BRASÍLIA, 31. "Nonostante lo sforzo della Chiesa, delle istituzioni dello Stato e della società civile, la schiavitù sul lavoro è ancora una realtà deplorevole, in agricoltura, nell'industria, nel turismo, nel settore immobiliare e in altre attività economiche. Ne sono vittime uomini, donne, giovani, bambini e immigrati di alcuni Paesi latini che hanno in comune la povertà e il desiderio di vivere con dignità". Per questo la Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb) ribadisce il suo appoggio a tutte le iniziative tese a sradicare questo male che viola la legge e i diritti delle persone. Lo ha fatto attraverso una nota diffusa sabato scorso dal Consiglio episcopale pastorale, in occasione della Giornata nazionale di lotta alla schiavitù sul lavoro. "Ogni forma di schiavitù - vi si afferma - è un attentato alla dignità dei figli e delle figlie di Dio" e un grave peccato sociale.Nel documento, firmato dal vescovo ausiliare di Brasília, Leonardo Ulrich Steiner, segretario generale della Conferenza episcopale, si ricorda come la Chiesa, fin dagli anni Settanta del secolo scorso per mezzo della Commissione pastorale della terra e più recentemente attraverso il "Mutirão pastoral contra o trabalho escravo", abbia sempre denunciato questo crimine. Secondo dati del ministero del Lavoro, al novembre 2011 sono state liberate duemiladuecentotré persone in situazione di schiavitù sul lavoro. "Molti fratelli e sorelle - scrive monsignor Steiner - attendono ancora questa liberazione che avverrà solo con la realizzazione di misure che pongano fine all'impunità di questa pratica abominevole". Al riguardo, la Cnbb fa appello al Congresso nazionale (il Parlamento del Paese) affinché approvi la proposta di modifica costituzionale che assegna alla Riforma agraria - l'organismo che in Brasile si occupa del settore - le terre dove comprovatamente esiste la pratica del trabalho escravo. Sono passati dieci anni dall'elaborazione della proposta e "non è possibile che il grido di coloro che la sostengono come uno degli strumenti efficaci di lotta alla schiavitù sul lavoro sia come voce nel deserto".
Il Consiglio episcopale pastorale ricorda inoltre coloro che hanno perso la vita nell'adempimento del loro dovere, come i funzionari del ministero del Lavoro assassinati a Unaí, nello Stato di Minas Gerais, il 28 gennaio 2004: "Il loro sangue non può restare impunito e la loro opera deve continuare nell'impegno di tutti per la giustizia". I vescovi estendono inoltre la loro solidarietà a ogni persona vittima di schiavitù sul lavoro, in campagna come in città, e rammentano allo Stato la sua responsabilità nella difesa e nella protezione sia della lotta alla piaga sociale del trabalho escravo sia di quanti ne sono vittime.
Il 28 gennaio 2004, a Unaí, vennero uccisi quattro funzionari federali che stavano compiendo un controllo delle condizioni di lavoro nelle campagne.
In occasione della Giornata, anche la Commissione pastorale della terra ha diffuso un comunicato (intitolato Trabalho escravo, um crime que persiste) nel quale si afferma che "è il momento di porre fine a questo sfruttamento vergognoso". L'organismo della Chiesa brasiliana si rivolge innanzitutto al potere giudiziario, esprimendo la sua indignazione per lo "scandaloso ritardo" del processo sul barbaro delitto compiuto otto anni fa. Ma sotto accusa è anche il potere legislativo. La Commissione pastorale della terra ricorda che il Senato, poco dopo quell'atto criminoso, approvò la proposta di modifica costituzionale che stabilisce la confisca delle proprietà nelle quali è stata constatata l'esistenza di schiavitù sul lavoro e la loro destinazione all'istituto della Riforma agraria. La Camera ha votato quel provvedimento in prima lettura il 10 agosto 2004 ma, da allora, giace in Parlamento "nonostante i continui appelli di movimenti e altre entità della società civile e le richieste di vari deputati di diversi partiti". Il comunicato si conclude ribadendo che il sangue versato da quei funzionari esige dai poteri statali che "prendano incondizionatamente le difese dei diritti della persona, rompendo i legami che li sottomettono ancora ai capricci del potere economico".
(©L'Osservatore Romano 1 febbraio 2012)