Dal 19 al 21 settembre, duecento esperti di diritto di diversi Paesi si confrontano sui contenuti della «Carta dei diritti della famiglia», promulgata trent’anni fa come frutto del Sinodo dei vescovi del 1980. Nel dialogo con i giornalisti accreditati, monsignor Paglia ha evidenziato la necessità di riportare l’attenzione della cultura e della società sulle famiglie, sui loro «diritti» e sulla «santità del quotidiano di tanti cattolici» e di tornare a parlare dei problemi concreti delle famiglie. Infatti, secondo il presule, sebbene sia cresciuta a livello culturale una giusta sensibilità sui diritti dell’individuo, non è accaduto altrettanto per la famiglia, che pure era stata concepita come soggetto giuridico autonomo proprio dalla Carta del 1983. L’“io” ha finito con il prevalere sul “noi” — ha spiegato — e così è cominciata a venir meno nel tessuto sociale la dimensione dell’a m o re , dell’agape, cioè il primato del dono su quello dell’interesse. Perciò secondo il presidente del Pontificio Consiglio «la nuova condizione richiede una urgente riflessione» sul tema, che rende «indispensabile anche una corresponsabilità dei giuristi cattolici sia a livello nazionale, sia internazionale». Tanto che il dicastero ha provveduto a ristampare la Carta in cinque lingue. Ricordando alcuni dei quindici articoli — che già allora affrontavano questioni attualissime come la difesa dei minori dall’invasione dei mass media nella sfera privata o la protezione degli orfani o la tutela dei nuclei costretti ad emigrare — il presule ha auspicato che possa realizzarsi il sogno di Giovanni Paolo II sull’adozione di una «Carta internazionale dei diritti della famiglia», analogamente a quanto avvenuto per la «Carta dei diritti dell’uomo» e per quella «dei diritti dei fanciulli». In Sala Stampa sono intervenuti anche il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, ed Helen Alvaré, docente di diritto alla George Mason University di Washington, che ha sottolineato in particolare la necessità di tutelare i diritti delle donne nella famiglia. Il porporato da parte sua si è soffermato invece sul fatto che «la dottrina cattolica su matrimonio, famiglia e filiazione viene conosciuta e accettata da chi ha la fede, ma non viene recepita da chi non ne ha». Da qui il bisogno di valorizzare i contenuti antropologici del cristianesimo.
© Osservatore Romano - 21 settembre 2013