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diavoloREGGIO CALABRIA, 3. «La ‘ndrangheta non ha nulla di cristiano. È altro dal cristianesimo, dalla Chiesa. Non è solo un’organizzazione criminale che, come tante altre, vuole realizzare i propri illeciti affari con mezzi altrettanto illeciti e illegali, ma — attraverso un uso distorto e strumentale di riti religiosi e di formule che scimmiottano il sacro — si pone come una vera e propria forma di religiosità capovolta, di sacralità atea, di negazione dell’unico vero Dio».
È il monito contenuto nella nota pastorale dei presuli calabresi presentata ieri, venerdì, dal presidente della Conferenza episcopale, monsignor Salvatore Nunnari, arcivescovo di Cosenza-Bisignano, e dal vicepresidente, monsignor Francesco Milito, vescovo di Oppido Mamertina Palmi. Con questo documento la Chiesa in Calabria sottolinea ancora una volta che chi vive nella violenza è una persona fuori dalla comunione ecclesiale. «La ‘ndrangheta — p ro s e guono i vescovi — è una struttura di peccato che stritola il debole e l’indifeso, calpesta la dignità della persona, intossica il corpo sociale. È, in tutta evidenza, opera del male e del maligno». C’è, nella nota pastorale, la condanna senza appello ma anche una chiamata alla conversione, «a immergersi nel Corpo di Cristo, da cui si può rinascere a vita nuova». Non c’è «e non ci può essere commistione — si legge nella nota pastorale sulla ‘ndrangheta, intitolata Testimoniare la verità del Vangelo — tra una fede professata e una vita disorientata dall’appartenenza a organizzazioni criminali». È «un’o rg a nizzazione criminale fra le più pericolose e violente. Utilizzando vincoli di sangue, o costruiti attraverso una religiosità deviata, nonché lo stesso linguaggio di atti sacramentali (si pensi alla figura dei “padrini”), i boss cercano di garantirsi obbedienza, coperture e fedeltà». Nelle parole dei vescovi viene sottolineato poi che «la Chiesa non è la magistratura e non è la polizia e non è neppure un tribunale civile, chiamato a distribuire patenti di mafiosità». E, ancora, che la missione della Chiesa «non sempre può coincidere con l’azione inquirente o punitiva propria dello Stato». Il faro, comunque, rilevano i presuli, è «l’insegnamento di Gesù sulla conversione e sull’accoglienza del peccatore», tenendo presente però che «senza un cambiamento concreto, pubblico, senza una vera e propria presa di distanza dalla vita vissuta nel male, non si può parlare di pentimento e di vera conversione. Sono questi i segni indispensabili per un reinserimento pieno del peccatore nella comunità e per un percorso di ricostruzione interiore». Il monito dei presuli, infine, non risparmia neppure le collusioni tra criminalità e politica: «La realtà criminale — concludono — ha raggiunto ormai una dimensione “globalizzata” trovando in alcune frange della politica e dei poteri forti deviati connivenze e collusioni che le permettono di piegare ai propri fini i suoi alleati, tante volte prezzolati in termini di denaro pulito e sporco, di tangenti, di favori e di raccolta di voti e consensi. Dinanzi a questo scenario la Chiesa si china sull’uomo ferito e grida il suo dolore e la sua indignazione».

© Osservatore Romano - 4 gennaio 2015