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Famiglia-3di Giulia Galeotti 

"-Lo consideri tuo figlio? - In un certo senso sì. Lo ammiro molto e gli voglio bene. Quando parto, mi manca. Quando torno (...) mi esaspera. - Hai paura di lui. - No. Ho paura per lui. - Allora è tuo figlio".
Con la sua narrazione affilata, così Amélie Nothomb definisce il padre nel romanzo Tuer le père (2011). È una chiave interessante: nei cambiamenti radicali che la figura ha subito negli ultimi secoli, infatti, molti pongono l'accento soprattutto sul legame affettivo. Se oggi la paternità è certa (in quanto accertabile scientificamente e liberamente ricercabile) quel che qualifica il rapporto del padre con i figli è l'amore, il sentirsi legato, il fremere per loro.
L'assetto vigente nei Paesi occidentali parrebbe perfetto: parificazione della prole a prescindere dall'origine; uguaglianza tra genitori nei diritti e doveri verso i figli; piena libertà di prova nell'accertamento della paternità. Non che tutti i problemi siano scomparsi. Ad esempio, mentre una madre può abbandonare il figlio con il parto sotto anonimato, da quando è entrato nei tribunali il Dna, l'uomo non può mai sottrarsi alle sue responsabilità. Il risultato è, tra l'altro, la nascita di una nuova categoria di padri, i padri imposti. A sette di loro e alle questioni giuridiche, morali e affettive che i loro casi pongono, l'avvocato e femminista Mary Plard ha dedicato il saggio Paternités imposées (Paris, Les liens qui libèrent, 2013) in cui indaga gli aspetti meno evidenti (e politicamente corretti) di quello che, a suo avviso, "resta un tema tabù". Non che a fine lettura si provi simpatia per questi uomini desiderosi di sottrarsi alle conseguenze di un atto volontariamente compiuto. Resta però che la discrasia tra madri e padri esiste
A quella dei padri imposti, si affianca oggi la categoria del padre-amico che non si oppone più ai figli, ma fa comunella con loro, giustificando tutto, dicendo sempre sì. Un padre, cioé, che non crea problemi né ai figli, né, soprattutto, a se stesso. A costoro Antonio Polito dedica il saggio Contro i papà. Come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli (Milano, Rizzoli, 2012), in cui denuncia l'errore: "Siamo diventati la prima generazione che ha disobbedito ai padri e obbedito ai figli".
Ma se esiste l'amore pigro, esiste però anche l'amore maturo. "Quante persone potrebbero dire di aver avuto il padre che volevano se potessero rinascere? - scrive Héctor Abad in L'oblio che saremo (2009) - Io sì. (...) Senza l'amore esagerato che mi diede mio padre, io sarei stato molto meno felice". I padri hanno decisamente molto su cui poter ancora investire.

(©L'Osservatore Romano 19 maggio 2013)