggetto pienamente parteci-pe, le linee guida per ritrovare la direzione che porta alla verità dell’uomo; o il richiamo alla Po-pulorum progressio di Paolo VI, e al pieno sviluppo «di tutto l’uomo e di tutti gli uomini» innanzi al-la crescente consapevolezza dell’interdip endenza tra gli uomini e le nazioni. Insomma un diritto internazionale che non è prolungamento di una sovranità illimitata, né una salvaguardia di inte-ressi privilegiati, bensì un codice di condotta per la famiglia umana dove al primo posto resta il bene comune. Stabilite tali premesse, si delineano qui i tratti del diritto-dovere di ingerenza come espressione concreta della responsabilità di proteggere gli ef-fettivi diritti dell’uomo, mostrando l’imp ortanza del passaggio da una struttura delle relazioni in-ternazionali basata su rapporti interstatuali a una basata su rapporti sovranazionali, prospettandosi così un nuovo quadro. «Non è superfluo ricordare — nota a riguardo — che tale prospettiva ha sempre caratterizzato l’azione diplomatica della Santa Sede, non vinco-landosi agli interessi di uno Stato, ma portando sempre avanti una visione positiva della dignità umana creata a immagi-ne di Dio. In questo modo non solo gli appartenenti alla Chiesa cattolica hanno goduto dei risultati ottenuti, ma ogni persona». Se è vero che la protezione inter-nazionale della dignità umana si rea-lizza, anzitutto, attraverso la promo-zione dei diritti fondamentali — a li-vello nazionale, regionale, internazio-nale — e che la Carta dell’Onu l’ha assegnata come compito statuario all’Assemblea generale, ecco l’eviden-za della promozione del diritto in re-lazione a quella che appare oggi la massima organizzazione planetaria e della necessità di valori comuni sul piano socio-culturale, politico-giu-ridico. Ma è proprio la riflessione sulla dignità della persona umana a far sottolineare all’autore che il diritto naturale non si identifica solo con i suoi diritti fondamentali, ma pure con quell’insieme di leggi e valori che ne guidano l’esistenza e ne assi-curano il bene: come afferma il Com-pendio della dottrina sociale della Chie-saladdove si legge bisogna «considerare il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro se stesso, tenendo conto prima di tutto della sua vita e dei mezzi necessari per vi-verla degnamente». Diritti, leggi, valori, ma anche i doveri correla-ti. Cominciando dal dovere di riconoscere un di-ritto e di rispettarlo da parte dell’o rd i n a m e n t o statale. Così le relazioni che costituiscono l’o rd i -namento internazionale esigono processi di gover-nabilità in grado di proteggere la dignità umana andando oltre i singoli interessi. Ed è ancora una volta il magistero a offrire fondamenti e prospet-tive per raggiungere questo traguardo, pur consa-pevole che una governance capace di prevedere istituti giuridici per la protezione della dignità umana resta una sfida ap erta. Non è un caso se la declinazione di diritti fondamentali dell’uomo nella prassi fi-nalizzata a proteggere la dignità umana e la necessità di mantenere la sicurezza, hanno portato la Co-munità internazionale a intervenire con l’uso della forza come ultima istanza per non venir meno nella propria responsabilità di protegge-re diritti fondamentali dell’uomo, prioritari rispetto a ogni altro dirit-to. È in questo orizzonte che si comprende il diritto-dovere d’inge-renza quale risposta laddove risulti minacciata la dignità umana. Superando la contrapposizione tra principi di diritto internaziona-le, le tesi del libro indirizzano a una prospettiva dove l’aspetto morale ed etico interagisce con l’aspetto giuridico e ne sta alla base. Mai dimen-ticando che l’uso della forza è sempre e comun-que l’ultima istanza possibile a cui ricorrere: non essendo né cristiano né umano restare spettatori di fronte a gravi crimini contro l’umanità e che un’antropologia rispettosa della piena verità dell’uomo non consente che i diritti abbiano la loro fonte in alcun soggettivismo individualista, ma in una verità oggettiva. Quale? Proprio la tra-scendente dignità della persona, misura della realtà dell’uomo, prima ancora che delle oggettive esigenze di funzionamento degli Stati. Questo nell’attesa di quella svolta culturale attesa dalla Santa Sede: un cambio di pensiero in grado di creare un’autentica società dell’amore fondata in Dio, perché «l’oblio di Dio rende opaca la crea-tura stessa» (Gaudium et spes, n. 36), o detto con Benedetto XVI: «L’uomo è veramente creato per ciò che è grande, per l’Infinito» (Messaggio per la XXVI Giornata Mondiale della Gioventù, 6 agosto 2010). È il primato della vita umana su tutte le istitu-zioni e le strutture sociali e politiche. Affermarlo significa non solo condannare comportamenti cri-minosi con pronunce di circostanza, ma favorire programmazioni illuminate nelle politiche degli Stati, nella certezza che qualsiasi «teoria della si-curezza» va ancorata alla «teoria della prevenzione».
© Osservatore Romano - 13 dicembre 2012