Rassegna stampa etica
bacio bigdi DIARMUID MARTIN

La Anglophone Conference ha le sue origini nell’interesse, nato tra i vescovi di un certo numero di Paesi di lingua inglese, a riunirsi in modo informale per condividere le proprie esperienze su come affrontare il problema degli abusi sessuali nei confronti di bambini da parte di sacerdoti e religiosi. È un tentativo di esaminare in modo più coerente questo fenomeno che, trattandosi di una parte indicibilmente buia della vita della Chiesa, suscitava per forza la tentazione di tenerlo lontano dalla luce dei riflettori. Spesso la conseguenza era che la sfida degli abusi non veniva affrontata, o che veniva affrontata in modi differenti nelle diverse parti del mondo. Nella Anglophone Conference i vescovi si sono riuniti per iniziare a tracciare un cammino diverso.
Col tempo è diventata un autentico laboratorio dove le Conferenze episcopali hanno potuto riunirsi per sondare le vie migliori per sviluppare norme solide di pratica pastorale che potessero essere affrontate in situazioni culturali e giuridiche differenti. In questi giorni ci siamo riuniti per sentire raccontare i progressi compiuti in tutto il mondo. Siamo lieti di apprendere da coloro che lavorano presso la Congregazione per la dottrina della fede degli standard che ora vengono giustamente richiesti in tutta la Chiesa. Oggi siamo passati da un clima di sospetto a un clima di cooperazione. Il cammino che tutti noi dobbiamo ancora percorrere è lungo. Il danno più grande che possiamo arrecare ai progressi fatti in tutta la Chiesa è di ricadere nella falsa convinzione che la crisi sia ormai cosa del passato. Gli abusi possono ancora verificarsi e si verificano. Rimarranno una ferita nel fianco della Chiesa fino al giorno in cui ogni singola vittima di abusi avrà ottenuto la guarigione personale che merita. Quanto è accaduto non sarebbe mai dovuto succedere nella Chiesa di Gesù Cristo. Potremmo osservare che gli abusi sessuali nei confronti dei bambini avvengono in tutta la società e che non è giusto puntare il dito solo contro la Chiesa cattolica. Potremmo ripetere statistiche che ci dicono che l’incidenza di tali abusi nel clero cattolico non è molto più alta che nella società. Ma se torniamo indietro e ripetiamo a noi stessi che ciò che è accaduto non sarebbe mai dovuto succedere nella Chiesa di Gesù Cristo, allora mettiamo da parte tutte queste statistiche e iniziamo a riflettere sotto una luce diversa. Dobbiamo sviluppare una nuova consapevolezza che ciò che è accaduto ha ferito l’intera Chiesa e che ora l’intera Chiesa è chiamata a rimediare a quello che è successo. L’intera Chiesa è chiamata a correggere la propria relazione con il regno e con Gesù Cristo. La guarigione non è una questione solo per gli psicoterapeuti; è una necessità ecclesiologica e teologica. L’unica risposta della Chiesa deve essere una risposta che cerchi di portare guarigione a una Chiesa ferita, rispondendo con forza a tutti coloro che sono stati feriti dagli abusi. La guarigione della Chiesa giunge attraverso il modo in cui essa opera per guarire le sue vittime. Non basta che la Chiesa sia trasformata in un luogo in cui i bambini sono al sicuro. Deve essere anche trasformata in un luogo privilegiato di guarigione per le vittime. Deve essere trasformata in un luogo in cui le vittime, con tutta la loro reticenza e la loro rabbia nei confronti della Chiesa, possono davvero arrivare a sentire che la Chiesa è un luogo dove trovare guarigione. Non siamo ancora questo tipo di Chiesa. La Chiesa che parla di opzione preferenziale per i poveri deve mostrare in modo deciso un’opzione preferenziale per quanti sono stati vittima di abusi al suo interno. Ci sono ancora, nella Chiesa, persone che sminuiscono la realtà degli abusi o che prendono scorciatoie per stabilire norme e linee guida. Così facendo danneggiano la testimonianza della Chiesa del potere salvifico di Gesù Cristo. Non c’è nulla di più doloroso per le vittime che vedere la Chiesa proclamare delle norme e constatare che non vengono seguite. Mi ha colpito il fatto di leggere che ci sono ancora diocesi o congregazioni religiose che si chiamano fuori dalle norme nazionali. La Chiesa può e deve assicurare un’assistenza psicologica adeguata alle vittime e alle loro famiglie. Ma deve fare di più. La guarigione non può essere delegata. La Chiesa deve diventare il grembo di Cristo, che abbraccia amorevolmente uomini e donne feriti, nonostante la brutalità e la bruttezza delle ferite. Le ferite non possono essere disinfettate a distanza. Il buon samaritano è colui che porta l’uomo ferito tra le proprie braccia. I vescovi e i superiori devono assicurare che le vittime si sentano davvero ben accolte quando si rivolgono alle autorità della Chiesa. Una vittima mi ha detto che, sebbene il suo sacerdote locale l’avesse accolta correttamente, aveva la persistente impressione che il sacerdote avrebbe di gran lunga preferito che non si fosse rivolta a lui e che gli subentrassero i terapeuti. Le parole di Gesù sull’abbandonare le novantanove pecorelle per andare a cercare quella smarrita si riferiscono anche al nostro atteggiamento verso le vittime. A qualcuno potrebbe sembrare poco prudente che la Chiesa faccia il possibile per cercare ancora più vittime e sopravvissuti. Alcuni dicono che creerebbe solo più angoscia e processi, che significherebbe andare a cercare guai, che sarebbe ingenuo. Il problema è che ciò che Gesù dice sul lasciare le novantanove pecorelle per cercare quella smarrita è di per sé irragionevole e imprudente, ma, che ci piaccia o no, è proprio ciò che Gesù ci chiede di fare. Gesù ci insegna attraverso parabole che riguardano tutte qualcosa che non potremo mai comprendere nell’ambito delle nostre categorie umane: la gratuità e la sovrabbondanza dell’amore di Dio, che ci chiede sempre di andare oltre a ciò che umanamente è considerato prudente o appropriato o perfino migliore. Dobbiamo andare incontro a tutti coloro che sono coinvolti negli abusi. Abbiamo la responsabilità, nei confronti di quanti li hanno commessi, di portarli a comprendere ciò che hanno fatto e a porvi rimedio conducendo una vita diversa. Gesù è colui che mostra misericordia, ma non perdono a basso prezzo. Il controllo attento e il sostegno a quanti hanno commesso gli abusi sono un contributo per creare un ambiente sicuro per i bambini nella Chiesa oltre che per aiutare i colpevoli a condurre una vita più sana. Le nostre attenzioni devono andare anche alle tante persone che sembrano essere state toccate solo in modo marginale dagli abusi. Penso alle comunità parrocchiali. La scorsa settimana ho trascorso una serata con una piccola comunità il cui sacerdote era da poco stato arrestato per abusi gravi. Era una comunità la cui fiducia in sé e nella Chiesa era stata profondamente lesa. Le nostre attenzioni devono andare in modo speciale ai giovani, che sono ipersensibili a ogni contraddizione tra ciò che la Chiesa predica e ciò che si fa all’interno delle sue mura. Molti giovani sono stati feriti nella capacità di giungere a conoscere Gesù a causa del disgusto provato per quanto accaduto a dei bambini nella Chiesa. Le risposte a queste molteplici ferite non arriveranno da abili gesti di relazioni pubbliche o da ripetute parole di scusa. Giungeranno dalla creazione di una nuova visione di una Chiesa che guarisce. Una Chiesa che guarisce non sarà una Chiesa perfetta in partenza. La Chiesa deve prima di tutto riconoscere, nella propria vita, come i compromessi, l’insensibilità e le decisioni sbagliate abbiano danneggiato la sua testimonianza. L’arte di guarire s’impara solo nell’umiltà. L’arroganza non è mai la via verso la guarigione. La guarigione non è una cosa che possiamo impacchettare e consegnare, sana e integra, a qualcun altro, per poi proseguire sicuri e felici nel nostro cammino. Guarigione significa camminare insieme. Il guaritore ha bisogno di umiltà e di guarigione personale se davvero vuole camminare con chi è ferito. La durata del processo di guarigione non si misura con il tempo indicato dal nostro orologio, ma con l’orologio e il tempo dell’a l t ro . La crisi provocata dagli abusi sessuali sui bambini ha ferito la Chiesa di Gesù Cristo. La risposta deve giungere dall’intera Chiesa, che otterrà la guarigione desiderata solo se accoglierà i fratelli e le sorelle, che sono stati vittima, nello stesso modo in cui li avrebbe accolti Gesù. Non siamo qui per dire alle vittime che cosa devono fare ma per trovare insieme nuovi modi di interagire con rispetto e attenzione. Non sono mai andato via da una conversazione con una vittima di abusi senza aver imparato qualcosa di nuovo, anche quando l’incontro è stato caratterizzato da rabbia e aggressività verso la Chiesa. Il mio ministero ha tratto grandi benefici da ciò che ho imparato, a volte in modo duro, dalle vittime. Perciò non solo chiedo il loro perdono per quanto accaduto ma sono grato per quello che hanno fatto per me.

© Osservatore Romano - 9 luglio 2014