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la fame1NAIROBI, 15. Dopo l’allarme lanciato nei giorni scorsi dalla Chiesa cattolica in Kenya, il ministero della salute ha costituito una commissione d’inchiesta sulla controversa campagna di vaccinazione antitetanica che, secondo i vescovi, nasconde un programma di sterilizzazione forzata delle donne. In una dichiarazione pubblicata il 6 novembre scorso al termine dell’assemblea plenaria, la Conferenza episcopale del Kenya ha ribadito che «pur essendo a favore delle ordinarie campagne di vaccinazione (spesso condotte con il contributo delle strutture sanitarie cattoliche) resta una forte perplessità per la segretezza con la quale viene portata avanti la campagna antitetanica, avviata nel Paese da alcuni mesi».
La Chiesa — riferisce Fides — è riuscita a ottenere diverse dosi del vaccino, che sono state analizzate da quattro diversi laboratori in Kenya e all’estero. «Vogliamo annunciare che tutti i test dimostrano che il vaccino usato in Kenya a marzo e a ottobre 2014 — proseguono i vescovi — è in effetti contaminato con l’ormone Beta-Hcg». Questa combinata con il vaccino antitetanico, diventa in realtà un vaccino contro la gravidanza. Una metodologia simile è stata utilizzata in precedenti campagne antitetaniche nelle Filippine, in Nicaragua e Messico. Nel documento dei vescovi, vengono denunciate le intimidazioni nei confronti dei medici che hanno confermato le informazioni sul vaccino. «Siamo convinti — aggiungono i vescovi che chiedono ai keniani di evitare la campagna antitetanica — che si tratta di un programma mascherato di controllo della p op olazione». Il segretario alla salute, James Macharia, ha affermato che il comitato affronterà le obiezioni sollevate dalla Chiesa cattolica. Ci si aspetta che rappresentanti della Conferenza episcopale e della Kenyan Catholic Doctors’ Asso ciation (Kcda) siano chiamati a far parte dell’organismo d’indagine. Il dottor Stephen Karanja, presidente della Kcda, in un’intervista all’agenzia cattolica Cisa di Nairobi, ha sottolineato che la Chiesa cattolica in Kenya è il secondo ente, dopo lo Stato, a fornire assistenza medica alla popolazione, e ha partecipato ad altre campagne di vaccinazione, come quella contro la polio. Intanto, nel vicino Malawi, «la gente — ha dichiarato all’agenzia Fides monsignor Joseph Mukasa Zuza, vescovo di Mzuzu e presidente della Conferenza episcopale — muore per la mancanza di medicine e di assistenza sanitaria, perché non ci sono fondi sufficienti da destinare alla sanità». È una delle conseguenze più terribili del cosiddetto “cashgate”, lo scandalo che ha travolto buona parte dell’amministrazione statale e della politica del Malawi, provocato dalla malversazione dei fondi donati dalla comunità internazionale (in particolare dall’Ue) che coprivano il 40 per cento del bilancio statale. L’inchiesta giudiziaria ha finora accertato la scomparsa di più di 30 milioni di dollari. Dal settembre 2013, quando è scoppiato lo scandalo, a oggi, almeno 70 persone sono state a r re s t a t e . «A causa del cashgate — ha spiegato il vescovo — i nostri partner internazionali hanno bloccato l’invio di ulteriori fondi, fino a quando non saranno sicuri che il denaro da loro versato sia utilizzato per i fini ai quali è destinato. Il settore più colpito dalla mancanza degli aiuti dei nostri donatori è quello sanitario. Alcuni farmaci diventano sempre più costosi e non ci sono risorse per acquistarli. Ci sono persone che muoiono per la mancanza di cure adeguate. La Chiesa — ha proseguito il presidente della Conferenza episcopale — fa quello che può per aiutare i più bisognosi, ma anche noi siamo dipendenti dagli aiuti esterni e non possiamo far fronte a tutte le necessità, visto che lo Stato stesso non è in grado di farlo». Secondo dati recenti, nel Malawi il 25 per cento della popolazione vive nell’estrema povertà, con meno di un dollaro al giorno, quindi senza nemmeno la possibilità di avere cibo a sufficienza.

© Osservatore Romano - 16 novembre 2014