di Lucia Bellaspiga
Testamento biologico, volontà di morire, rifiuto delle cure, rinuncia all'alimentazione artificiale (il sondino), eutanasia, diritto al suicidio assistito... Concetti in teoria ben saldi nella testa e nelle volontà di ciascuno, almeno finché siamo "sani" e quindi in grado di scegliere ciò che vogliamo succeda di noi qualora ci ammalassimo. In realtà concetti estremamente mutevoli, come dimostrano autorevoli studi: la scelta che si era espressa da sani non resta quasi mai la stessa dopo la malattia. In parole povere: "prima" si era sicuri di preferire la morte a una vita "minore" (mutilata nel corpo, dipendente da altri, legata ad alimentazione e idratazione forzata, disabile, in stato vegetativo, ecc.), "dopo" le priorità cambiano. Ciò che sembrava determinante o irrinunciabile da sani ora non lo è più, e chi in passato si era detto favorevole all'eutanasia, quando gli tocca decidere non più in teoria ma su se stesso sovente cambia idea.
Una scoperta, questa, dettagliatamente dimostrata da parecchi studi pubblicati su autorevoli riviste scientifiche internazionali. E che pone un dilemma: se così stanno le cose, che valore avrebbe un testamento biologico vergato quando si era sani? Un problema oggi reso drammaticamente attuale dalla vicenda di Eluana Englaro, la cui sentenza di morte si basa sulla sua presunta "volontà di staccare il sondino", che avrebbe espresso discorrendo con tre amiche, da ragazza, quando era in piena salute.
«Tutti gli studi, seppure partono da prospettive differenti, conducono alla stessa costante - spiega l'oncologa Carla Ripamonti (Terapia del dolore e Cure palliative all'Istituto dei tumori di Milano) -, e cioè che il paziente chiede la morte solo in presenza di certe condizioni: dolore fisico, mancanza di assistenza adeguata, solitudine, sensazione di "essere di peso" per gli altri, mancanza di speranze... Al contrario, se si sente curato nella sua globalità, nel corpo e nello spirito, non chiede di morire prima». In Olanda, dove la pratica eutanasica è non solo concessa ma quasi caldeggiata, le richieste da parte dei malati terminali sono elevate, mentre dove le risposte alle sofferenze sono efficaci le domande di suicidio assistito o eutanasia si contano sulle dita di una mano.
Professore di Bioetica ad Harvard, Ezekiel Emanuel nel 2000 ha pubblicato su Jama («Journal of American Medical Association») i risultati di uno studio sull'attitudine all'eutanasia nei malati terminali di varie patologie: dei 988 interpellati, il 60% si dice ipoteticamente d'accordo con la "dolce morte", ma poi solo il 10% lo sarebbe per se stesso. Non solo: oltre la metà di chi si dice d'accordo lo è solo se in presenza di dolore incontrollabile, e un terzo «se ci si sente di peso». Ancora una volta, dunque, se le cure palliative annullano il dolore fisico e chi assiste il malato gli fa sentire affetto e compagnia, la morte non è affatto agognata, anzi. Dallo stesso studio si desume inoltre che «i cattolici, le persone che si sentono serene e stimate, e i pazienti con adeguata assistenza domiciliare» sono molto lontani dal desiderio di eutanasia. Come a dire che, quando si garantisce il diritto a una vita degna nessuno o quasi reclama il "diritto alla morte".
Decisive le osservazioni dello studioso sulla «stabilità delle scelte» nel tempo: di quel 10% che si era detto disposto a un'eutanasia su se stesso, infatti, ben la metà dopo qualche mese aveva cambiato parere. Decine di persone, dunque, che su un testamento biologico da sani avrebbero firmato la propria condanna a morte. Da notare che, quando Emanuel ha concluso l'indagine, dei 988 pazienti 256 erano deceduti, uno solo per suicidio assistito. E quell'uno non era tra chi aveva considerato per sé la via dell'eutanasia (dunque un altro che, sebbene in negativo, aveva cambiato idea!).
Sempre su Jama nel 2000 esce un altro studio, firmato dal newyorkese William Breitbart, primario di psichiatria. Anche in questo lavoro il 58% si dice a favore di una morte accelerata ma solo se «in presenza di dolore o sintomi fisici intollerabili», dunque in assenza di cure palliative adeguate, e il desiderio di morire è significativamente associato con diagnosi di depressione molto grave. Lo stesso non avviene, invece, se il malato è curato nella psiche e nell'anima grazie a un supporto psicologico e spirituale.
Joachim Cohen su Social Scientific Medicine del 2006 analizza la realtà di 41mila pazienti intervistati in 33 Paesi europei, dando ulteriore scientificità a quanto già rilevato finora: l'accettazione dell'eutanasia per i "malati inguaribili" è più frequente tra chi ha una debole fede religiosa e nelle fasce più acculturate.
Già nel 1995, infine, Harvey Max Chochinov, tra i più noti psichiatri americani ed esperto di cure palliative, tira le somme sull'American Journal of Psychiatry, analizzando la "stabilità" del no alla vita in 200 pazienti terminali e rilevando che «solo 17 esprimono serio e costante desiderio di morire», ma sempre in relazione con «presenza di dolore fisico, scarso supporto familiare, depressione». «Il desiderio di morire cambia nel tempo - avverte -, spesso si riduce anziché aumentare, ed è strettamente associato alla depressione clinica, che potenzialmente è una condizione trattabile».
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