«Mi uccida, altrimenti è un assassino!». Queste le parole che Franz Kafka, sul letto di morte, avrebbe pronunciato, secondo il suo biografo Max Brod, all’amico e medico Robert Klopstock, parole dettate dallo strazio che gli stava procurando una letale tubercolosi laringea. Anche Amleto, nel suo celebre monologo e accarezzando il paradosso, vedeva nella morte la salvezza da una vita solo afflitta da sofferenze. Papa Leone XIV è di avviso diverso. Non c’è sofferenza che possa far scemare la dignità della persona: «La persona umana è […] “degna” per il semplice fatto di esistere», ha ricordato qualche giorno fa ai malati di Lourdes. Ed ha aggiunto: «So che per alcuni di voi, a causa di particolari patologie e di dolori talvolta terribili, l’orizzonte può apparire cupo, incerto, senza via d’uscita. Ma nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità». Ma se noi siamo anche il nostro corpo, come è possibile che quando il corpo si piaga, quando viene flagellato dalla sofferenza, quando ormai è diventato una gabbia di dolore, come è possibile che la nostra dignità non s’impoverisca, non vada distrutta sotto l’impeto delle ondate di dolore che patiamo?
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