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due uomini comunistiDalla squallida intervista dell’ex leader Sel su Repubblica emergono i due idoli della società opulenta: la vitalità e la scienza.

di Emiliano Fumaneri

E così Nichi Vendola è «fuggito» col suo compagno Ed e il piccolo Tobia (il “prodotto” di una GPA) in una casetta piccolina in Canadà premurandosi di farcelo sapere attraverso una intervista compiacente rilasciata a Francesco Merlo di “Repubblica”.
In mezzo a tanta retorica dolciastra e alla menzogna della propaganda è importante sottolineare alcuni passaggi chiave che rivelano quale sia l’orizzonte di pensiero dell’ex governatore della Puglia (e di quelli, pochi o tanti, che lo spalleggiano). Il primo: il piccolo Tobia, afferma Vendola, non è nato in Canada ma in America, precisamente in California dove «la legge consente di scrivere quello che vuoi». Emerge un’idea di Stato come mero esecutore della volontà privata, così da escludere per principio ogni nozione di bene come. È la tipica mentalità radicale: lo Stato come potere tutelare del godimento privato (un tratto colto anche da Merlo, per il quale l’esilio dorato fa apparire Vendola «più un radicale che un comunista, più Pannella che Berlinguer»). Il secondo: «La gestazione per altri - ci informa Nichi – è la risposta della scienza al bisogno di famiglia, è una difesa della famiglia, che va protetta dalla violenza contro le donne, dal femminicidio, dalla sordida prepotenza domestica, non dalla scienza». A colpire qui non è tanto - o non solo - l’idea che una pseudo famiglia con due padri possa rappresentare una «difesa» della famiglia anziché una brutale aggressione alla stessa. Ciò che urta è l’idea che la natura della scienza debba consistere nel rispondere a una domanda di senso individuale, è la scienza elevata a metafisica. Il terzo: «Guarda che io e Ed - replica a Merlo - non vogliamo fare i testimonial di una battaglia di civiltà. Vogliamo solo vivere in pace». Questo passaggio rivela una ipocrisia piccolo borghese attestata dal desiderio di una vita tranquilla, ritirata, sbandierato però sul maggiore quotidiano nazionale. Una ipocrisia che regna sovrana anche nel resto dell’intervista, nella quale Vendola si spertica in eufemismi (la madre del bambino viene chiamata, in un tripudio di anti-lingua, «zia», «Donatrice», «Grande Madre», «la Portatrice») e a domanda precisa («Ma quanto avete pagato?») non risponde, lasciando intendere di aver pagato il giusto compenso per una GPA. Nella tradizione marxista la famiglia è considerata, insieme alla proprietà e al matrimonio, una della basi sulle quali la borghesia ha edificato il proprio predominio. Un particolarismo perciò da contrastare e, se possibile, da eliminare. Colpisce perciò vedere chi ha costruito una carriera politica all’insegna del comunismo parlare di «bisogno di famiglia», vederlo rinchiudersi nel privato, esprimere la volontà di vivere in pace. Dal comunismo all’escapismo, il passo non è mai stato così breve. Il filosofo Augusto Del Noce (1910-1989) aveva previsto che il comunismo si sarebbe trasformato «in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata ». La parabola esistenziale di Nichi Vendola, passato dalla lotta per la rivoluzione comunista alla lotta per la casetta piccolina in Canadà, può essere considerata emblematica di questa trasformazione. Per intendere meglio come un catto-comunista sia potuto diventare un piccolo kulako della GPA bisogna tornare sempre a Del Noce, il quale aveva isolato i due principali momenti costitutivi dell’ideale rivoluzionario: il momento materialistico e il movimento utopistico. Il materialismo rappresenta la componente negativa (la pars destruens della rivoluzione), di critica radicale all’ordine prerivoluzionario che si deve abbattere. Si tratta di quella pertinace volontà di distruzione ereditata dall’Illuminismo, in forza della quale non c’è tradizione che debba rimanere incontestata, idea familiare che sia ammessa, autorità che venga riconosciuta. Si demolisce e si contesta tutto, con godimento voluttuoso quasi. L’utopismo è invece il momento positivo (pars construens) della rivoluzione, diretto all’instaurazione di una nuova umanità (la società comunista). Crollata l’utopia con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Urss, questi due momenti (materialismo e utopia) si sono dissociati, fa osservare Del Noce, e lo spirito rivoluzionario si è convertito in una sorta di mistica dell’azione. «Agito, ergo sum»: è la bandiera della rivoluzione orfana dell’utopia. Essere “rivoluzionari” si riduce a uno sterile attivismo. Tutto si risolve in una tensione verso un’azione voluta per sé, come attività trasformatrice della realtà, non finalizzata a un ordine. Ogni valore viene retrocesso a strumento che, in luogo di dare significato all’azione, si limita a promuoverla. Non solo: questa attitudine porta anche alla negazione della personalità degli altri, riducendoli a cose: gli altri soggetti cessano di essere fini in se stessi e non diventano altro che puri strumenti o ostacoli, tanto che neppure ha più senso parlare di doveri morali nei loro riguardi. L’attivismo è solipsismo, è anti-comunione. Per questa mentalità la realtà esiste unicamente nella propria azione, non ha una sua consistenza autonoma. Il reale è una proiezione narcisistica di sé, fatta solo di ostacoli da superare. Si impone così un relativismo morale che decreta la morte dei vecchi valori morali ma che insieme confessa che nuovi ideali non possono nascere. Cosa sopravvive a una simile opera di desertificazione? Il tracollo non coinvolge ciò che per sua natura non può fondare direttamente valori, anche se può assumere valore. Restano, in altre parole, i due idoli della società opulenta. Innanzitutto la «vitalità», vale a dire il sesso inteso come attività ri-creativa e non procreativa. Massimo Borghesi, forse l’unico erede di Del Noce, rovescia la celebre frase di Marx: oggi si può dire che il sesso è l’oppio dei popoli. L’eros onnipresente garantisce la narcosi, dà una inebriante sensazione di vitalità che consente di dimenticare la mancanza di significato conseguente allo sfascio di tutti gli ideali. Rimane poi la «scienza», che di per sé non può fondare valori, non potendo attestare quale valore sia superiore a un altro. La scienza non può gerarchizzare i fini. Può soltanto perfezionare i mezzi per raggiungerli. Pertanto essa è strumento di cui si può fare buono o cattivo uso. Thomas Merton diceva che ognuno diventa l’immagine del Dio che adora. Vendola si fa profeta dell’idolo tecnoscientifico nella misura in cui celebra la vocazione della scienza a rispondere ai «bisogni» dell’uomo. Il crollo di ogni ordine morale e di ogni utopia lascia spazio così all’idolatria della scienza e del sesso, che sorgono come nuovi ideali e si sostituiscono come valori primi a tutti gli altri. Che cosa resta quindi se non la piena affermazione di sé nel senso più individualistico ed egoistico? C’è qualcosa di più egoistico di due uomini che privano un bambino della mamma? Naturalmente, ricorda Del Noce, assai di rado l’egoismo si presenta al grande pubblico in «deshabillé». Mai l’altruismo è stato ostentato ai quattro venti come oggi. Mai si è affermato con tanta decisione, come nell’etica cattocomunista propria di Vendola, che il primo comandamento del Vangelo (l’amore di Dio) coincide col secondo (l’amore del prossimo). Ma basta osservare l’esperienza più comune del mondo di oggi per constatare quanto un simile «altruismo» finisca per confermare la verità dell’impietoso giudizio di Nietzsche: l’amore del «lontano» si è sostituito all’amore del «prossimo», sicché amare il «lontano» di fatto serve a giustificare ogni forma di strumentalizzazione del «prossimo». Altruismo, umanitarismo e filantropia non sono altro che maschere della volontà di potenza. Nessuno più del catto-comunista (ora neoborghese) Nichi Vendola si fa latore di questo malinteso «altruismo» nel momento in cui cerca di giustificare il fatto di aver privato il suo prossimo – un indifeso neonato – del diritto di avere una madre agitando l’immancabile foglia di fico della difesa dei «lontani» dal femminicidio e dalla violenza domestica. All’opposto di quanto afferma l’ex leader di Sel, mai come oggi è stato necessario combattere per difendere la vita domestica dalla violenza ipocrita dell’egoismo umano.

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 18 giugno 2016

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