Gianluigi Cardinali
“Puoi rassicurarmi sull’andamento dell’epidemia?”. È la domanda ai primi di marzo di una madre che deve recarsi in ospedale per partorire. Guardo le curve epidemiologiche degli istituti internazionali e quelle che vado producendo io. No, non c’è niente di rassicurante, è evidente un’esplosione di contagi. Posso solo rassicurarla perché è donna e giovane: basso rischio.
La bambina nascerà e andrà tutto bene, auguri a lei e a tutte le creature nate in un tempo di morte.
Questa semplice conversazione nel periodo di quarantena apre un mondo di domande. Nell’epoca dei big data siamo subissati da numeri, ma quando capita qualcosa di insolito e minaccioso come questa pandemia quello che conta è il loro senso. E allora la questione è: i numeri, i tanti numeri, che nesso hanno con la realtà, come essere sicuri del loro senso?
La sera alle 18 da molti giorni si ripete il rito della conferenza stampa della Protezione Civile. Molti aspettano con ansia e trepidazione questi quattro dati giornalieri (positivi, guariti, morti e infetti totali) e le rispettive variazioni rispetto al giorno prima. Magari un giorno tiriamo un sospiro di sollievo per ricadere nella disperazione il giorno dopo se la tendenza è peggiorata. Giustamente gli epidemiologi raccomandano di non guardare e di non fissarsi sul dato giornaliero, ma sembra diventata una specie di droga di cui non si possa fare a meno. Ebbene cosa dicono questi dati? Di fatto molto meno di quanto si possa pensare. Infatti, i dati dei positivi dipendono dai tamponi fatti e di questi tempi, in molte realtà non si hanno reagenti a sufficienza. Si sta raschiando il fondo del barile per trovare kit e reagenti, ma la domanda di analisi è sproporzionata non solo alle scorte finite da tempo, ma anche alle capacità di approvvigionamento. Ne consegue che se arrivano i kit magari il dato dei positivi cresce, ma non per questo sono cresciuti i positivi; al tempo stesso se mancano i kit avremo un dato sottostimato. Ecco il punto della faccenda: questi dati sono giustamente stime, non possono essere altro, ma la percezione generale è che i dati siano qualcosa di assolutamente esatto e nitido, incontrovertibile. L’abbiamo imparato sui banchi di scuola, quando i numeri erano quelli “esatti” dell’aritmetica, quando un lato di 50 mm è appunto 50 mm senza incertezze di misure. Ecco allora che i numeri si ammantano di precisione e oggettività adamantine, non scalfite dalla difficoltà che emerge nel generarli. Con l’andare del tempo si impara quanto infido possa essere il numero se non se ne conosce il contesto in cui è stato generato. Non a caso, i grandi database non cercano solo le grandi messi di dati, appunto i big data, ma soprattutto i metadata. I metadata in alcuni vocabolari (cfr. Merriam Webster) sono descritti come i dati “oltre i dati”, un po’ come la metafisica sarebbe ciò che va al di là della fisica. Curiosa particella il metà greco, vuol dire oltre, ma anche dopo e spesso anche con. Di fatto i metadata sono quei dati che accompagnano i dati (per cui metà sarebbe un con), ma sono anche ciò che ci permette di dare loro un senso al di là dello stretto valore numerico (per cui metà sarebbe un oltre). Interessante notare come al giorno d’oggi sia più difficile reperire metadata che dati e questo a volte pone il problema del senso. Abbiamo la capacità di generare la sequenza di tera-basi di DNA (tera = milioni di milioni) in un solo centro di analisi in un giorno, ma non abbiamo quasi mai i metadata relativi agli organismi sequenziati. Ne deriva un accumulo e spesso una ridotta capacità di comprensione. Possiamo raccogliere Terabit di dati sugli spostamenti delle persone ogni giorno e trarne conclusioni come quelle necessarie in questi giorni sul livello di mobilità. Ma il senso del movimento non è certo racchiuso nelle distanze. Proprio le distanze con la loro oggettività servono a far luce di un inganno ancora più sottile che pervade molte analisi.
Chiariamoci, le distanze se ben calcolate sono oggettive e sono dati preziosi sia che si tratti di distanze geografiche o di distanze statistiche che descrivano le differenze fra oggetti. Il problema nasce quando dal dato puramente quantitativo della distanza cerchiamo di trarre un senso; se vogliamo, il problema è passare da un livello quantitativo ad uno qualitativo. Se il livello quantitativo è ovvio, risponde alla domanda “quanto?”, quello qualitativo risponde a vari tipi di domande del tipo “Si o no?”, “utile o dannoso” e così via. Questo problema lo si può capire bene pensando a un paradosso generato proprio in questi giorni dai decreti relativi al COVID. Per limitare il traffico è stato vietato di varcare i confini dei comuni, salvo casi particolari normati nei vari decreti.
Ebbene, succede che, qualora ci si trovasse al confine di un comune, sarebbe molto più breve il tragitto per andare al supermarket più prossimo del comune adiacente, piuttosto che a quello più lontano del proprio comune. Il paradosso dimostra che definizioni e separazioni, convenzioni pur necessarie nella vita quotidiana, finiscono per falsare la realtà se prese in chiave nominalista, ovvero senza esplicitare il loro nesso con la realtà: infatti, chi varcasse i confini del comune rispetterebbe meglio la giusta norma di ridurre la distanza percorsa. Chi volesse studiare, o anche solo visualizzare, l’evoluzione del coronavirus in questi mesi (https://nextstrain.org/ncov/global) si troverebbe a vedere come in poco tempo si siano formati tanti cloni anche molto diversi fra loro, tanto da far nascere la domanda se sia ancora “quel virus” o se stia già diventando rapidamente tanti tipi diversi di virus.
Al momento (17 aprile), un virus isolato in Senegal presenta 20 cambiamenti rispetto alla sequenza capostipite, Quante variazioni sulle circa 30.000 paia di basi del SARS-CoV-2 servono per dire che il virus originale nel frattempo è diventato un altro? Ecco di nuovo il paradosso delle distanze.
Il calcolo della distanza è oggettivo, ma il giudizio richiede un salto di qualità, appunto il passaggio dal quanto al quale. Al proposito è chiaro il vecchio adagio del Matematico Jules Henrì Poincarè “La scienza è costruita di fatti, come una casa è costruita di mattoni; ma un accumulo di fatti non è una scienza di più che un mucchio di mattoni”.
Insomma, senza una visione, senza un modello, senza una contestualizzazione il quanto non riesce a produrre il quale, né il tanto produce il tale.
Può servire a questo proposito contemplare come la Sapienza antica e poetica avesse trovato una mirabile sintesi di questa situazione dialettica in un verso del Preconio Pasquale: O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem!
Gianluigi Cardinali, microbiologo,
professore ordinario dell'Università di Perugia