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Rassegna stampa etica
di MARIO PONZI
«La notizia della scelta coraggiosa del nostro grande Papa ha arricchito la celebrazione di questa Giornata mondiale del malato che proprio lui — e forse non a caso, possiamo dire ora — ha voluto fosse celebrata ad Altötting, nella sua Baviera e nel santuario della sua giovinezza».
Lo dice con naturalezza l’a rc i v e s c o v o Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio per gli Opera-tori Sanitari, facendo un primo bi-lancio della celebrazione: «ma solo di questa meravigliosa giornata — precisa — perchè ciò che riguarda la decisione personale di Benedetto XVImerita unicamente rispetto e si-lenzio». Intanto c’è da rilevare la straordinaria partecipazione dei fedeli bavaresi. Un dato da sottolineare in un momento in cui appare sempre più attuale l’intui-zione di Giovanni Paolo II, che istituì la giornata per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulle necessità del malato, sempre più penalizzato da una mentalità che punta tutto sull’efficienti-smo piuttosto che sulla solidarietà. Effettivamente si è trattato di un riscontro eccellente della valenza di questa giornata. La Baviera ha ri-sposto in modo straordinario e ci ha dato modo di vivere una straordina-ria esperienza di Chiesa. Anche i ve-scovi che hanno partecipato nume-rosi hanno arricchito questo mo-mento particolare della vita della Chiesa che si china sulla sofferenza umana. Ed è un segno importante per il nostro mondo. Parliamo di una giornata dedicata alle persone sofferenti mentre, soprattutto nei Paesi industrializzati, sembra che oggi si tenda a evitare i temi della malattia e della morte. Nonostante, come sottolineato da Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi, non sia certo «lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uo-mo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infi-nito amore». Una delle chiavi di volta della Giornata mondiale del malato, che costituisce un’o ccasione anche di crescita e maturazione, è certamente il messaggio che il Papa indirizza annualmente ai sofferenti coinvolgendo anche gli agenti di pastorale sanitaria, i familiari, i vo-lontari. Un esempio per tutti è co-stituito dalla riscoperta del sacra-mento dell’unzione degli infermi. Lo abbiamo letto negli occhi di quelli ai quali lo abbiamo ammini-strato ad Altötting. Proprio grazie al messaggio dello scorso anno, è oggi assai meglio compreso dai fedeli, molti dei quali, certamente quelli meno formati, pensano che la sua amministrazione coincida unicamen-te con l’agonia della persona mala-ta. Più in generale, la sensibilizza-zione o, in alcuni casi, la “mobilita-zione” delle comunità ecclesiali per questa occasione, ne testimoniano già da sole l’efficacia. Ed è certa-mente di conforto e di sostegno al nostro agire, il pensare a quante persone abbiano potuto e possano beneficiare di un impegno così grande e diffuso. In occasione del giubileo d’argento del nostro Ponti-ficio Consiglio, celebrato due anni fa, abbiamo fatto, tra l’altro, una sorta di “bilancio” dell’imp egno profuso e delle attività effettivamen-te svolte rispetto al mandato istitu-zionale. Pur nella consapevolezza dell’enormità del bisogno ancora presente nel mondo nell’ambito del-la pastorale della salute, abbiamo potuto verificare i grandi progressi ottenuti dalla Chiesa a tutti i livelli, anche grazie alle celebrazioni di questa giornata che oggi si svolgono in ogni parte del mondo e sono co-munque un’importante occasione per sollevare il problema di una maggiore attenzione da dedicare alle persone malate. E poi consideriamo che il tempo di Dio non corrispon-de a quello degli uomini. Come è nata la scelta del santuario di Altötting per celebrare questa giornata? Il legame della giornata del mala-to con la Madre di Dio e i santuari a Lei dedicati è strettissimo. Non a caso Papa Wojtyła volle che la data della giornata coincidesse con la memoria liturgica della beata Maria Vergine di Lourdes. Giovanni Paolo II nella Salvifici doloris ricorda in proposito che «insieme con Maria, Madre di Cristo, che stava sotto la croce, ci fermiamo accanto a tutte le croci dell’uomo di oggi» e che Lourdes, in quanto «santuario ma-riano tra i più cari al popolo cristia-no, è luogo e insieme simbolo di speranza e di grazia nel segno dell’accettazione e dell’offerta della sofferenza salvifica». La giornata mondiale è stata celebrata in molti tra i principali santuari mariani del mondo, a partire da Loreto, Fátima, Guadalupe e Częstochowa. Nel cor-so degli anni, inoltre, si è voluto ce-lebrarla in forma solenne cercando di rispettare un’equa alternanza tra i cinque continenti. Questa ventune-sima edizione era stata già program-mata in Europa e la scelta di Altöt-ting, in Baviera, è stata, si potrebbe quasi dire, “automatica” data la sto-ria e l’influenza del santuario nell’Europa centrale e non solo. Inoltre crediamo sia stato un privile-gio per tutti i pellegrini che hanno partecipato alla celebrazione, poter visitare luoghi tanto cari a Benedet-to XVI, che in questa regione è nato e ha iniziato la propria formazione re l i g i o s a . Nel messaggio per questa giornata il Papa rilancia la figura del Buon Sa-maritano. Secondo lei c’è ancora spe-ranza che nel mondo di oggi ci siano persone disposte e capaci a seguirne l’esempio, senza correre il rischio di re-stare invischiate nelle logiche di mer-cato? Sono ormai riconosciute la cre-scente secolarizzazione delle società, soprattutto nei Paesi cosiddetti “ric-chi”, l’apparente prevalere dell’inte-resse individuale su quello comuni-tario, l’emulazione di modelli basati sull’esteriorità anche a scapito dell’interiorità. In un tale contesto, le logiche di mercato hanno certa-mente una maggiore facilità a im-porsi, mentre il rispetto della perso-na nella sua interezza, della dignità dei singoli e delle popolazioni può al contrario soffrirne. La stessa para-bola lucana già contiene però anche una risposta-soluzione immediata alla problematica: il samaritano non è il primo a passare dopo l’a g g re s -sione, bensì il terzo e in qualche modo il più “distante” dalla persona ferita; eppure è il solo a interessarsi del malcapitato e a prendersi cura di lui. Ciò comunque non esime al-cuno fra i cristiani, quale che sia il ruolo svolto, dal farsi carico dell’al-tro, del prossimo, del meno fortuna-to, e di contribuire a far sì che an-che nell’ambito di appartenenza si rispetti la dignità di ogni persona e tutti possano aver accesso alle cure di base. Più volte il Papa, così come il dicaste-ro che lei presiede, ha denunciato l’inaccessibilità alle cure per gran parte della popolazione mondiale. A cosa è dovuto secondo lei questo fenomeno ne-gativo e cosa si può fare per evitarlo? I continenti e le regioni maggior-mente segnati dall’insufficienza di strutture sanitarie anche di base so-no ancora oggi l’Africa, molta parte dell’Asia e dell’America latina. Tale carenza, per varie cause, non riesce a essere colmata per diverse ragioni: il reddito medio della popolazione, il costo dell’erogazione dei servizi, e così via. La presenza di centri di as-sistenza e di cura cattolici, oltre 120.000 nel mondo, è di sostanziale aiuto, specialmente nelle aree più remote, ma non può certo sostituire l’impegno dei singoli Governi e del-la comunità internazionale, o esi-merli dall’affrontare questa grave si-tuazione per porvi rimedio secondo le rispettive esigenze e possibilità. In secondo luogo, permane il dove-re morale da parte degli Stati che dispongono di maggiori risorse eco-nomiche, di essere solidali con quel-li economicamente svantaggiati per assicurare un accesso universale alle cure. Desidero in proposito ricorda-re il forte appello contenuto nella Caritas in veritate: «Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal rico-noscimento di essere una sola fami-glia, che collabora in vera comunio-ne ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro». Questo dovrebbe essere sufficiente a far riflettere tutti.

© Osservatore Romano - 14 febbraio 2013