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Rassegna stampa etica
Siamo in grado di definire con rigore il si­gnificato del termine 'eutanasia'? Certa­mente sì: possiamo farlo, anzi dobbiamo far­lo, perché proprio a causa di valori scorretta­mente attribuiti a questa parola il dibattito sul 'caso Englaro', e più in generale sulla fi­ne della vita umana, è andato assumendo ne­gli ultimi mesi connotati molto ambigui, per non dire ingannevoli. 'Eutanasia' (etimologicamente 'buona mor­te') indica la morte procurata intenzional­mente e motivata dalla pietà per le terribili sofferenze fisiche di un malato: si tratta quin­di di un vero e proprio omicidio, per quanto 'pietoso'. Ma la pietà, per quanto autentica, soggettivamente sincera e oggettivamente fondata, può giustificare un omicidio? La tra­dizione etica e giuridica ha sempre negato che una simile giustificazione sia possibile, pur senza mai minimizzare la tragicità delle si­tuazioni eutanasiche. Da tempo è in atto un tentativo, molto espli­cito, di riformulare il concetto di eutanasia. Con questo termine ci si vuole oggi riferire al­l'uccisione volontaria e diretta di una perso­na, su sua richiesta consapevole e autonoma. In questa accezione, l'eutanasia (che alcuni non scorrettamente qualificano anche come ' suicidio assistito') sarebbe giustificabile. L'insistenza su questa definizione circoscrit­ta di eutanasia è ormai palesemente funzio­nale a negare che quello di Eluana Englaro sia un vero caso di eutanasia (si tratterebbe sol­tanto di una mera e doverosa desistenza da un accanimento terapeutico, giustificata, oltre tutto, dalla volontà pregressa della povera E­luana). Così come per il termine 'eutanasia', anche l'espressione 'accanimento terapeuti­co' viene ormai a subire una contorsione se­mantica, quella che ha indotto la Cassazione ad autorizzare il signor Englaro a far cessare l'alimentazione e l'idratazione della figlia e a procurarne così inevitabilmente la morte, senza però autorizzarlo a sopprimerla diret­tamente (ad esempio attraverso un'iniezione letale). Si vogliono così tenere distinte due pratiche, che sono in realtà la stessa cosa e cioè la morte procurata in modo diretto (eu­tanasia attiva) e la morte procurata in modo indiretto (eutanasia passiva).

Queste forzature lessicali sono devastanti e paradossali. Applicandole rigorosamente do­vremmo negare carattere eutanasico ad ucci­sioni autenticamente pietose, ma non solle­citate dalla vittima e qualificare invece come eutanasica l'uccisione freddamente burocra­tica di chi, anche in perfetta salute, ne faces­se richiesta. Né meno grave è l'alterazione del concetto di accanimento terapeutico: da atto medico futile, inutilmente invasivo, spropor­zionato, incapace di arrecare alcun reale be­neficio al malato, si viene ad intendere arbi­trariamente per accanimento terapeutico qua­lunque pratica medica che il paziente rifiuti coscientemente, anche per motivazioni irra­zionali. Perfino i gesti umani simbolicamen­te più rilevanti, l'alimentare e il dissetare, di­vengono in tal modo forme di accanimento.
di Francesco D'Agostino
© Avvenire

Se abbiamo l'onestà intellettuale di chiama­re le cose con il loro vero nome, non possia­mo non qualificare l'ormai prossima morte di Eluana se non come un autentico omicidio eutanasico. Essa, infatti, non morirà per la pa­tologia che l'ha colpita, ma a seguito della so­spensione del sostegno vitale che l'ha man­tenuta in vita per tanti anni, un sostegno che non è qualificabile né come atto medico, né come una forma di accanimento terapeutico. Ma, si dice, facendola morire, si rispetterà la volontà di Eluana. Forse (!) questo è vero; ma è anche vero che l'aiuto al suicidio, sia pure intenzionalmente e liberamente richiesto, nel nostro codice è sempre stato e resta un delit­to. Eluana sarà uccisa e il suo caso si inserirà nel tristissimo e lunghissimo novero degli o­micidi pietosi. Spero sinceramente che in tut­ti coloro che plaudono alla sentenza della Cas­sazione non ci sia, invece della pietà, l'inten­zione di progredire verso la legittimazione di uccisioni motivate non dalla compassione, ma dall'esigenza funzionale di liberare la so­cietà dal peso economico e psicologico dei minorati mentali, dei portatori di handicap, dei malati in stato vegetativo, di tutte le per­sone la cui vita si deciderà di ritenere 'non degna' di essere vissuta, acquisendo il loro consenso (!) o più semplicemente presu­mendolo. È consapevole l'opinione pubblica che molti bioeticisti sono già saldamente at­testati su queste posizioni?