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bomba atomicadi PIERLUIGI NATALIA
L'impegno a promuovere e a sostenere ogni possibile iniziativa volta a favorire il disarmo nucleare è da sempre una costante del magistero pontificio e dell'azione diplomatica della Santa Sede. Da oltre sessant'anni - dopo quel 6 agosto 1945 che segnò tragicamente, con il bombardamento atomico di Hiroshima, l'inizio della cosiddetta era nucleare - la Chiesa si occupa, nel suo ruolo irrinunciabile di testimonianza del valore della pace, di queste armi, della loro legalità e delle implicazioni morali connesse alla loro produzione, al loro dispiegamento e al loro progettato uso. Di recente, intervenendo a un seminario internazionale organizzato dal Catholic Center della diocesi statunitense di Kansas City-St. Joseph, l'arcivescovo Francis Chullikatt, osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite, ha fatto una disamina approfondita di quest'azione della Chiesa e dello stato attuale del processo di disarmo nucleare. La base del suo ragionamento è che la questione ha implicazioni tanto morali, quanto politiche e di diritto internazionale, in un mondo in cui i quattro quinti dell'umanità vivono in condizioni almeno di indigenza e in cui oltre la metà della popolazione abita Paesi in cui si trovano armi atomiche - più di 20.000 in tutto - e che spendono complessivamente oltre cento miliardi di dollari annui per mantenere e rinnovare i propri arsenali. Sotto l'aspetto del diritto internazionale, particolare rilievo ha il rispetto o meno del principio della buona fede, il che significa essenzialmente rispettare gli accordi non solo sul piano formale, ma anche in modo fedele ai loro scopi. Significa cioè che le Nazioni sono chiamate a collaborare, in modo sincero e cooperativo, nei negoziati e soprattutto nell'attuazione degli accordi sottoscritti, per mirare al raggiungimento degli obiettivi concordati. Ma proprio questo è uno dei punti dolenti, come ha ricordato l'arcivescovo Chullikatt, dato che l'attuale rinnovamento della forza nucleare e delle infrastrutture tecniche a essa collegate suscita non pochi dubbi riguardo a tale buona fede e rende difficile raggiungere il disarmo nucleare globale attraverso negoziati. Nell'esaminare la lunga vicenda seguita a Hiroshima, l'arcivescovo Chullikatt ha trattato ovviamente della questione della deterrenza nucleare, sulla quale almeno fino agli anni Ottanta si è dipanata una vera e propria dottrina politica. Ma già a partire dalla Gaudium et spes, il documento conciliare che costituisce la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo - che pure all'accumulo di armi "come deterrente contro un possibile attacco nemico" fa riferimento - è espressa chiaramente la condanna fondamentale di qualsiasi uso di armi nucleari, in quanto "ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione" (Gaudium et spes, n. 80). E nel 1982, nel punto massimo di accumulo di armi nucleari statunitensi e sovietiche, il rifiuto della deterrenza nucleare come politica a sé stante e permanente emergeva chiaramente dal messaggio rivolto da Giovanni Paolo II alla seconda sessione speciale dell'Onu sul disarmo. Del resto, il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), sottoscritto dalla Santa Sede nel 1971, prevede da parte delle Nazioni non dotate di armi atomiche di astenersi dal loro sviluppo, in cambio dell'impegno di quelle che le hanno a eliminare i loro arsenali. Nel 2005, nella quinquennale conferenza di revisione del Tnp, che appariva sull'orlo del collasso, la Santa Sede ribadiva di non aver mai considerato la deterrenza come una misura permanente, visto che essa tende a favorire lo sviluppo di armi atomiche sempre più nuove e più costose, impedendo un vero disarmo. Nel messaggio della successiva Giornata mondiale della Pace del 2006, lo stesso Benedetto XVI definiva del tutto fallace, oltre che funesta, la posizione di quei Governi che contano sulle armi nucleari per garantire la sicurezza dei loro Paesi, ricordando al tempo stesso lo spreco di risorse economiche che potrebbero essere impiegate a vantaggio di tutti gli abitanti e in primo luogo dei più poveri. E cinque anni dopo, nella conferenza di revisione del 2010, il Papa ha inviato un messaggio per chiedere ai delegati di "superare i condizionamenti della storia". Nessun principio internazionale può giustificare l'uso di armi di distruzione di massa, le cui conseguenze non possono essere contenute, come dimostrano le tragiche conseguenze di Hiroshima e Nagasaki e persino, come sottolineato dall'arcivescovo Chullikatt, gli incidenti del nucleare civile, come a Chernobyl e di recente a Fukushima e, più in generale, le minacce alla salute delle persone e all'ambiente naturale che l'uso del nucleare comporta. Oggi, la prospettiva di esplosione di armi nucleari è troppo spaventosa per essere solo contemplata. Come affermato anche dalla Corte internazionale di giustizia dell'Aja, "esiste un obbligo di perseguire in buona fede e portare a termine i negoziati in vista del completo disarmo nucleare, da realizzare sotto stretto controllo internazionale". Il mondo può vedere come gli argomenti legali e morali contro le armi nucleari s'intrecciano con quelli strategici, poiché queste armi "possono distruggere tutta la vita sul pianeta e mettere in pericolo tutto ciò che l'umanità ha sempre rappresentato e l'umanità stessa", come la Santa Sede dichiarava nel 1997, definendole "incompatibili con la pace che cerchiamo nel XXI secolo". Purtroppo, i negoziati globali auspicati dalla Corte dell'Aja non sono neppure incominciati e anche il trattato bilaterale Start tra Stati Uniti e Russia prevede solo piccole riduzioni e lascia pressoché intatti gli arsenali e la loro minaccia. È sulla base di questa evidenza che la Santa Sede chiede un'effettiva inversione di tendenza, la diffusione di una cultura di vera incolumità e sicurezza e anche politiche energetiche da considerare nella prospettiva di un autentico sviluppo integrale dell'essere umano. Perché, a sessantasei anni da Hiroshima e da Nagasaki, è tempo di comprendere e di scegliere, come ha ricordato ancora l'arcivescovo Chullikatt nel seminario a Kansas City, che "ogni passo sull'agenda della non proliferazione e del disarmo sia volto ad assicurare la sicurezza e la sopravvivenza dell'umanità e costruito sui principi del valore della dignità umana e della centralità della persona, che costituisce la base del diritto internazionale".

(©L'Osservatore Romano 6 agosto 2011)