«Lo sviluppo equo garantisce il progresso dei popoli e la crescita umana e non può esser ridotto esclusivamente a una visione economica» perché «il punto di partenza» è sempre l’uomo e quando questo non avviene «lo sviluppo continuerà a produrre nuove disuguaglianze e a incoraggiare nuove ingiustizie». È la denuncia del cardinale Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, che ha proposto una linea concreta per uno «sviluppo» capace «di promuovere la giustizia sociale». A dare lo spunto alla sua riflessione è stato il terzo Festival della dottrina sociale in corso a Verona sul tema «Meno disuguaglianze, più differe n z e » . Il cardinale ha subito rilevato come «a due anni dal completamento del cosiddetto millennium goalsla povertà non è stata dimezzata come si era auspicato». Ma «d’altra parte la povertà non si può ridurre solo con misure monetarie, non è una questione che riguarda solo il reddito perché questo non può riassumere la somma totale della vita umana». Inoltre «il Fondo monetario internazionale — ha proseguito il porporato — dice che lo sviluppo è sostenibile in base a cifre economiche. Ma l’essere umano non è una cifra». Così «lo sviluppo non può essere solo crescita economica ma deve rispondere alla domanda di una vita integrale dignitosa per ogni uomo in ogni luogo». Si tratta dunque, secondo il cardinale Rodríguez Maradiaga, di realizzare quella giustizia sociale «che risponde a tre valori irrinunciabili per la persona umana: mantenimento della vita, stima e libertà». In questa prospettiva «la dottrina sociale della Chiesa ricorda che la giustizia sociale si realizza tenendo conto della dimensione strutturale dei problemi» e operando per la loro soluzione che deve venire da «un permanente e forte legame tra la dimensione etica e la dimensione tecnica dell’economia». Parlando, in particolare, sulla questione dell’austerità, di stretta attualità soprattutto in Europa, il cardinale ha rilevato che «austerità non è in se stessa una cosa cattiva ma oggi, per l’interpretazione che ne viene fatta in ambiti politici ed economici, è diventata una parolaccia». In effetti «le misure di austerità hanno provocato un’accelerazione della disuguaglianza con un aumento della povertà». Ma anche a questo riguardo la dottrina sociale della Chiesa indica «la direzione e i contenuti» di una crescita giusta. Il cardinale ha presentato anche i problemi dell’America latina, sottolineando che in questa realtà «non si parla più del prodotto interno lordo, ma di prodotto interno criminale e questo è triste». Non è mancato un riferimento alla complementarietà tra etica ed economia: «Solo uno sviluppo umano sostenibile ed equo — ha detto — garantisce il progresso dei popoli». Tutto questo comporta per la Chiesa «una grande sfida»: si tratta di «evangelizzare lo sviluppo umano». Per il cardinale, la pastorale sociale diventa «più efficace e feconda quanto più i soggetti, individuali o associati, vivono nella comunione tra loro e con Colui che è morto e risorto. Ogni soggetto ecclesiale — ha spiegato — concorre a questa pastorale secondo il proprio carisma e il proprio ministero, dando un apporto specifico secondo i principi di sussidiarietà, di complementarietà e di reciprocità». In altre parole, ha proseguito, «la Chiesa, in questa comunità articolata in più soggetti, deve rendere visibile Gesù Cristo, annunciandolo e testimoniandolo come speranza, realizzandosi come casa e scuola di comunione». E in questo è decisivo il ruolo dei laici. Ma, ha avvertito il porporato, non si tratta tanto di interrogarsi sul posto dei laici nella Chiesa, bensì sui modi della loro integrazione nella sinfonia delle vocazioni, dei ministeri e delle missioni». Il cardinale ha invitato quindi a «dialogare con i nuovi areopaghi culturali per far vivere quell’umanità che in Cristo raggiunge il suo compimento e che è il principio della ristrutturazione del sociale ampiamente inteso». E «i problemi cruciali relativamente al sociale», appaiono, secondo il cardinale Rodríguez Maradiaga, «l’agnosticismo e il relativismo etico; l’assolutizzazione della libertà; la separazione tra etica personale ed etica pubblica; la separazione della legge morale e del diritto; una laicità statale sempre più chiusa rispetto all’essenza etica delle persone e sempre più preda del nichilismo; una democrazia ridotta prevalentemente a regole procedurali e messa in crisi da poteri forti, da consistenti fenomeni di populismo; la sottovalutazione della dimensione istituzionale e pubblica della famiglia, che enfatizzandone le dimensioni soggettive e psicologiche, la equipara a un gruppo di mera convivenza, assimilandola alle unioni di fatto, aprendo le porte alla richiesta di riconoscimento giuridico anche per le unioni omosessuali». E ancora «la crisi del rapporto tra uomo e ambiente». Di fronte a questi problemi si deve rispondere cercando di «rendere le persone consapevoli della propria capacità di conoscere la verità e il suo anelito verso un senso ultimo e definitivo». Dunque «per rendere più visibile il fatto che Cristo è veramente la nostra unica speranza» è necessario «coltivare — ha spiegato — una ragione integrale, sapienziale, vivificata dall’agape. Solo grazie a una ragione capace di trascendere i dati empirici per giungere, nella sua ricerca della verità, a qualcosa di assoluto, di ultimo, di fondante, è possibile superare lo scetticismo e il relativismo morale, per conoscere la persona secondo il volume totale delle sue dimensioni costitutive, per promuoverne la dignità, cominciando dall’inviolabile diritto alla vita, dal concepimento fino alla morte, e dal riconoscimento della sua ineludibile dimensione religiosa». Ed è possibile anche «proporre una libertà che non sia radicale; evidenziare la continuità tra vita personale ed etica pubblica; indicare nella legge morale naturale il fondamento granitico del diritto e dell’obbligazione etica prima ancora che nel consenso della maggioranza; additare il fondamento di verità di quei principi pratici, su cui convergono le varie famiglie spirituali delle società multiculturali e che costituiscono il cuore etico delle democrazie; riaffermare che la morale è parte costitutiva della vita economica; rivalutare l’amore nella vita sociale; ridare un’anima etica alla democrazia; elaborare e diffondere quell’antropologia relazionale che risponde alla piena verità dell’uomo e che consente di superare una concezione del tutto privatistica del matrimonio e della famiglia, nonché di considerare quanto sia incongrua la pretesa di attribuire una realtà coniugale all’unione fra persone dello stesso sesso». Secondo il cardinale, di fronte «a tali problematiche occorre render più visibile la figura di Gesù Cristo come speranza». Però, ha concluso, «l’evangelizzazione del sociale e la sua umanizzazione traggono vigore e speranza dalla testimonianza stessa della novità di vita donata dal Signore Gesù, quando trova adesioni e consenso in un numero significativo di uomini di buona volontà. Ciò accade ogni giorno, allorché si pone mano ad iniziative nuove nella cooperazione, nell’economia e nella cultura».© Osservatore Romano - 23 novembre 2013