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Rassegna stampa etica
istintodi ROBERT SPAEMANN

Fini naturalistabilisce un ponte con l’altro mio libro, Grenzen, dedicato interamente alla dimensione etica del mio lavoro. Fini naturaliintende mo-strare come i processi vitali possano essere intesi soltanto come processi orientati; processi nei quali si realiz-za un essere-da-verso, ossia una sorta di impulso, che non si lascia ri-durre a processi causali.
E io ho cer-cato di far vedere come tutto questo fosse già stato visto da Duns Scoto: laddove si tratta di un orientamento a un fine, là si verifica anche qualco-sa come una mancanza di questo fine, ossia un errore della natura. Ha-martìas tes physios, peccatum naturae, liberi da errori. La lepre non può realizzare il suo istinto di autocon-servazione. Ma come stanno le cose con la leonessa, della quale scrive Philippa Foot, la leonessa che non porta i suoi cuccioli a caccia, impe-dendo loro di imparare a nutrirsi? La leonessa non comprende il fine del proprio istinto. Oppure, come stanno le cose con uomini o animali che non riescono a seguire la specifi-ca forza d’attrazione che proviene dall’altro sesso? L’assenza di questi istinti potenti o il cambiamento del fine dell’istinto è chiaramente un’anomalia, poiché su questa forza d’attrazione si basa la sopravvivenza della specie. Oppure pensiamo alla pedofilia. Sarebbe da irresponsabili fare di un pedofilo il di-rettore di un collegio, ossia non discriminarlo in questa sua caratteristi-ca. Tutti questi esempi mostrano come non tutti i tipi di orientamento istintivo a un fine possa-no essere considerati «naturali». Gli uomini sono animali dotati di un impulso o di un istin-to al pari di ogni altro essere vivente. Ma essi non sono soltanto esseri istintivi. Aristotele scrive che l’agire umano impli-ca due componenti: Ò re -xis, ossia una brama istintiva, e Lògos, ossia la capacità di assoggettare l’istinto soggettivo al cri-terio della ragione o di correggerlo. Ò re x i s rappresenta un motivo "prima facie" per fare qualcosa. Illògos decide della qualità etica di questo motivo. La fame è un sufficiente motivo prima facie per mangiare. Può darsi tuttavia che il medico mi abbia proibito di mangiare nelle prossime 24 ore, o che sia tempo di Quaresima. Motivi più che sufficien-ti per superare il motivo prima facie. Gli uomini non vengono guidati ciecamente dall’istinto, bensì lo in-terpretano. Un animale che sia affet-to da inappetenza cronica, smette semplicemente di mangiare e alla fi-ne muore. Gli uomini invece sanno che l’accoppiamento serve alla prose-cuzione della specie e, in caso di ste-rilità, vanno dal medico (la ricerca intenzionale di un accoppiamento che non sia fertile costituisce un ca-pitolo a sé, che qui non intendo af-frontare). Ciò che vorrei mostrare è che physis, n a t u r, sono sempre la par-ticolare natura di una specie. Le co-se, in particolare quelle viventi, non sono semplicemente un to de ti, un qualcosa che è. Sono un qualcosa che è soltanto nella forma di un es-sere così e così. Per esempio è qual-cosa che è un uomo, un animale o una pianta di una determinata spe-cie. La loro natura è quella della lo-ro particolare specie. Anche l’impul-so orientato in modo sbagliato ha un tèlos, ma questo non è il tèlos del-la «natura». Il drogato può ricono-scere il carattere distruttivo e quindi innaturale del suo desiderio e sotto-porsi a una terapia. È capace di una secundary volition che sospende l’im-mediata soddisfazione del suo im-pulso. Il «naturale» si manifesta anzitut-to nell’interpretazione dell’impulso. Il naturale è ciò che corrisponde a un genere. È qui il fondamento del fatto che la negazione della costitu-zione teleologica del mondo si ac-compagna sempre a una posizione nominalista. Il nominalismo non co-nosce alcuna specie naturale, bensì soltanto diversi modi di essere qualcosa. Tutto ciò a cui gli individui aspirano appartiene alla loro natura individuale. Secondo questa conce-zione, siamo individui contenuti in classi. Ma in base a che cosa ordi-niamo un oggetto a una classe? Di solito la risposta suona così: in base a similitudini. Ma un cagnolino na-no è assai più simile a un gatto che a un alano. E tuttavia cagnolino e alano stanno insieme. In base a che cosa? In base alla parentela. Ma che significa similitudine? Tutti i tentati-vi di definirlo sono falliti e non pos-sono che fallire, poiché sono sempre circolari. Cosicché Bertrand Russell poté scrivere che il nominalismo naufraga sulla similitudine. Esso non potrebbe indicare certi gruppi di co-se simili attraverso nessun’altra qua-lità che la loro stessa similitudine. Nel mio saggio sulla similitudine, che si trova nel secondo volume del mio libro Schritte über uns hinaus, ho cercato di approfondire questo asp etto. Quando lo scrissi, il concetto di simile mi apparve come un concetto fondamentale che, al pari del concet-to di essente, non può essere ordina-to a nessun altro genere. Ciò, me ne rendo conto ora, fu un errore. Simile indica infatti una sorta di vicinanza, precisamente una vicinanza qualitati-va. Il concetto complementare è quello della lontananza. Altre forme di vicinanza sono la vicinanza spa-ziale, quella quantitativa, ossia vici-nanze misurabili. Altre ancora sono quelle temporali e la distanza o quelle matematiche: il cinque è più vicino al sei che al sette. Oppure an-cora si pensi a gradi di parentela più o meno stretti, oppure a diversi gra-di di vicinanza emotiva, come per esempio l’amicizia. In effetti qui siamo giunti a un punto finale. Tutto ciò che è, si tro-va con tutto il resto in un rapporto di vicinanza o di lontananza. Non esiste l’assoluta vicinanza. Assoluta vicinanza sarebbe identità. A sua volta, l’assoluta lontananza, ossia una lontananza infinitamente lonta-na, sarebbe il non essere. Quando nel salmo si dice che Dio allontana da noi le nostre colpe, qui «lonta-no» significa infinitamente lontano e infinitamente lontano significa che l’allontanato non esiste più. Non può esistere una stella infinitamente lontana. Se essa ha un luogo, vuol dire che ha una determinata distanza da noi, quindi una determinata vici-nanza. Ciò che mi piacerebbe scrivere, ma sono troppo vecchio per farlo, è un’ontologia sulla base dei fonda-mentali concetti di vicinanza e lonta-nanza. Una tale teoria avrebbe con-seguenze imprevedibili e sorpren-denti. In Schritte über uns hinausho gettato quest’idea come un messag-gio nella bottiglia nel mare della co-munità dei comunicanti. Finora non l’ha aperto nessuno.

© Osservatore Romano - 10 gennaio 2013