Caro padre, le scrivo in un momento di grave crisi di fede. Già la vicenda Englaro mi aveva profondamente turbata. Oggi provo vera e propria angoscia per una dolorosa vicenda che mi ha toccata da vicino. Agli inizi di febbraio, la mamma di una mia carissima amica è caduta in stato vegetativo a causa di una trombosi. I medici hanno negato ogni speranza di recupero: il danno cerebrale è troppo esteso. In questi cinque mesi, la povera signora è stata sottoposta a tracheotomia, all’inserimento del sondino gastrico, a ripetute trasfusioni. Ora sembra che stia iniziando un processo di cancrena.
La mia amica è, comprensibilmente, sconvolta. Si reca ogni giorno a visitare la madre, ricoverata in una struttura convenzionata a parecchi chilometri da casa sua, e ne ritorna turbata. Fatica a prendersi cura dei suoi figli ancora piccoli, del marito, del padre rimasto solo. È molto dimagrita e, quando sembra che si stia abituando alla situazione, subentrano nuove crisi e problemi che la sconvolgono daccapo.
Di fronte a tutto ciò, mi è capitato di pensare: ma la mamma della mia amica vorrebbe tutto questo? E se fossi io al posto suo, lo vorrei? Non parlo solo del dolore (fisico e psicologico) che forse, purtroppo, la signora ancora può sentire; mi riferisco alla sofferenza dei familiari, alla debilitazione fisica e psicologica della figlia; al ricordo che nei nipotini rimarrà di lei.
Ho cercato nel Vangelo una parola che mi illuminasse. Ho trovato la parabola delle "vergini sagge", dove si afferma che di fronte alla morte dobbiamo essere pronti; e che la nostra fine è l’incontro con lo Sposo, cioè con Cristo, il momento più gioioso, più alto della nostra vita. Ma mi chiedo: che senso ha continuare a infierire su quel povero corpo e impedire l’incontro col Creatore? Come possono giovare questi mesi alla signora, se non è più in grado di pensare, pregare, confessarsi, comunicarsi? Certo, la vita è dono di Dio, che non va rifiutato, e dobbiamo accettare la croce.
Ma non capisco perché non possiamo donare quel che ci resta della vita (da trascorrere immobili, incoscienti, privi di ogni capacità di comunicare) per il bene delle persone che amiamo, e che hanno bisogno di pace. Lei mi dirà che questa prova terribile renderà più forte la mia amica e il suo legame col marito, darà un esempio di amore estremo ai figli. Può essere. Ma può anche essere che la mia amica finisca per perdere la salute, come purtroppo è accaduto alla mamma di Eluana. Oppure, che si dimentichi di sua mamma, per poter sopravvivere e dedicarsi alla famiglia che ha bisogno di lei... E poi, penso alle tante persone che non credono, che non hanno il sostegno della fede e della preghiera. Che ne sarà di loro, se una legge imporrà di convivere per anni con un parente in stato vegetativo?
Un ultimo scrupolo: si dice che l’assistenza ai pazienti vegetativi sia poco costosa, ma in una trasmissione televisiva ho sentito quantificare la spesa giornaliera tra i 100 e i 300 euro. Mi chiedo: abbiamo il diritto di dedicare così ingenti risorse, economiche e umane (medici, infermieri...), a questi pazienti, quando nel mondo vi sono persone, ancora giovani e sane, che non hanno di che dissetarsi e nutrirsi?
Si parla della "indisponibilità della vita", che è sacra. Ma allora i martiri, come san Massimiliano Kolbe, non hanno disposto della propria vita? Gesù stesso non ha detto che: «non c’è un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici»? Solo Dio vede nell’intimo di ognuno, e sa chi desidera la fine in modo santo, accettando "sorella morte", oppure in modo empio, rifiutando la croce. È giusto che una legge decida per tutti?
Silvia
La malattia, quando è irreversibile, sconvolge tutte le nostre certezze. Non si sa più cosa pensare, cosa fare. L’esperienza della sofferenza non è un enigma solo per il non credente. Anche il cristiano si pone domande cui è difficile rispondere: se Dio è buono, perché la sofferenza? Perché non interviene? Perché le suppliche restano inascoltate?
La sofferenza accompagna la vita di tutti, credenti e non credenti. Ma c’è una profonda differenza: chi non crede non si aspetta alcuna risposta; chi ha fede in Dio, che si è rivelato in Gesù di Nazaret, è consapevole che una risposta c’è, e che si può dare senso alla vita anche nella più difficile condizione. La sofferenza umana non è solo partecipazione alla passione e morte di Gesù; è anche vero che Gesù s’è fatto e si fa carico dei nostri dolori, con la sua forza e grazia. Rivolgersi a Dio nella preghiera è già uscire dalla solitudine e dalla chiusura che, sovente, portano alla disperazione.
Gesù ci insegna che si può "compatire" ("patire con") chi è provato nell’animo e nel corpo. Ci invita a imitare il "buon samaritano" del Vangelo, che non passa oltre, ma si ferma e si prende cura del malcapitato, aggredito dai briganti. Ma è importante anche avere cura di sé per essere in grado di aiutare gli altri. I malati hanno bisogno dei sani. Mantenersi in salute, resistere e non soccombere alla sofferenza, acquista un alto significato di servizio al prossimo.
Ma venendo alla situazione che tu poni, cara Silvia: come prendersi cura di una persona in stato vegetativo persistente che, apparentemente, non mostra alcuna possibilità di relazione? Ricordiamo che i malati in stato vegetativo persistente, in Italia, sono oltre duemila (tra questi c’è, purtroppo, anche la mamma della tua amica). Di questo grave problema si è parlato molto, soprattutto negli ultimi mesi, in occasione della vicenda di Eluana Englaro. Che, nonostante il triste esito finale, ci ha obbligati a riflettere e a imparare molte cose.
A cominciare dal fatto che coloro che si trovano, per cause diverse, in tale condizione, sono persone viventi, colpite della più grave malattia di disabilità fino a non essere in grado di nutrirsi se non con l’aiuto altrui. Negare loro o sospendere cure del tutto ordinarie, significa abbandonarle e procurare la morte. Certo, come dici tu, Sara, la morte è per il cristiano un gioioso andare incontro al Signore Risorto, ma ciò non vuol dire che possiamo anticipare la fine secondo il nostro arbitrio. I martiri, come san Massimiliano Kolbe, hanno offerto la loro vita per gli altri, ma non sono stati loro a darsi la morte, tanto meno a chiederla. Gliel’hanno inflitta i carnefici, coloro che si sono appropriati della loro esistenza.
La società (e, per essa, lo Stato) è chiamata a fare una legge giusta sul fine vita. E tale legge sarà giusta solo se il Servizio sanitario nazionale garantirà a tutti cure o prestazioni ordinarie (contro l’abbandono); se proibirà al medico di dare o procurare la morte (contro l’eutanasia); e se, infine, legittimerà il rifiuto all’accanimento terapeutico, vale a dire insistere su prestazioni divenute eccessive e sproporzionate. Ma il rifiuto dell’accanimento terapeutico non dovrà trasformarsi in abbandono della persona malata. D’altra parte, lo Stato deve aiutare le famiglie e offrire loro quei sostegni economici e medici che qualificano una società come civile e umana.
© Famiglia Cristiana - settembre 2009