di Ferdinando Cancelli Le circa settanta pagine del parere 121 intitolato Fine vita, autonomia della persona, volontà di morire che il Comitato nazionale di etica francese ha pubblicato a giugno meritano di essere lette con attenzione: si capirà meglio perché il comitato non è giunto a riconoscere alla persona in fin di vita un diritto "ad avere accesso a un atto medico che abbia lo scopo di accelerarne il decesso", cioè all'eutanasia o al suicidio assistito. E si troveranno dati importanti che giustificano il timore che aperture legislative alla "dolce morte" possano dar luogo a pericolose derive.
Il caso svizzero è emblematico. Mentre l'eutanasia non è consentita dalla legge, il suicidio assistito è possibile pur in assenza di una legislazione federale o cantonale, con il solo limite che "l'atto non sia fatto in funzione di un movente egoista", cosa peraltro difficilissima da verificare. La realtà elvetica, si legge nel rapporto, è fatta di associazioni molto attive anche in operazioni di marketing e pubblicità, con un florido volume d'affari (superiore al milione di franchi svizzeri all'anno), capaci di attirare clienti anche dall'estero. Ma il parere riporta alcuni abusi ancor più evidenti: nel 2007 si sono organizzati suicidi in luoghi incongrui come auto o camper; in mancanza del "classico" pentobarbitale sodico da somministrare per via orale in almeno un caso lo si è sostituito con gas elio; sono sempre più accettati candidati al suicidio non in fin di vita e persino non affetti da alcuna patologia; vengono aiutate a morire anche persone affette da malattie o disturbi psichici. Non molto diverso il caso dell'Olanda, dove la situazione è talmente grave che già nel 2009 le Nazioni Unite avevano manifestato preoccupazione di fronte all'aumento di casi (ricordiamo che qui la persona che chiede l'eutanasia o il suicidio assistito "deve avere almeno 12 anni").
In questo panorama che ruolo hanno le cure palliative? È noto come i sostenitori della dolce morte affermino ripetutamente che medicina palliativa e logiche eutanasiche possono coesistere quasi queste ultime fossero in grado di risolvere i casi difficili. Il parere 121 parla chiaro: le cose non stanno affatto così. "C'é il rischio che i pazienti che avrebbero potuto ritrovare il gusto di vivere non abbiano ricevuto le cure alle quali avrebbero avuto diritto". Interessante è anche il dato che indica a quali medici viene richiesta più frequentemente la "dolce morte": nel 50 per cento dei casi sono generalisti, nel 40 specialisti vari e solo nel 10 per cento dei casi sono palliativisti.
È anche a partire da dati come quelli sopra esposti che bisogna promuovere un'ampia riflessione in tema di fine vita: la speranza è quella che le esperienze altrui aiutino a evitare false strade già percorse.
(©L'Osservatore Romano 22 agosto 2013)