Andrea TornielliCari amici, mi scuso con voi se negli ultimi giorni sono stato assente dal blog: ho presentato la denuncia alla Polizia Postale per l’attacco mirato degli haker contro il blog, quindi sono stato a Roma, e ho lavorato a un’intervista con il presidente della Cei Angelo Bagnasco, che esce oggi su La Stampa. Sempre su La Stampa di oggi pubblico la notizia della chiusura del caso Murphy, il prete pedofilo che tra il 1954 e il 1974 aveva abusato di centinaia di bambini in una scuola per sordomuti di Milwakee. Venerdì pomeriggio, presso la Corte distrettuale del Wisconsin, la denuncia presentata da una vittima difesa dall’avvocato Jeff Anderson, che ha cercato di attribuire responsabilità al Papa e ai cardinali Bertone e Sodano, è stata ritirata. La scelta di Anderson è stata dettata dalla consapevolezza che se si fosse continuato il processo, la sentenza di assoluzione per le autorità della Santa Sede avrebbe fatto giurisprudenza e avrebbe reso più difficile la possibilità di tentativi analoghi presso altre corti.
Anderson aveva cercato di ottenere giurisdizione sulla Santa Sede e sulle sue gerarchie con una teoria secondo la quale la responsabilità delle azioni di un dipendente può ricadere non solo sul suo datore di lavoro (in questo caso, la diocesi di Milwaukee), ma anche sulla Santa Sede perché il Papa può nominare – e dunque, secondo la teoria, controllare – i vescovi in tutto il mondo. Secondo questa tesi, chi controlla il «datore di lavoro» deve rispondere anche delle azioni del lavoratore.
Padre Murphy, cappellano alla «Saint John’s School», era stato rimosso nel 1974 ed era stato trasferito nella diocesi di Superior, dov’era rimasto sostanzialmente ritirato senza essere più accusato di altri abusi. «È evidente che la responsabilità di fare in modo che non potesse più nuocere ricadeva sui vescovi», commenta l’avvocato della Santa Sede, Jeffrey Lena.
La Congregazione per la dottrina della fede guidata allora dal cardinale Joseph Ratzinger e dal suo vice Tarcisio Bertone, era stata investita del caso solo nel 1996: all’epoca il dicastero non era ancora competente per tutti i casi di abuso ma solo per quelli commessi durante l’amministrazione del sacramento della confessione.
Il Vaticano chiese di avviare il processo canonico. Padre Murphy scrisse dicendosi pentito di ciò che aveva fatto. Alla fine la Santa Sede, in considerazione delle sue gravi condizioni di salute, e del fatto che aveva vissuto sostanzialmente ritirato per vent’anni senza pià commettere abusi, decise di registringere le sue facoltà sacerdotali e di chiedere una sua assunzione di responsabilità insieme a una dichiarazione di pentimento, minacciando, in caso contratio, la riduzione allo stato laicale. Padre Murphy sarebbe morto nell’agosto di quello stesso anno, poche settimane dopo quella decisione.
E’ del tutto evidente che le responsabilità su questo tristissimo e gravissimo caso sono dei vescovi coinvolti all’epoca dei fatti. Non della Santa Sede, che venne investita del caso soltanto 22 anni dopo che il prete era stato allontanato dalla scuola per sordomuti.
Il tentativo di coinvolgere e di chiamare a rispondere in sede giudiziaria civile, le gerarchie vaticane, è fallito. Va ricordato che proprio questo caso, clamoroso, finendo sulla prima pagina del New York Times il 25 marzo 2010 rappresentò l’emblema dello scandano pedofilia.
A scanso di equivoci va detto che la vicenda è orribile e lascia aperte tante domande sull’assoluta inadeguatezza con cui le autorità diocesane in passato hanno affrontato (o meglio non affrontato) il problema, finendo per coprire spesso i preti pedofili invece di metterli in condizioni di non nuocere e di pensare ad accogliere le vittime. Le svolte avvenute nella Chiesa a partire dalle nuove norme canoniche del 2001, e soprattutto l’esempio e le decisioni prese da Benedetto XVI hanno segnato un importante cambio di marcia, come attesta il Simposio che si è svolto nei giorni scorsi alla Gregoriana.
© www.lastampa.it - Sacri Palazzi - 12 febbraio 2012