di EUGENIO CAPOZZI
Il grande scontro novecentesco tra democrazie occidentali e totalitarismi ha consolidato, nel tempo, l’idea di una convergenza sostanzialmente inevitabile tra la cultura democratica e quella liberale. Ma nel XXI secolo, davanti alle contraddizioni innescate dalla globalizzazione e alla perdita di centralità della stessa civiltà occidentale nel mondo, è ancora possibile dare per scontata tale convergenza? Da questo orizzonte problematico prende avvio l’ambizioso volume di Biagio de Giovanni, Alle origini della democrazia di massa.
I filosofi e i giuristi (Napoli, Editoriale Scientifica, 2013, pagine 398, euro 20). L’autore, filosofo politico di formazione marxista e a lungo parlamentare del Pci e del Pds, ha alle spalle una lunga riflessione sulla crisi delle ideologie moderne. Secondo de Giovanni non è casuale il fatto che il Novecento abbia potuto essere considerato al tempo stesso come il secolo della democrazia e quello del totalitarismo. Fin dal suo primo manifestarsi con la rivoluzione del 1789, infatti, l’ideologia democratica moderna recava già in sé presupposti inequivocabilmente dispotici, in quanto essa incarnava «l’irruzione della vita nella politica», l’ascesa di una «potenza collettiva, variamente nominata: popolo, nazione, classe, massa», molto difficilmente disciplinabile in modo da salvaguardare le libertà dei governati e i limiti del potere. Essa introduceva dunque nella dialettica politica — a dispetto dei suoi fondamenti universalistici — soprattutto fattori di divisione ed esclusione: di cui le ideologie totalitarie avrebbero rappresentato uno tra i logici sviluppi possibili. È proprio rispetto a quel “potere totale” originario che si definisce il liberalismo politico otto-novecentesco, animato dall’aspirazione a ripristinare una distanza tra vita e politica attraverso la rappresentanza e la limitazione della sovranità. Una tendenza che l’autore identifica soprattutto, più che nel modello costituzionale britannico progressivamente diffusosi sul Vecchio Continente, nel grande sviluppo dello Stato di diritto avvenuto nei Paesi continentali tra i due secoli: esemplarmente riassunto dal supremo formalismo di giuristi come Hans Kelsen, e aspramente combattuto da pensatori di varia ispirazione uniti invece dall’enfatizzazione della sovranità proprio come fusione tra vita e politica. Le barriere liberali non sono mai riuscite però, in ultima analisi, a disinnescare la carica distruttiva della democrazia. Il processo di massificazione della società e della politica — acutamente percepito da letterati e filosofi come Ortega y Gasset, Canetti, Adorno, Benjamin — non ha mai arrestato i suoi effetti a catena, non solo nell’era delle dittature totalitarie ma persino dopo la loro fine. Una mutazione culturale potenzialmente ancor più disgregante si era infatti già nel frattempo avviata proprio nel cuore delle liberaldemocrazie occidentali: il crescente peso in esse assunto dalla “biop olitica”. Intesa da un lato, secondo l’accezione proposta di Foucault, come tendenza al controllo totale di ogni aspetto della vita umana da parte del potere. Dall’altro, più in particolare, come progressivo appiattimento della stessa nozione di diritti soggettivi su un caotico sovrapporsi di rivendicazioni legate alla vita biologica. Nelle democrazie, la crescente invadenza delle tematiche biopolitiche si è tradotta in una richiesta di uguaglianza tanto più radicale e insistita quanto più si applica a differenze esistenziali irriducibili: come nella sfera sessuale, o nella pretesa della programmazione integrale tanto della generazione quanto del “fine vita”. Allo stesso “richiamo della foresta” dell’originario, disordinato vitalismo democratico va ricondotta però, secondo l’a u t o re , anche l’impetuosa crescita di movimenti e leadership populisti, nazionalisti, xenofobi sulle ceneri dei partiti e delle ideologie tradizionali. Totalmente insufficiente — se non addirittura controproducente — a contrastare questa crescita appare a de Giovanni la forma più recente assunta dal costituzionalismo liberaldemocratico occidentale: la pressoché totale “giuridicizzazione” della politica, fondata su un’algida ideologia dei diritti umani, affidata a élites a tasso crescente di tecnocrazia e incarnata in istituzioni sovranazionali che vengono percepite sempre più da larghi settori delle opinioni pubbliche come espressione di poteri oligarchici. In conclusione, l’affresco disegnato da de Giovanni spinge soprattutto a chiedersi se l’inconsistenza dei limiti oggi proposti al “corto circuito” biopolitica/populismo non abbia qualcosa a che vedere proprio con la riduzione del liberalismo europeo-occidentale a un formale e legalistico depotenziamento della democrazia. Tale riduzione rappresenta infatti in realtà una perdita di contatto con la radice più profonda e antica del costituzionalismo liberale: l’universalismo cristiano fondato sulla sacralità dell’essere umano, primo e fondamentale limite all’invadenza del potere, trasmesso alla modernità attraverso il “diritto comune” dell’Europa medio evale.
© Osservatore Romano - 19 maggio 2013
Il filo sottile che lega democrazia e totalitarismo
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