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Rassegna stampa etica
di Enrica Rosanna
Sottosegretario della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica
Il nostro tempo segna il recupero del femminile come tema umano. Né può essere altrimenti. I valori etichettati come "femminili" o diventano valori "umani" o l'umanità è perduta.
La forza profetica di cui la Chiesa si fa portatrice è proprio il predicare che l'umano non è pienamente umano se non si mettono insieme i valori del femminile e del maschile.
Le donne consacrate (perché donne e perché consacrate) - come si è messo in luce nel recente Congresso internazionale dal titolo "Religiose in rete contro la tratta delle persone" - portano con sé quei valori propri del "genio femminile" che contribuiscono a salvare l'umano:  la coscienza del limite, l'accoglienza, l'attenzione, la cura, la compassione, la comunione, la libertà. Molto si è detto, discusso, condiviso al riguardo, anche se c'è ancora un cammino da fare, perché le donne consacrate prendano coscienza che possono essere, umilmente ma veramente, una presenza promotrice di un umanesimo fedele al progetto di Dio, rispettoso della dignità di ciascuno (uomo o donna) e di tutte le dimensioni della persona.
È urgente fare un discorso a più voci, dando piena cittadinanza alle donne, laiche e consacrate, perché solo "insieme" - uomini e donne di ogni razza e lingua, giovani e adulti, gente di ogni regione e Stato - si potrà elaborare quella cultura della persona umana che si oppone alla logica dell'egocentrismo e dell'autoaffermazione, per dare cittadinanza alla logica dell'amore e della solidarietà.
È questa la sola strada per opporre a modelli di sfruttamento e di potere modelli di gratuità dialogica e conviviale. Il commercio di persone umane costituisce un oltraggio alla dignità umana e una grave violazione dei diritti umani fondamentali.
Già il concilio Vaticano ii aveva definito "vergognose la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani". Benedetto XVI, più volte e in particolare nel messaggio per la Giornata della pace del 2007, ha guardato alla condizione femminile, denunciando la mancanza di rispetto per la dignità della donna, lo sfruttamento, la discriminazione e le violenze contro le donne sotto varie forme.
L'impegno della vita consacrata in questo campo è cresciuto negli ultimi anni, di pari passo con l'impegno della società civile e delle istituzioni. Le congregazioni religiose insieme a istituzioni, a organismi ecclesiali diocesani e interdiocesani e a gruppi di volontariato, sono state tra le prime a leggere il fenomeno negli anni Novanta e a offrire alle donne, in buona parte albanesi e nigeriane, soluzioni alternative allo sfruttamento sessuale sulle strade.
Ricordiamo tutti quel coinvolgimento solidale, di cuore, con cui le congregazioni si fecero compagne nel viaggio di redenzione di quelle giovani donne e misero a disposizione delle giovani vittime, che si ribellavano contro gli sfruttatori, alcune delle loro strutture, per accoglierle e per offrire loro protezione e aiuto per un nuovo progetto di vita.
In questi ultimi anni il fenomeno ha cambiato volto, rotta e modalità; diverse sono le criminalità, gli interventi di contrasto e di recupero delle vittime, la presa di coscienza e le soluzioni varie, ma rimane tuttavia il costante rischio dello sfruttamento della donna, che viene umiliata e calpestata nella sua dignità.
Le varie mafie criminali cambiano continuamente strategie, per assicurarsi ingenti guadagni attraverso il reclutamento di tante giovani vittime per il ricercato mercato del sesso a pagamento.
Per contrastare il fenomeno, le congregazioni religiose si sono fatte presenza:  nelle unità di strada, insieme a gruppi parrocchiali, come primo contatto con le vittime; nei centri di ascolto predisposti per accogliere i problemi delle donne in cerca di aiuto; nelle comunità di prima e seconda accoglienza per progetti di reintegrazione sociale, di preparazione professionale e di addestramento lavorativo. Alcune religiose lavorano con coraggio per facilitare l'assistenza legale, per permettere a queste donne di reperire tutta la documentazione necessaria per uscire dalla clandestinità e avere un permesso di soggiorno, mentre altre promuovono la collaborazione delle ambasciate per ottenere i dovuti documenti di identificazione.
Sempre più spesso sono religiose quelle che si prodigano per l' assistenza umana, psicologica e spirituale delle donne che si trovano nei centri di permanenza temporanea.
È un panorama ricco che testimonia la caritas profetica delle religiose; un panorama che stimola a rafforzare sempre più la rete delle energie buone della vita consacrata per un futuro fruttuoso per il riscatto della dignità umana.
Confrontarsi con questa realtà ha però fatto del bene alla vita consacrata:  e ha messo in discussione i valori e gli atteggiamenti, le tradizioni e le sicurezze in un confronto ricco di umanità.
Il futuro, di conseguenza, invoca dalla vita religiosa, non solo femminile, questo coraggio, questo sguardo vigoroso e coerente che non ha timore di incontrare l'umanità nelle persone cui viene tolta ogni dignità.
Penso che - per accogliere la sfida dei contesti sociali di estrema indigenza morale - le donne consacrate abbiano bisogno innanzitutto di compiere un cammino di confronto con se stesse, con la propria identità di donne che le spinge a un viaggio interiore, a una conoscenza del profondo, là dove risiedono le loro risorse di umanità femminile. Tale cammino richiede pertanto maturazione interiore e umile costanza.
Infatti, solo da un viaggio nel profondo dell'umano si dispiega, anche per le donne consacrate, la possibilità per una cooperazione feconda e intelligente a quel riscatto della persona umana che è a fondamento della pace, della democrazia, dello sviluppo tra i popoli.

(©L'Osservatore Romano - 14 agosto 2009)