Il rispetto e il dialogo dovrebbero sfociare nel compromesso politico, che però gode di pessima fama e attira molteplici sospetti. Il compromesso politico è spesso considerato l’anticamera della corruzione morale, la dimostrazione della mancanza di rettitudine, la prova della disponibilità al tradimento dei principi. Non raramente, quando alcune parti stanno addivenendo a un’intesa, c’è qualcuno che si leva minaccioso a protestare contro il compromesso. «No al compromesso» è lo slogan più frequentemente usato nel conflitto politico. Naturalmente non tutti i compromessi sono buoni e alcuni tra essi sono certamente frutto di corruzione. Pertanto una riflessione sul compromesso, come vedremo, deve prevedere anche la determinazione dei confini e dei caratteri del compromesso politico virtuoso (Amy Gutmann - Dennis Thompson, The spirit of compromise, Princeton NJ, Princeton University Press, 2012). Non mancano sostenitori assai autorevoli della bontà del compromesso nell’azione politica. Due esempi. A Bonn, il 26 novembre 1981, Joseph Ratzinger in un discorso ai parlamentari cattolici tedeschi aveva approfondito il tema: «Essere sobri e attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità».
Ratzinger aveva concluso: «Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica». Amos Oz in un suo recente piccolo libro, Contro il fanatismo( Fe l -trinelli, Milano 2013), che raccoglie tre lezioni tenute a Tubinga nel 2001 spiega: "Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte».
I politici condannano il compromesso quando sono in campagna elettorale, ma ne hanno bisogno quando sono al governo.
In Italia, il compromesso ha vita difficile non solo per l’ideologia dello scontro e della delegittimazione che caratterizza le relazioni tra i partiti, ma anche per la frequenza delle elezioni politiche e delle crisi di governo. Dal 1994 ad oggi, venti anni, si sono tenute sei elezioni politiche, quattro elezioni regionali, venti elezioni amministrative di diversa importanza, una per anno, e si sono avvicendati dodici governi. La polarizzazione propria delle campagne elettorali e delle crisi di governo rende difficile costruire negoziazioni anche perché le elezioni si vincono in genere acuendo lo scontro per differenziarsi e quindi mostrandosi contrari a qualsiasi compromesso. Non ogni compromesso è di per sé positivo perché non basta mettersi d’accordo tra avversari per migliorare lo stato delle cose. L’accordo tra avversari è positivo non per il semplice fatto di essere stato stipulato ma solo quando risponde a tre requisiti: deve migliorare lo status quo dal punto di vista di tutti i negoziatori; non deve costituire una capitolazione per nessuno; deve essere difendibile davanti all’opinione pubblica. Se la politica è l’arte del possibile, il compromesso è la sottile abilità della democrazia. D’altra parte respingere a priori ogni tipo di compromesso in nome della purezza politica costituisce la migliore garanzia della conservazione dello stato delle cose esistenti. La purezza politica non è certamente disdicevole, ma è in genere accompagnata dalla pericolosa convinzione di essere detentori di tutta la verità ed è perciò una caratteristica propria dei partiti, degli stati d’animo e dei regimi totalitari. Superare le fratture, comunicare fiducia, ricostruire una comunità nazionale sono doveri inderogabili per le classi dirigenti. Nelle nostre città, nelle nostre strade, milioni di persone ogni giorno sono impegnate a insegnare e a imparare, a curare e a fare ricerca, a produrre beni e a prestare servizi, a negoziare, a mettere in contatto altre persone, a garantire la sicurezza e rendere giustizia, a mettere a punto preziose apparecchiature tecnologiche. Migliaia sono le donne e gli uomini onestamente impegnati ad amministrare il loro territorio, con molti sacrifici e poca riconoscenza. Tutti loro sono la forza del nostro Paese e hanno diritto a classi dirigenti capaci non di imporre ma di proporre un complesso di legami storici, spirituali, emotivi, solidali nel quale ciascuno si possa riconoscere e possa avere un suo posto. Senza questi legami lo Stato democratico vive un’esistenza precaria, che può scivolare nella crisi di una collettività frammentata tra individui e gruppi intenti a sopraffarsi per sopravvivere. Essere classe dirigente non è un privilegio, è una responsabilità. Non è possibile superare le fratture nella società se la politica non diventa capace di superare le sue lacerazioni; non è possibile chiedere alla società di rispettare le regole se la politica non si dà regole; non è possibile invocare unità, usando parole di divisione; non è possibile progredire sulla strada della democrazia, in definitiva, senza riconoscere il valore dell’altro.
(Luciano Violante)
© Osservatore Romano - 6 marzo 2014