Rassegna stampa etica

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L' aereo era appena decollato da Fiumicino, e già parlando con i giornalisti il Papa aveva pronunciato quelle parole, direttamente in inglese, perché arrivassero senza mediazioni al grande popolo che lo aspettava al di là dell'Oceano: 'I am ashamed', 'io mi vergogno'. Poi, nel Nationals Stadium di Washington gremito di folla: 'Nessu­na mia parola potrebbe descrivere il dolore e il danno recati dagli abusi pe­dofili'. E ieri, nella cattedrale di San Pa­trizio, ancora è tornato a parlare dello scandalo che ha investito la Chiesa cat­tolica americana.
  Chi si aspettava parole diplomatiche o minimizzanti, ha dovuto ricredersi. Che cosa può dire di più forte un uo­mo? Non ha detto, il Papa, 'è' una ver­gogna ; ma 'mi vergogno', assumen­dosi come sulle spalle l'umiliazione di quei fatti terribili.
  È una espressione che è come uscita dal linguaggio quotidiano, quella usata dal Papa. Quando ci rammarichiamo di qualcosa diciamo 'mi dispiace', o, spes­so, traduciamo il disagio in quel 'sentir­si in colpa' che è ben diverso dal vergo­gnarsi. Che trasforma l'oggettività del male fatto in una sensazione soggettiva. In quanti, in casa nostra o in un'assem­blea politica, esaminando il proprio o­perato, avremmo il coraggio di dire: io mi vergogno?
  La sincerità e l'umiltà di Benedetto XVI hanno avuto su chi ascoltava un effetto disarmante. Olan Horne, una delle vitti­me degli abusi incontrate dal Papa a Wa­shington, aveva dichiarato animosa­mente alle radio che lui e i suoi compa­gni 'non si sarebbero accontentati di pa­role'. Ma uscito da quel colloquio lo stes­so Horne ha detto: 'La mia speranza og­gi è stata rigenerata'. Poche parole, for­se sfuggite nel mare delle cronache di questo viaggio, eppure fondamentali.
  Perché la stessa 'vergogna' confessata audacemente dal Papa non potrebbe niente, circa il male fatto, se non dentro la speranza che questo viaggio ha volu­to testimoniare. 'È nel contesto della speranza nata dall'amore e dalla fedeltà di Dio che io prendo atto del dolore del­la Chiesa in America', ha annunciato Benedetto XVI alla folla dello stadio di Washington. Qualsiasi ammissione di colpa o di impotenza infatti si apre a u­na prospettiva diversa solo dentro una grande speranza. Che è, nella sua es­senza, la possibilità che il male compiu­to non sia l'ultima parola, ma che perfi­no dai mali peggiori possa venire un be­ne più grande. Il che in termini pura­mente umani appare impossibile, e scandaloso. Ma, come disse Giovanni Paolo II, 'la forza di trasformare il male in bene, questo è Gesù Cristo'.
  Quel 'mi vergogno' di Benedetto XVI sta dentro una logica profondamente, radi­calmente cristiana. Cristiano è l'oriz­zonte di un male che non chiude defini­tivamente come una condanna il cielo degli uomini. Per Freud, il perdono era un atto rischioso per le forze di soppor­tazione dell'Io, e chiedere perdono era letto fondamentalmente come un atto di sottomissione al più forte. Per Nietz­sche, anche il chiedere perdono era se­gno della 'religione da schiavi'. Dentro la speranza cristiana, invece, l'ammis­sione della 'vergogna' del Papa è l'ini­zio di quella rivoluzione di Cristo che, come ha detto Benedetto XVI in San Pa­trizio, crea 'vita dalla morte'. È lo stupore dell'uomo uscito dall'incontro di Wa­shington: 'Sono stato rigenerato nella speranza'.
  Che vuol dire riprendere a vivere e a guardare alla propria storia, nonostante tutto ciò che è stato, come a una storia buona. Ciò che, magari senza saperlo, la maggioranza degli uomini desidera. Es­sere certi che, anche nell'ingiustizia co­cente e nel dolore, l'uomo non è, come diceva Sartre, una 'passione inutile', un vano, impotente, continuamente so­praffatto sforzo verso la felicità. Ma è at­teso invece da un destino buono che già in germe si mostra, per chi lo voglia ri­conoscere: in mezzo a noi, nel presente.

Fonte - Avvenire -