Qualcuno aveva detto che «la ricerca è a un bivio», e forse questo moltiplicarsi di risultati ne è la riprova. Sono passati solo alcuni mesi da quando lo scorso novembre il giapponese Shinya Yamanaka aveva annunciato di essere riuscito a "riprogrammare" cellule staminali umane adulte a uno stadio simile a quello embrionale. Ma da subito, nel panorama scientifico internazionale, sono arrivate le conferme della validità di questa strategia. Ora è la volta di un risultato tutto italiano e in un campo delicatissimo, quello delle malattie neurodegenerative. Ricercatori dell’Istituto San Raffaele di Milano, in collaborazione con il Mit (Massachussets Institute of Technology) di Boston, sono riusciti a riprogrammare i fibroblasti della pelle, cellule adulte differenziate, in cellule staminali pluripotenti, comparabili alle staminali embrionali, in grado di dare origine a più tipi cellulari. Nello specifico, queste cellule in vitro sono diventate neuroni «dopaminergici», proprio quegli elementi la cui funzionalità viene persa nel morbo di Parkinson. Trapiantate, dunque, in topi affetti da questa malattia neurodegenerativa sono stati capaci di rimpiazzare i neuroni alterati migliorando sensibilmente i disturbi motori dell’animale. Lo studio, condotto da Vania Broccoli e Bruno Di Stefano, è stato finanziato in Italia da Telethon, ed è appena stato pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas).
Siamo veramente a una svolta, dunque? «Il campo di ricerca è letteralmente esploso, metà degli studi a livello mondiale sono ormai incentrati su questo», spiega Vania Broccoli, biologo trentottenne, fra gli autori della scoperta. «Io sono entusiasta di questi sviluppi ma ci terrei a sottolineare che la vera novità è che siamo di fronte a un terzo tipo di cellule staminali, dopo le adulte e le embrionali: esattamente le "Ips" (dall’inglese "Induced pluripotent stem cells") ossia "cellule staminali pluripotenti indotte" che si stanno rivelando un’incredibile risorsa». Ricapitoliamo il meccanismo messo a punto da Yamanaka per ringiovanire le cellule e riprodotto dal gruppo milanese: nel Dna di cellule adulte differenziate vengono introdotti geni-chiave responsabili della staminalità mediante un vettore virale. Almeno due di questi geni devono esprimersi e, a oggi, i virus sono il mezzo migliore per questo scopo. Non senza controindicazioni, purtroppo: alcuni di questi segmenti di Dna introdotti sono oncogeni, ossia geni potenzialmente capaci di indirizzare la cellula verso una trasformazione tumorale. «Il rischio sussiste, per questo gli studi continuano e sono finalizzati a ottimizzare la tecnica», prosegue Broccoli. «Fino a che questa eventualità non verrà esclusa, non sarà possibile ottenere il permesso per testare le cellule sull’uomo. Ma sono estremamente fiducioso che l’ostacolo sarà superato».
Un nuovo tipo di cellule staminali, dunque, ottenibili in quantità enormi dallo stesso paziente e utilizzabili, per questo, senza alcun rischio di rigetto con un trapianto "autologo". Il gruppo di Vania Broccoli dell’Istituto di Ricerca per le Cellule Staminali del San Raffaele di Milano è composto da otto persone e fin da subito – nel giugno del 2006, quando è uscito il primo lavoro sulla riprogrammazione – si è dedicato a questo promettente settore. «Sono state bruciate in modo strepitoso tutte le tappe – continua la ricercatrice – perché nel giro di soli due anni abbiamo ottenuto una nuova popolazione di cellule staminali pronta per essere valutata e testata come strumento terapeutico. Non è cosa da poco: il metodo permette di ringiovanire qualsiasi cellula e già il potere curativo è stato provato nell’animale. Ho già detto che per passare alla sperimentazione clinica occorre testare l’assoluta sicurezza di queste cellule ma tutto lascia a intravedere che si riveleranno un formidabile mezzo di cura per molte patologie». Il risultato ottenuto è frutto di una collaborazione fra vari gruppi italiani e stranieri, e la rete di collegamento a livello mondiale che si è creata sull’argomento risulta di importanza fondamentale per l’avanzamento delle conoscenze. «Sono contento di questa collaborazione anche fra i gruppi scientifici del nostro Paese, serve a unire le forze per raggiungere l’obiettivo – conclude Broccoli –. Se queste sono le premesse, l’ottimismo è lecito sugli sviluppi futuri».
A. Turchetti
Fonte - E' Vita/Avvenire -