Nell’immaginifico resoconto offerto agli incolpevoli lettori, fior di colleghi hanno proposto una volta ancora la grottesca contrapposizione della Chiesa alla scienza, la fantasiosa cronaca di una crociata a serramanico pronta a scattare come un riflesso condizionato appena si parla di provette e laboratori: la fede di qua, la ricerca di là. Questa stucchevole caricatura ogni volta si appesantisce di nuovi rutilanti dettagli, come i laboratori minacciati da un’implacabile Inquisizione, o il cardinale ignaro delle pene di una coppia desiderosa di un figlio. Ma i fantasmi clericali agitati davanti all’opinione pubblica, nel goffo tentativo di piegarla a un facile disprezzo, sono invenzioni di cartapesta: perché galleggiano su teoremi inconsistenti, sull’omissione deliberata di fatti e numeri, sulla rimozione di problemi e interrogativi epocali.
Esaltare i successi della provetta senza chiedersi quali siano stati i suoi costi umani e scientifici è segno di superficialità disarmante, se non di ignoranza. Ma come? Si parla dei 4 milioni di bambini nati grazie alla fecondazione extracorporea, e si tace sui tentativi falliti (infinitamente di più) per arrivare a quel risultato? La verità (taciuta) è che 32 anni dopo la nascita della prima "figlia della provetta" – l’ormai celebre Louise Brown – la tecnica della procreazione artificiale ha un imbarazzante tasso di fallimenti: bene che vada, arriva in porto una gravidanza ogni otto embrioni "prodotti". I dati dell’ultima relazione ministeriale al Parlamento sull’applicazione della legge 40 parlano di 10.212 nati nel 2008 contro 84.861 esseri umani creati artificialmente e mai giunti a realizzare il progetto di vita dirompente, irriproducibile e misterioso che li governa sin dal primo istante (e sfidiamo qualunque Nobel a dimostrarci il contrario). Una sproporzione agghiacciante, specie se si considera che parliamo di vite umane; un dato che dovrebbe consegnare la provetta quantomeno a un confronto laicamente aperto su uno dei bilanci più controversi e discutibili nella storia della scienza. Altro che scomuniche e, se ci è permesso, altro che Nobel.
Ma accettare questo confronto – ripetiamo: a rigor di ragione – equivarrebbe a rinunciare alla barzelletta della Chiesa ottusa e perfida e dello scienziato libero e coraggioso. Una storiella per palati buoni, che si replica come a cercare il conforto dei cari vecchi stereotipi quando non si vuol capire quello che accade. E quello che accade è questo, per chi l’avesse dimenticato: il dilagante business delle cliniche private che pretendono mano libera per poter prosperare; il mercato degli ovociti e delle maternità surrogate, sulla pelle delle donne di Paesi poveri; la spietata selezione dell’embrione con le caratteristiche migliori, il sesso prescelto, la dotazione genetica ineccepibile; il bombardamento ormonale di ogni ciclo di fecondazione, che espone le donne a conseguenze nefaste per la salute; la sterilità (talora motivata da cause psicologiche) ancora lì, assolutamente irrisolta, con tutto il suo carico di sofferenze; un numero enorme e crescente di embrioni "sospesi" nei freezer di mezzo mondo; l’adozione deprezzata a scelta di scarto. Un bilancio che dovrebbe indurre a giudizi più equilibrati rispetto a certo vieto e intramontabile luogocomunismo. Ma quando il fumo del pregiudizio obnubila la vista – proprio mentre si esalta la scienza – non c’è ragione che tenga.
Francesco Ognibene
© Avvenire - 6 ottobre 2010