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Rassegna stampa etica
di Fabrice Hadjadj
(da "Le Figaro" del 7 febbraio)
C'è un gioco di carte, la brisque, dove i giocatori hanno come fine quello di fare dei "matrimoni", vale a dire di riunire nelle proprie mani un re e una regina di cuori, per esempio. Quando si hanno solo due re, o due regine, non li si chiama "matrimonio" ma "coppia" e, in tal caso, perché non arrivare fino al tris o al poker...
Certo, noi non giochiamo più molto alla brisque, ma riconosceremmo facilmente il gioco di prestigio che consiste nel fare passare una "coppia" come un "matrimonio". Un giocatore ha tutto il diritto di giocare a un altro gioco, come il poker, dove la coppia vince: ma se intende continuare a giocare alla brisque, sta barando, e ci si chiede il perché.
È ciò che sta accadendo con gli attuali governi. Non smettono di brandire il termine "uguaglianza" mentre si tratta solo di cambiare il significato della parola "matrimonio". Indubbiamente l'uguaglianza dei diritti, in fatto di matrimonio, è sempre esistita: ogni uomo aveva il diritto di sposare una donna, ogni donna aveva il diritto di sposare un uomo (con restrizioni legate all'età, alla consanguineità, alla salute mentale). Perché dunque non si ha l'onestà di ammettere che qui non si tratta di promuovere l'uguaglianza (cosa che si sarebbe potuta fare estendendo le prerogative dei Pacs o creando un'"unione libera"), ma di decidere di agire sul linguaggio?
Se ci si riflette un po', è invece il preteso "matrimonio per tutti" a produrre una situazione d'ineguaglianza. Da una parte, quanti hanno scelto il matrimonio come unione legittima di un uomo e di una donna si rendono improvvisamente conto di aver contratto un'altra cosa e sono costretti ad ammettere che la differenza sessuale implicata fino a poco tempo prima dalla loro scelta, era irrilevante. Dall'altra, per i diritti che derivano dal matrimonio, alcuni bambini avranno un padre e una madre, mentre altri avranno straordinariamente due padri o due madri (o un coniuge numero 1 e un coniuge numero 2), il che genera un'evidente disuguaglianza nei loro confronti: salta agli occhi che tra una situazione e l'altra c'è una complicazione dell'origine e un necessario ricorso a un dispositivo di correzione giuridica e persino di manipolazione demiurgica.
Ebbene, si sta facendo proprio il contrario: la normalizzazione che si opera sugli omosessuali è il segno che non li si tollera per il loro modo di turbare un certo ordine borghese; occorre quindi che s'imborghesiscano, che diventino "come gli altri". È il principio ormai vecchio della political correctness (né politico né corretto, nel senso nobile di questi due termini): si cancellano le differenze nel campo lessicale, perché non si riesce a farle comunicare nel campo sociale.

(©L'Osservatore Romano 13 febbraio 2013)