“Quando il paziente ha perduto la capacità di intendere e di volere, la pretesa che venga rispettato quanto da lui stabilito, magari anni prima, finisce per cristallizzare una sorta di disuguaglianza tra la sua condizione e quella di chi invece, ancora cosciente, può dialogare con il medico”.Dopo un iter di oltre due anni, con 278 “sì”, 205 “no” e 7 astenuti, il 12 luglio l’Aula della Camera ha dato il via libera al disegno di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), già approvato il 26 marzo 2009 dal Senato dove ora dovrà ritornare in terza lettura per l’approvazione definitiva a seguito delle modifiche apportate a Montecitorio. Il SIR ha parlato del provvedimento con Carlo Casini, europarlamentare e presidente del Movimento per la vita, e con Fabio Macioce, segretario centrale dell’Unione giuristi cattolici italiani e docente di filosofia del diritto alla Lumsa.
Presidente Casini, qual è il suo giudizio sul testo approvato? “Si tratta di una legge giuridicamente corretta, che sbarra la strada all’eutanasia, riafferma il principio fondamentale del consenso informato e i diritti costituzionali alla vita e alla cura. Il dibattito in materia è cominciato alla fine degli anni Novanta, contestualmente ai primi ricorsi presentati da Beppino Englaro per essere autorizzato a sospendere l’alimentazione e l’idratazione alla figlia e la presentazione, a cura della Consulta di bioetica di cui fa parte lo stesso Englaro, di una proposta di legge per la legalizzazione dell’eutanasia. Nella vicenda di Eluana i giudici hanno in certa maniera ‘modificato’ l’ordinamento giuridico ‘vanificando’ le preesistenti norme sulla indisponibilità della vita. In questo quadro di relativismo giuridico, etico e deontologico, con l’approvazione del ddl abbiamo restituito l’ordinamento alla sua integrità”.
Tra i punti centrali la non vincolatività delle Dat per il medico… “Questo è un aspetto determinante, costituisce la chiave di volta di tutta la legge. Anzitutto perché la vincolatività ridurrebbe il medico a mero esecutore di volontà altrui; in secondo luogo perché non è possibile stabilire la vincolatività di una volontà espressa dal paziente in tempi precedenti, in una condizione di benessere lontana e diversa dalla situazione attuale, allora pensata e immaginata in modo astratto, senza viverla realmente. Quando il paziente ha perduto la capacità di intendere e di volere, la pretesa che venga rispettato quanto da lui stabilito, magari anni prima, finisce per cristallizzare una sorta di disuguaglianza tra la sua condizione e quella di chi invece, ancora cosciente, può dialogare con il medico e valutare con lui anche eventuali nuove possibilità terapeutiche nel frattempo sopravvenute”.
Lei ha espresso “soddisfazione” anche dal punto di vista politico… “Sì perché questo voto ha confermato e ripetuto quella grande trasversalità che già aveva prodotto buoni frutti sulla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Sono convinto che i valori cosiddetti non negoziabili, ad iniziare dal valore della vita, non siano marginali ma centrali nella politica, e spero il consenso su temi fondamentali come questi possa costituire anche nel futuro la base per nuove alleanze”.
Professor Macioce, qual è la sua opinione? “Ritengo si tratti di un testo saggio ed equilibrato, che esprime un forte ‘no’ all’eutanasia, doveroso di fronte ad una certa tendenza legislativa e giurisprudenziale europea possibilista sul riconoscimento di pratiche eutanasiche; al tempo stesso rafforza il divieto di procedimenti inquadrabili come accanimento terapeutico. Un ulteriore elemento positivo è la non vincolatività delle Dat, non più intese come ‘volontà’ ma come ‘indicazioni’ che il medico può valutare. Questo radica la pratica medica nell’alleanza medico-paziente. Come quest’ultimo non può essere un mero organismo su cui attuare pratiche sanitarie in modo paternalistico, così il medico non può accettare di farsi condizionare, nel suo agire in scienza e coscienza, dalle scelte del malato”.
Alcuni sostengono che questa legge limiti l’esercizio della libertà e dell’autodeterminazione… “Il nostro ordinamento non riconosce un diritto all’autodeterminazione in modo assoluto, tuttavia, come altri sistemi giuridici europei, in questi anni il nostro ordinamento si è mosso, soprattutto ad opera della giurisprudenza, nella direzione di un deciso ampliamento dei confini dell’autodeterminazione soggettiva. Credo peraltro che questa tendenza sia in contrasto con il nostro sistema giuridico che non fa della libertà soggettiva una sorta di oracolo assoluto, ma ritiene che essa vada esercitata entro quei limiti che si radicano in ciò che la coscienza comune ritiene essere il bene dell’uomo. Così come non si ritiene che un soggetto possa alienare la propria libertà rendendosi schiavo, allo stesso modo egli non può disporre della propria vita. Oggi, invece, anche la concezione della vita come bene indisponibile non appare più scontata come un tempo e da più parti, in particolare attraverso la giurisprudenza e la legislazione europea, si tenta di minarne il fondamento oggettivo in nome di un principio di libertà e autodeterminazione che nella cultura contemporanea vorrebbe assurgere a dogma assoluto”.
Quale può essere allora il ruolo della legge? “La nostra società ha assunto l’individualismo come valore supremo e tende a trasformare i desideri e le aspirazioni dei singoli individui in diritti, ma questo, insieme ad un’erronea idea di libertà, va a scapito della realizzazione del bene comune. La legge, che ha anche valore educativo, ha il compito di garantire il diritto all’autodeterminazione nel limite del rispetto della dignità della persona e della vita umana, soprattutto dove essa appare più fragile”.
© www.agensir.it - 13 luglio 2011