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093q07aÈ ancora vivo tra i lavoratori dell'Enel di Civitavecchia il ricordo della visita compiuta ventiquattro anni fa dal Pontefice "venuto da molto lontano". Era il 19 marzo 1987, solennità di san Giuseppe, e nell'antica città portuale Papa Wojtyla volle ben due incontri con il mondo del lavoro "per portare - disse al suo arrivo - una parola di incoraggiamento e l'invito ad avere fiducia nella capacità che il Vangelo possiede di trasformare e salvare anche il mondo di oggi".
 Dignità dell'uomo e rispetto dell'ambiente furono i temi di fondo del suo viaggio. In un solo giorno pronunciò ben sette discorsi, incontrando in pratica tutte le realtà del territorio della diocesi di Civitavecchia-Tarquinia. A cominciare dalla cittadinanza, che lo accolse festante di buon mattino, dopo l'atterraggio del suo elicottero al Forte Michelangelo, nella zona del Porto.
Nella grande piazza del Plebiscito, dopo aver ricevuto i saluti del sindaco e di un rappresentante del governo italiano, Giovanni Paolo II si disse lieto di trovarsi in una città di mare, legata da sempre alla storia di Roma, in mezzo a una popolazione "che conserva nel cuore il dono del Vangelo e lo sa custodire tra le vicende della storia e le traversie della vita, e che è animata dalla volontà di costruirsi un futuro degno del glorioso passato". Accennando alla storia bimillenaria dell'antica Centocelle, il Papa ne rievocò lo sviluppo come porto di Roma e la trasformazione in fortezza. "Una città aperta e insieme solida - commentò - ma anche esposta agli assalti di quanti cercavano d'impossessarsene per puntare su Roma". Per questo Civitavecchia visse periodi tragici ed eroici: l'assedio dei Goti, le devastazioni dei Saraceni, il massiccio bombardamento aereo del 3 agosto 1943, con duemila vittime e vaste distruzioni. "Una città - spiegò il Papa a quanti lo ascoltavano - che ha saputo soffrire con dignità", grazie anche alla sua fede cristiana, che "fu qui ricevuta fin dai primordi del Vangelo, ed è stata sempre sorgente di energie, di speranza e di rinascita".
Come è avvenuto poi nel dopoguerra, quando sono nati i grandi impianti industriali e le tre centrali elettriche di Fiumaretta, di Torre Valdaliga Nord e Sud. Il Papa volle conoscere a fondo queste realtà, intrattenendosi dapprima con i pescatori e i marittimi del porto, poi con i lavoratori dell'Enel e delle altre imprese e fabbriche cittadine. Agli ottomila portuali riunitisi sulle banchine, dopo il saluto di un loro rappresentante, Giovanni Paolo II si rivolse dal ponte di una nave traghetto della compagnia Tirrenia. "A nessuno sfuggono - esordì - le particolari condizioni in cui vengono a trovarsi coloro che si imbarcano per lungo tempo: i distacchi dai familiari e i rischi a cui li espongono le incognite del mare. Ma non sfuggono neppure gli aspetti affascinanti: possibilità di sempre nuove conoscenze ed amicizie, di incontri con città marinare ricche di storia e di arte, di meravigliose visioni di distese infinite e di orizzonti suggestivi". Quindi Giovanni Paolo II offrì una riflessione sull'importanza dell'attività portuale per lo sviluppo economico e il progresso civile, evidenziando l'incidenza che ogni lavoro ha sulla maturazione dell'uomo. Per il Papa polacco infatti "il lavoro produce non solo ricchezze materiali, esterne all'uomo, ma anche ricchezze spirituali, a lui interiori, quali la solidarietà, l'amicizia e la fratellanza. Se concepito così, il lavoro fa superare la concezione pragmatica del progresso, come beneficio immediato di chi lo compie, e lo configura come servizio ad ogni uomo e come promozione della sua dignità". Sono pagine di dottrina sociale, quelle scritte dal Pontefice a Civitavecchia, completate dalle riflessioni pronunciate - dopo il breve giro a bordo di una motovedetta della Capitaneria di Porto - nella centrale termoelettrica di Torrevaldaliga Nord, dove erano ad attenderlo i lavoratori dell'Enel, con i quali il Papa si fermò anche a pranzo. Dopo il saluto di tre rappresentanti del personale, di un sindacalista e di un dirigente dell'ente pubblico, Giovanni Paolo II pronunciò un discorso dai contenuti ancora oggi attuali a quasi un quarto di secolo di distanza. "Ogni lavoratore - disse - è testimone del valore che ha il suo lavoro, poiché esso è una realtà strettamente legata all'uomo e alla sua identità". Per questo, proprio nella festa di san Giuseppe, Giovanni Paolo II rilanciò il "vangelo del lavoro" che "mette in guardia contro ogni tentativo di ridurre l'uomo ad un semplice ingranaggio della grande macchina della produzione". L'uomo - avvertì il Papa - "è inserito nel processo produttivo, ma non si riduce ad esso". Ecco perché "solo se il mondo del lavoro recupererà appieno la dimensione verticale dell'uomo potrà affermare fino in fondo la dignità del lavoro e difenderla contro gli attacchi che la insidiano". Per Giovanni Paolo II la dignità del lavoro si tutela difendendo quella dell'uomo. "Uomini e donne del mondo del lavoro - gridò con il tono diretto che lo contraddistingueva - Dio sta dalla vostra parte! La fede in lui non soffoca le vostre giuste rivendicazioni, ma le sostiene", divenendo "il supremo garante dei diritti dei lavoratori". Per questo il Papa polacco poté affermare senza mezzi termini che "la fede non addormenta la coscienza. Questo va detto con forza specialmente oggi, quando il sempre più rapido progresso tecnologico rischia di sopraffare il lavoratore, isolandolo ed emarginandolo", con il pericolo "di una nuova schiavitù del lavoro". Ma essendo Giovanni Paolo II un uomo che guardava con cristiana fiducia al futuro, era consapevole che "la soluzione di tale problematica tensione non va cercata in un rallentamento o nell'arresto dello sviluppo tecnologico"; al contrario, essa deve scaturire "dal continuo impegno di riqualificazione del lavoratore e dalla creazione di spazi sempre maggiori al suo intervento cosciente e responsabile nella gestione dell'azienda".
Dopo aver parlato delle creature, il Papa parlò infine del creato. Tra i problemi che toccano direttamente Civitavecchia, infatti, c'è quello della costante dilatazione della domanda di energia, dovuto al crescere dell'industrializzazione e a un maggior consumo pro capite connesso con il miglioramento del livello di vita. Purtroppo - denunciò - "si sono raggiunte punte paurose e preoccupanti d'inquinamento dell'ambiente naturale" che esigono un "nuovo tipo di collaborazione tra i responsabili della produzione ed i cultori della scienza, al fine di non procedere verso uno sviluppo a senso unico che si rivelerebbe alla fine mortalmente rischioso per tutti".
Nella seconda metà della giornata, Papa Wojtyla ritornò al modello tradizionale di visita alle diocesi italiane: l'incontro nella cattedrale di San Francesco con i sacerdoti, i religiosi e i laici dei vari movimenti ecclesiali, quello con i cento detenuti della locale casa di reclusione - con l'invito a capire e ad amare come fratelli quanti scontano una pena detentiva - e infine la grande celebrazione eucaristica conclusiva sul lungomare, in viale Garibaldi. Dopo il saluto rivoltogli dal vescovo, oltre all'omelia, incentrata sul tema della famiglia come comunità di vita aperta alla vita, il Papa rivolse anche un breve saluto ai giovani, per congedarsi dall'intera comunità diocesana. Che continua a conservare nell'album dei ricordi più cari le straordinarie immagini di quella giornata.



(©L'Osservatore Romano 22 aprile 2011)