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Fino a due anni fa dire che la ricerca sulle cellule embrionali era destinata al fallimento, in America, significava essere bollati come retrogradi, scienziati di "serie b", magari anche con qualche rotella fuori posto. Ancor di più se chi lo professava era nero. Ed è proprio così che James L. Sherley, tra i maggiori esperti di staminali adulte del Paese e pezzo da novanta del prestigioso Massachusets Institute of Technology di Boston, veniva definito da molti dei suoi colleghi. Convinti che la panacea di tutti i mali, il graal del ventunesimo secolo, fosse nascosto lì, negli embrioni. E che un professore afro-americano andasse screditato. La frattura seguita all'ennesimo episodio di discriminazione vide Sherley costretto a lasciare la cattedra, e proseguire la sua ricerca in un altro laboratorio. Convinto che le cose sarebbero cambiate. La scoperta un anno fa da parte di Shinya Yamanaka di un giacimento infinito di staminali simili per prestazioni alle embrionali (le cellule adulte riprogrammate, o Ips) gli ha dato ragione. Ma il contraccolpo delle dichiarazioni di Obama sui fondi federali da destinare alle embrionali, smantellando il veto opposto per otto anni da Bush, oggi lo delude.

L'annuncio del neopresidente Obama di voler impiegare i fondi federali nel campo della ricerca sulle staminali embrionali fa discutere. Che idea si è fatto della vicenda?
«Sono cattive notizie. Che però, in un certo senso, mi aspettavo. Ricordo molto bene che il 17 luglio del 2007, quando conquistò la nomination a candidato democratico per le elezioni, l'allora senatore dell'Illinois parlò a un incontro organizzato da "Planned Parenthood", una società nota per le sue posizioni a favore dell'aborto. Fu chiaro fin da allora il suo interesse politico: conquistare il supporto elettorale del mondo "pro-choice" (favorevole ad aborto e ricerca sugli embrioni, ndr). Obama sostenne con fermezza che le donne avrebbero dovuto avere il diritto di scegliere l'aborto. Quello che mi stupì, fin da subito, fu che nello stesso discorso sottolineò anche l'importanza di insegnare e seguire da vicino la scienza. Ebbene, credo che le due idee siano completamente contraddittorie. I fondamenti della scienza e della biologia, infatti, insegnano che la vita umana inizia col concepimento. Nessun se, o ma. La ricerca sugli embrioni, che li distrugge, e l'aborto, che distrugge i feti, sono entrambe cose che eliminano vite innocenti. Ora che ha raggiunto il suo obiettivo politico, Obama dovrà riconciliare queste due posizioni».

È sorprendente come un uomo che si è presentato quale fautore del cambiamento non prenda in esame gli scarsi successi della ricerca sugli embrioni e la svolta, ben più foriera di conquiste concrete in campo medico, delle riprogrammate.
«È ancora più sorprendente vedere un presidente che ha basato la propria campagna elettorale sugli ideali dell'unità e dei principi fondanti della nazione americana escludere gli esseri umani nascenti (gli embrioni) e quelli già concepiti (i bimbi nel grembo materno) dal diritto inalienabile alla vita, che è sancito nella nostra Dichiarazione d'indipendenza. Ho anche notato che spesso Obama ha parlato semplicemente di "ricerca sulle staminali", e non di "ricerca sulle staminali embrionali": questo mi è parso ambiguo. Staremo a vedere cosa succederà davvero dopo il 20 gennaio, quando Obama si insedierà ufficialmente alla Casa Bianca. Per ora l'unica nota positiva che vedo nel recedere dal veto di Bush sui fondi federali per la ricerca sugli embrioni è che i sostenitori di quella ricerca non avranno più scuse per il fallimento dei loro esperimenti. Per il resto, sono deluso: quei fondi dovrebbero essere indirizzati agli studi sulle staminali che funzionano».

Già, perché le ricerche sugli embrioni, finora, non hanno portato a nessun risultato...
«Infatti. Non mi stancherò mai di ripeterlo, anche se questa posizione mi ha creato non pochi nemici nell'ambito in cui lavoro: le staminali embrionali non sono cellule "normali" e, quel che più conta, i tessuti adulti non sono predisposti per accoglierle. Ecco perché quando vengono trapiantate in un cuore, ad esempio, o in un polmone, esse scatenano tumori, precludendo ogni beneficio terapeutico. Inoltre, anche quando non innescano un processo cancerogeno, queste cellule non possono essere utilizzate per curare e guarire organi e tessuti adulti, perché mancano di una proprietà specifica delle cellule adulte: la "memoria a lungo termine"».

Può chiarire questo punto?
«Una cellula staminale adulta è dotata di una sorta di "stampo" permanente, che le consente di creare cellule adulte adatte a ogni tessuto, all'infinito. All'opposto, quando una staminale embrionale produce una cellula adulta, essa perde immediatamente quello stampo: in pratica, può farlo solo una volta. Per la salute di un tessuto o di un organo, tuttavia, occorre un continuo ricambio di cellule. Che le cellule adulte possono offrire, le embrionali no».

E poi ci sono le cellule riprogrammate.
«Altro punto importante. Anche se per produrle è necessario un'operazione ancora complessa, i risultati sono infatti alla portata di tutti, e concreti. Ecco perché decine di fondazioni e centri di ricerca anche negli Usa si sono impegnati su questo fronte. E perché molte industrie stanno già vendendo kit per la produzione delle Ips. Stiamo assistendo, in questo senso, a un fenomeno piuttosto "curioso": proprio come nel caso di James Thomson, che annunciò la scoperta in contemporanea a Yamanaka e che era stato reso celebre dalle sue scoperte sulle cellule staminali embrionali, molti laboratori che hanno pubblicato progressi nel campo della riprogrammazione erano stati i più convinti fautori della ricerca con gli embrioni (e in alcuni casi continuano anche a lavorare con essi). Questo perché è ormai noto a tutti, in campo scientifico, che le Ips sono più facili da produrre e hanno le stesse caratteristiche delle embrionali, con la differenza che non presentano problemi dal punto di vista etico».

Dunque la ricerca scientifica in America è cambiata dopo la scoperta di Yamanaka?
«Moltissimo. Le Ips hanno innescato un gran fermento in America, e non solo. Il National Institutes of Health (l'Istituto che sovrintende alla salute degli americani, ndr) ha già lanciato, per esempio, bandi per le ricerche in questo campo, focalizzando l'attenzione sulle applicazioni specifiche delle Ips e invitando i laboratori a proseguire nelle sperimentazioni senza utilizzare i geni cancerogeni inizialmente presenti nel protocollo di Yamanaka. Che poi è ancora l'unico vero "limite" di queste cellule».

Un segnale significativo, considerando che proprio gli Stati Uniti rappresentano il punto di riferimento mondiale nel campo di queste ricerche. Ma dal punto di vista strettamente etico, che esempio stanno fornendo gli Usa?
«Finora pessimo, mi verrebbe da dire. Un giudizio che in apparenza è stato confermato dalla posizione di Obama di cui dicevo. Con 40 milioni di aborti in 35 anni e con la distruzione di un numero abnorme di embrioni, gli Stati Uniti hanno finora dimostrato tutto meno che di essere la terra delle persone "libere e coraggiose". Spero che le cose possano cambiare davvero, anche in questo senso. Altrimenti rischiamo di trasformarci in una nazione di vili, imbozzolati nei nostri egoistici interessi. Un quadro sconfortante, soprattutto per chi è americano come me».

E i suoi studi? Lei è fra i pionieri della ricerca sulle staminali adulte.
«Da quando sono venuto via dal Mit di Boston, anche a causa della sistematica discriminazione nei miei confronti dovuta alla mia contrarietà alla ricerca sugli embrioni e forse anche alle mie origini, ho compiuto notevoli passi avanti nel mio programma di ricerca, focalizzato sull'impiego delle cellule staminali adulte nella riparazione di tessuti. Insieme al mio team, ora stiamo lavorando con le staminali per produrre cellule del fegato, del pancreas e dei polmoni. Con successo».
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