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La disoccupazione «si sta allargando a macchia d’olio» e «sta estendendo in modo preoccupante i confini della povertà»: è il segno evidente che c’è «qualcosa che non funziona» in tutto il pianete e non solo nel «sud del mondo». Denunciando che «non c’è peggiore povertà materiale di quella che non permette di guadagnarsi il pane e che priva della dignità del lavoro», Papa Francesco ha sollecitato a un «ripensamento globale di tutto il sistema», cercando nuove vie per riformarlo e correggerlo «in modo coerente con i diritti fondamentali dell’uomo, di tutti gli uomini».

Occasione per questa riflessione è stata l’udienza alla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontefice, ricevuta in udienza nella mattina di sabato 25 maggio. L’incontro con il Papa ha concluso i lavori del convegno internazionale della Fondazione incentrato sul tema: «Ripensando la solidarietà per l’impiego: le sfide del ventunesimo secolo».

Per Papa Francesco «ripensare la solidarietà» significa «coniugare il magistero con l’evoluzione socio-economica che, essendo costante e rapida, presenta aspetti sempre nuovi». E significa anche, ha rilevato, «approfondire, riflettere ulteriormente, per far emergere tutta la fecondità» del valore della solidarietà. Ma oggi, ha denunciato il Pontefice, alla «parola solidarietà, non ben vista dal mondo economico, come se fosse una parola cattiva, bisogna ridare la sua meritata cittadinanza sociale». E, ha aggiunto a braccio, «la solidarietà non è un atteggiamento in più, non è un’elemosina sociale ma è un valore sociale. E ci chiede la sua cittadinanza».

Infatti, ha spiegato il Papa, «la crisi attuale non è solo economica e finanziaria, ma affonda le radici in una crisi etica e antropologica. Seguire gli idoli del potere, del profitto, del denaro, al di sopra del valore della persona umana, è diventato norma fondamentale di funzionamento e criterio decisivo di organizzazione».

Così, ha proseguito il Pontefice, «ci si è dimenticati e ci si dimentica tuttora che al di sopra degli affari, della logica e dei parametri di mercato, c’è l’essere umano e c’è qualcosa che è dovuto all’uomo in quanto uomo, in virtù della sua dignità profonda: offrirgli la possibilità di vivere dignitosamente e di partecipare attivamente al bene comune».

«Ogni attività umana», ha detto ancora il Papa citando il suo predecessore Benedetto XVI, «anche quella economica, proprio perché umana, deve essere articolata e istituzionalizzata eticamente. Dobbiamo tornare alla centralità dell’uomo, a una visione più etica delle attività e dei rapporti umani, senza il timore di perdere qualcosa».

© www.osservatoreromano.va - 26 maggio 2013