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045q07bROMA, 22. Il messaggio di Benedetto XVI con il quale ha espresso il suo cordoglio per le oltre trecentocinquanta vittime dell'incendio che ha devastato, la scorsa settimana, il carcere di Comayagua, in Honduras, ha posto all'attenzione dei fedeli la triste situazione dei detenuti nelle carceri sovraffollate di molto Paesi dell'America centrale e meridionale. In queste realtà, tuttavia, non è mai mancato l'impegno dei vescovi latino americani, e di molte organizzazioni di volontariato cattoliche, nel portare un aiuto spirituale e materiale ai prigionieri e nel denunciare alle autorità le situazioni di detenzione più disagiate.
 In Cile - riporta l'agenzia Fides - la Chiesa ha, in diverse occasioni, denunciato le drammatiche condizioni dei detenuti. Lo scorso 10 dicembre, monsignor Ricardo Ezzati Andrello, arcivescovo di Santiago de Chile, nel corso di una messa in suffragio delle ottantuno vittime della rivolta avvenuta nel carcere di San Miguel l'anno precedente, aveva affermato che "è possibile costruire una società fraterna e rispettosa solo se la nostra esistenza viene fondata sui valori che riconoscono che Dio è Padre di tutti e fonte della dignità di tutti". Riferendosi alla situazione delle persone detenute, il presule aveva sottolineato che "se questa verità venisse riconosciuta, le nostre carceri non sarebbero un luogo dove la dignità umana è calpestata e ignorata, senza possibilità per i detenuti di redimersi, ma sarebbero un'occasione per loro di cambiare vita". L'arcivescovo si era poi rivolto a tutti i suoi concittadini affermando che "il Cile ha bisogno di camminare con decisione verso una cultura dove chi ha sbagliato può trovare lo spazio per il rinnovamento e nuovi modi di vita e di speranza". Un ulteriore appello, monsignor Ricardo Ezzati Andrello lo aveva rivolto alle autorità: "Invoco - aveva sottolineato - tutte le autorità del Paese a raddoppiare gli sforzi in modo che i fratelli detenuti in Cile riescano a trovare nelle carceri non solo un luogo di punizione ma un ambiente consono alla loro redenzione".
In Venezuela, alla fine dello scorso luglio, il cardinale Jorge Liberato Urosa Savino, arcivescovo di Caracas, aveva chiesto al ministro del sistema penitenziario, la signora Iris Varela, di adottare provvedimenti atti a migliorare le condizioni di vita degli oltre quarantanovemila carcerati del Paese. L'appello del porporato era stato pubblicato dopo che nel mese precedente si erano verificati terribili atti di violenza nel carcere "Internado Judicial Capital El Rodeo I" a Guatire, nello Stato di Miranda. Il cardinale aveva affermato che "si devono costruire nuove carceri. Bisogna affrontare integralmente e con urgenza questo problema. Non è possibile che le prigioni siano, come sono ora, controllate dai prigionieri più violenti". L'arcivescovo di Caracas aveva inoltre ribadito che "soltanto con modifiche efficaci al sistema carcerario il Paese potrà risolvere il problema della violenza negli istituti di pena".
In Messico, i cappellani delle carceri sono presenti in quattrocentottantadue dei quattrocentottantanove istituti di pena del Paese che accolgono più di duecentoventimila prigionieri e dove oltre quattromila operatori pastorali compiono delle visite almeno una volta alla settimana. In alcune carceri manca la presenza dei cappellani solo perché le autorità presentano difficoltà ad ammetterli trattandosi di carceri di massima sicurezza.
Nel luglio scorso, il direttore della Commissione della Pastorale delle carceri della Conferenza episcopale messicana, Pedro Arellano, aveva denunciato, nel corso del suo intervento al ventitreesimo Incontro nazionale di pastorale carceraria, che "è sempre più difficile la situazione che esiste all'interno degli istituti di pena". Aveva sottolineato "la paura in cui vivono gli operatori pastorali quando denunciano la corruzione, la tortura, il sovraffollamento e i maltrattamenti da parte delle autorità carcerarie". Pedro Arellano aveva inoltre reso noto che "le caratteristiche dei detenuti sono cambiate: ora dobbiamo affrontare la criminalità organizzata, i cartelli della droga hanno preso il sopravvento nelle prigioni e continuano a operare anche da lì, oltre al problema del sovraffollamento, delle strutture carenti e della mancanza di programmi di riabilitazione per le persone private della libertà".
In El Salvador, ventitré giovani detenuti rimasero uccisi nell'incendio scoppiato, il 10 novembre del 2010, nel carcere della città di Ilobasco, a cinquantacinque chilometri da San Salvador. Dopo questo episodio, la Conferenza episcopale di El Salvador ha manifestato ripetutamente la sua preoccupazione sulla situazione delle carceri nel Paese. Il carcere di Ilobasco è un penitenziario per i maggiori di diciotto anni condannati quando erano minorenni e che non possono scontare la pena nelle carceri normali.
In Colombia, secondo le ultime statistiche dell'Istituto Nazionale Penitenziario e delle Carceri, le infrastrutture penitenziarie del Paese hanno una capacità di settantamila prigionieri ma attualmente ne ospitano oltre novantamila. Il problema del sovraffollamento delle carceri è stato uno dei principali temi affrontati nel corso dell'Incontro Regionale del Centro di Pastorale delle Carceri che si è tenuto a giugno 2011 a Bogotá presso la sede della Conferenza episcopale della Colombia.

(©L'Osservatore Romano 23 febbraio 2012)