
di
Don Massimo Lapponi (con il consenso dell'autore)
1. L’iniziativa di Papa Benedetto e le opposte reazioni, favorevoli e contrarie.
Uno degli atti più importanti e più discussi del pontificato di Papa Benedetto XVI è stato la pubblicazione del Motu proprio “Summorum Pontificum”, del 7 luglio 2007, entrato in vigore il 14 settembre 2007. Come è noto, con questo documento Papa Benedetto stabiliva in modo autorevole le norme relative all’uso della liturgia precedente la riforma di Paolo VI, rendendola non più in qualche modo emarginata e quasi sconfessata, ma legittima espressione della preghiera della Chiesa, con pari dignità, se pure come forma “straordinaria” e da celebrarsi soltanto a determinate condizioni, con la forma “ordinaria”, rappresentata dalla nuova liturgia introdotta dalla Santa Sede alla fine degli anni sessanta.
Come c’era da aspettarsi, la pubblicazione del Motu proprio ha suscitato le più diverse reazioni, sia da parte dei conservatori, sia da parte dei progressisti. Nell’ambito degli stessi “schieramenti” vi sono state ampie oscillazioni: da atteggiamenti estremisti di esaltazione unilaterale ovvero di condanna senza remissione, a posizioni di sobria soddisfazione o di moderato dissenso o perplessità.
La quantità e la disparità stessa delle reazioni dimostra che Papa Benedetto, con il suo Motu proprio, ha toccato un nervo particolarmente sensibile della vita della Chiesa, aprendo una strada che, come da lui stesso esplicitamente affermato, vorrebbe condurre “ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa”. Egli desidera, infatti, “fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente”. Ed esorta: “Apriamo generosamente il nostro cuore e lasciamo entrare tutto ciò a cui la fede stessa offre spazio (…) Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto”.
Le ragioni e gli scopi di Papa Benedetto non hanno convinto né quei conservatori che non accettano la legittimità della riforma di Paolo VI, né, tanto meno, quei progressisti che ritengono il rito tridentino, come più o meno tutta la tradizionale spiritualità cattolica anteriore al Concilio Vaticano II, una reliquia del passato che andrebbe, appunto - per usare le parole del Papa - “proibita”, perché “dannosa”.
Di fatto conservatori e progressisti paradossalmente concordano su un giudizio di fondo, anche se le loro valutazioni sono poi di segno opposto: il Concilio e poi la successiva riforma liturgica, costituirebbero non una continuità con la tradizione, bensì una rottura. Per i primi la rottura è stata negativa, perché ha portato all’apostasia dalla fede autentica, per i secondi è stata positiva, perché la fede del passato era gravemente difettosa e non può più legittimamente essere proponibile. In ogni caso, però, ambedue sostengono quella che lo stesso Papa Benedetto denunciò, fin dall’inizio del suo pontificato, come “ermeneutica della discontinuità e della rottura”. Ad essa il Papa opponeva “l'‘ermeneutica della riforma’, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”.
È evidente che, nella lettera di presentazione del Motu proprio, Papa Benedetto riprende lo stesso concetto, applicandolo alla liturgia. Egli, infatti, scrive, come si è visto: “Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura”.
2. Continuità nello sviluppo.
Conviene ora considerare alcune delle critiche principali dei progressisti - la cui influenza è sicuramente maggioritaria rispetto a quella dei conservatori - al Motu proprio di Papa Benedetto. Il punto fondamentale da essi ribadito, con atteggiamenti diversi, più o meno categorici, è appunto la discontinuità: il nostro modo di concepire la fede, la vita cristiana, la Chiesa, Dio stesso, è profondamente cambiato rispetto a quello del Chiesa preconciliare, quale era espresso specialmente nella liturgia, quindi riproporre un modo di pregare storicamente superato significherebbe rinnegare la sostanza dell’insegnamento del Concilio, o almeno potrebbe rappresentare un pericolo di disorientamento per i fedeli. Lasciando da parte dichiarazioni paradossali, fatte a volte da persone con tanto di responsabilità accademica, come l’affermazione che “il Dio della liturgia antica non esiste più”, riportiamo quanto scrive un critico progressista moderato: “Pio V porta con sé una concezione di Chiesa diversa da quella del Vaticano II, non ‘sbagliata’, ma certamente più ‘ristretta’. A quale ‘Chiesa’ oggi dobbiamo guardare?”.
A questo tipo di critiche si può rispondere con un’analogia molto eloquente e di grande portata argomentativa: i concetti di “popolo di Dio”, di “alleanza”, di “osservanza della legge”, di Dio stesso, nell’Antico e nel Nuovo Testamento, e all’interno dello stesso Antico Testamento, erano diversi o erano i medesimi? Ovviamente non si può dire che fossero i medesimi, e tuttavia vi è tra essi il legame dinamico che unisce i fattori di una medesima storia e di un medesimo sviluppo. Nella liturgia della Chiesa da sempre si usano i salmi. Ma chi non sa che nei salmi vi sono espressioni di odio dei nemici, di maledizione e di desiderio di vendetta che sono inconciliabili con l’insegnamento spirituale e morale del Nuovo Testamento? Tuttavia noi li usiamo senza problemi, poiché spontaneamente, nella recita di quei testi, interviene la nostra coscienza storica e il senso del movimento del popolo di Dio verso la consumazione della rivelazione. E un autorevole pensatore già più di cinquant’anni fa avvertiva il pericolo, che si stava allora presentando e che avrebbe fatto grandi progressi, di una troppo unilaterale considerazione del Nuovo Testamento che lo distaccava dal suo legame inscindibile con le sublimi e inviolabili esigenze morali dell’Antico.
Applicando questa analogia al nostro problema, possiamo ben dire che la recita di preghiere liturgiche appartenenti ad epoche anteriori alla nostra, anche là dove esse si esprimono con un linguaggio o con espressioni non perfettamente consone con la maturazione attuale della coscienza cristiana, ovviamente saranno da noi interpretate con lo stesso senso storico e con la stessa coscienza di essere un popolo di Dio in cammino che usiamo nella recita dei salmi o di altre preghiere dell’Antico Testamento. Inoltre, come c’è il pericolo che, distaccando il Nuovo dall’Antico Testamento, si finisca per impoverire o anche falsificare quest’ultimo, così c’è pericolo, tutt’altro che teorico, che, distaccando la sensibilità Cristiana di oggi da quella delle epoche passate, si impoverisca e si falsifichi la stessa fede cristiana. Già Newman osservava a suo tempo, di fronte allo spettacolo poco esaltante della religione anglicana ottocentesca, che la Chiesa non è rappresentata soltanto dalla generazione attualmente vivente nel mondo, ma anche e più dalle innumerevoli schiere di fedeli che hanno reso testimonianza a Cristo nei secoli passati e che sempre vivono in lui e rendono vivente e immortale la ricchezza della fede Cristiana anche in tempi di decadenza.
E qui bisognerebbe ricordare che, come, al tempo di Newman, il risveglio nella Chiesa Anglicana conosciuto come “Movimento di Oxford” nacque dalla riscoperta dei Padri della Chiesa e dal confronto della loro alta spiritualità con la povera teologia liberale dell’Ottocento vittoriano, così ai nostri tempi il Concilio Vaticano II, mentre da una parte si apriva al mondo moderno, nello stesso tempo promuoveva un ritorno ai Padri della Chiesa, la cui presenza si era in qualche modo, per un certo tempo, eclissata nella coscienza dei fedeli e del clero. Infatti la memoria della propria storia e della propria origine è assolutamente essenziale per qualsiasi organismo vivente e cosciente. La moderna psicologia e fisiologia sa bene che i primi vent’anni della vita di un uomo sono quelli che ne determinano tutta l’esistenza, quelli che rimangono più impressi nella memoria, che si ricordano sempre con nostalgia e che ritornano alla coscienza nei momento di maggiore emozione e creatività, e ciò nonostante i cambiamenti, anche notevoli, intervenuti nel modo di pensare e di sentire. Chi mai accetterebbe che il proprio passato venga cancellato, con la ragione che “quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato”? Un uomo che perdesse la memoria non sarebbe più se stesso, per quanto prestigiosa fosse la sua attuale posizione nel mondo. E anche la distruzione di luoghi, oggetti, mobili, libri, fotografie e ricordi materiali del proprio passato sono sempre un trauma per ciascuno di noi.
Allo stesso titolo dobbiamo affermare che l’organismo vivente della Chiesa non sarebbe più se stesso se si oscurasse in esso la memoria delle epoche precedenti, e in particolare dell’età del Padri, che costituisce un po’ come il tempo della sua adolescenza, a favore di una unilaterale esaltazione delle ultime scarse generazioni.
Il valore di queste osservazioni, contro l’obiezione di fondo dei progressisti, non viene scalfita dalle puntualizzazioni che essi fanno e alle quali dobbiamo riconoscere una relativa validità. Scrive Matteo Ferrari nel documento citato:
“Gli elementi che SC indica per l’opera di riforma liturgica sono: la revisione dell’ordinario della messa (n. 50), una più grande ricchezza biblica (n. 51), l’omelia (n. 52), la preghiera dei fedeli (n. 53), l’introduzione delle lingue nazionali (n. 54), la comunione sotto le due specie (n. 55), l’unità delle due parti della celebrazione (n. 56), la concelebrazione (n. 57-58). Ora nel Messale di Pio V nessuno di questi elementi è presente”.
Sebbene l’affermazione “nel Messale di Pio V nessuno di questi elementi è presente” sia un po’ generica, perché se non altro non si vede perché si debba escludere l’omelia dalla celebrazione della messa tridentina, l’obiezione ha la sua validità. Non si tratta, tuttavia, di un aspetto realmente sostanziale, ma soltanto della giusta segnalazione di un limite nel dettato del Motu proprio, che, a mio giudizio, con il tempo potrebbe e dovrebbe essere superato. Già nella lettera di presentazione del Motu proprio si accenna alla possibilità e opportunità di uno sviluppo nell’applicazione delle attuali disposizioni, se pure in una forma ristretta. Scrive, infatti, Papa Benedetto:
“È vero che non mancano esagerazioni e qualche volta aspetti sociali indebitamente vincolati all’attitudine di fedeli legati all’antica tradizione liturgica latina. La vostra carità e prudenza pastorale sarà stimolo e guida per un perfezionamento. Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione ‘Ecclesia Dei’ in contatto con i diversi enti dedicati all’‘usus antiquior’ studierà le possibilità pratiche”.
Analogamente a quanto prevede questo testo, si può, credo, legittimamente auspicare che la messa tridentina, senza affatto venire snaturata nel suo carattere, possa acquistare maggiore ricchezza e incisività con l’ampliamento del lezionario biblico, l’inserimento della preghiera dei fedeli, l’uso delle lingue nazionali, la comunione sotto le due specie, la concelebrazione. La mancanza di questi elementi non costituisce affatto la caratteristica propria della messa tridentina, né la loro introduzione ne altererebbe la natura. Lo prova il fatto, stranamente mai ricordato né tenuto presente, neanche nel Motu proprio, che per diversi anni, prima della riforma introdotta nell’Avvento del 1969, la messa tridentina era stata celebrata nelle lingue vernacole, con l’uso della preghiera dei fedeli e della concelebrazione. Il Concilio, infatti, si era chiuso nel 1965 e, come è ovvio, subito si procedette a mettere in atto le sue indicazioni, senza aspettare quattro anni e senza creare una discontinuità con la tradizione tridentina. La riforma, che avrebbe dovuto dare una sistemazione definitiva a quanto già si era incominciato a realizzare, introdusse, invece, cambiamenti radicali, per cui si parlò, appunto, di “nuovo rito”.
3. Giudizio sulle scelte dei responsabili della liturgia della fine degli anni sessanta. Le enormi difficoltà di quel momento storico furono affrontate con la dovuta prudenza?
A questo punto è inevitabile aprire un discorso molto scabroso. Purtroppo è questo un punto su cui i moderati facilmente sorvolano, lasciando così campo libero agli estremisti di una parte o dell’altra. Eppure si tratta di una questione che ormai non dovrebbe scandalizzarci: quella del giudizio su atti pontifici, anche di grande rilievo, che non hanno il crisma dell’infallibilità.
Fino a qualche decennio fa questo, per i buoni fedeli, era un argomento tabù. Ma ormai siamo abituati alle contestazioni più inimmaginabili, e non si vede perché non sarebbe lecito, a un fedele desideroso di restare nell’ortodossia e nell’obbedienza alla Chiesa, permettersi una rispettosa riserva nei confronti degli atti di un Sommo Pontefice.
Se i conservatori criticano i papi più recenti, fino a parlare di “sede vacante”, perché, a loro giudizio, essi si sono allontanati dalla fede stabilita in modo irrevocabile dai loro predecessori, e se, al contrario, i progressisti criticano i papi del passato, e a volte anche quelli di oggi, perché troppo conservatori, non si vede perché una critica - presumibilmente più equilibrata di quella degli altri due gruppi - dovrebbe essere preclusa ai moderati. E nel caso che stiamo affrontando, a mio giudizio una critica è inevitabile: o si dà ragione a Papa Benedetto, o si dà ragione a Paolo VI. Mi sembra che in questo caso tertium non datur.
Scrive Papa Benedetto nella lettera di presentazione del Motu proprio:
“Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia; questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa”.
Ovviamente Papa Benedetto non muove alcuna critica a Paolo VI e fa ricadere tutta la responsabilità delle “ferite” sopportate da quanti “desideravano ritrovare la forma, a loro cara, della sacra liturgia” sugli abusi di quanti non celebravano la preghiera della Chiesa “in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale”, ma si sentivano autorizzati, o perfino obbligati, “alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile”.
Ma, nonostante la volontà di Papa Benedetto di non entrare in conflitto con Paolo VI, il conflitto, a mio giudizio, è inevitabile e si legge tra le righe. Se, infatti, molti fedeli che “desideravano ritrovare la forma, a loro cara, della sacra liturgia” non la trovavano, ciò non era, in prima istanza, colpa degli abusi, ma proprio di una riforma liturgica che aveva mancato di prudenza e di moderazione, alterando la liturgia in misura tale da rendere pressoché inutilizzabili quasi tutti i testi e le espressioni tradizionali della liturgia cattolica.
Una delle critiche più fondate fatta al Motu proprio riguarda l’affermazione di Papa Benedetto che il messale tridentino “non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso”. Contro questa affermazione è stato osservato che, secondo il Diritto Canonico, quando si introduce una nuova disposizione, automaticamente viene abrogata la precedente. E che Paolo VI considerasse il rito antico abrogato, lo dimostra l’indulto del 30 ottobre 1971, con il quale il Papa, in seguito ad un appello firmato da un nutrito gruppo di intellettuali, concesse, in via eccezionale, l’uso del rito tridentino alle sole regioni dell’Inghilterra e del Galles. Del resto, chi ha vissuto quegli anni, ricorda bene come, di fatto, l’uso dell’antica liturgia non fosse assolutamente tollerato dalla stragrande maggioranza dei vescovi e dei sacerdoti, i quali non facevano che applicare le norme stabilite dall’autorità pontificia.
Non sembra, dunque, che si possa negare che, anche se non in modo esplicito, il Motu proprio si pone a correzione, non di abusi liturgici, ma di quanto stabilito dalla riforma di Paolo VI a danno della tradizione anteriore.
Se è così, rimane il dilemma: chi ha ragione? Paolo VI o Benedetto XVI? Non appare possibile dar ragione ad entrambi. E, d’altra parte, anche i moderati - come si è detto - devono avere il coraggio di usufruire del diritto dei fedeli di giudicare erronea l’azione dei papi, quando non venga coinvolto il privilegio dell’infallibilità.
Qui però si obietterà che c’è troppa sproporzione tra una riforma liturgica così importante e un semplice Motu proprio. È vero - si dirà - che Paolo VI non ha fatto appello all’infallibilità, ma un atto così straordinario non si può giudicare alla stregua di un qualsiasi provvedimento di ordinaria amministrazione. Inoltre - si aggiunge sempre, soprattutto da parte dei progressisti - la riforma liturgica di Paolo VI non era che l’attuazione di quanto stabilito dal Concilio, il quale certamente gode di un’autorità straordinaria.
E tuttavia questi argomenti potrebbero ritorcersi contro la pretesa non giudicabilità dell’atto di Paolo VI. Infatti una riforma liturgica di una portata mai prima vista nella storia della Chiesa necessariamente richiedeva un’altissima dose di prudenza, e, secondo la dottrina cattolica, Dio non toglie a nessuno l’uso del libero arbitrio e la personale responsabilità nelle scelte di maggiore conseguenza, neanche quando queste scelte riguardano l’intera Chiesa. Ora già a prima vista è dubbio che un cambiamento così radicale negli usi della Chiesa possa essere stato guidato dalla necessaria prudenza, se San Tommaso insegna che i cambiamenti nella legislazione devono essere evitati il più possibile, perché la maggior parte delle persone non agisce guidata dalla ragione astratta, ma dalla consuetudine e dal rispetto per le tradizioni dei maggiori, e perciò, una volta tolta la forza della consuetudine, la legge perde gran parte della sua efficacia. Quanto al fatto che la riforma di Paolo VI non sarebbe che l’attuazione delle disposizioni del Concilio, i critici conservatori sottolineano sempre, con ragione, che questo non è vero. È stato più volte rilevato, infatti, che la riforma di PaoloVI si allontana in più punti dalle disposizioni del Concilio. Questo fu immediatamente avvertito fin dal momento stesso della riforma - come anche chi è abbastanza anziano ricorda lo sgomento diffuso in tutta la Chiesa tra i fedeli conservatori e moderati, e anche tra molti fratelli separati, per il primitivo testo di introduzione all’Ordo Missae, in cui vi era un’esposizione del tutto inadeguata della dottrina cattolica sull’eucarestia e sul sacerdozio. Vi furono vivaci proteste, che ufficialmente non furono accolte. Ma presto la primitiva introduzione scomparve e, senza dir niente, fu sostituita da un nuovo testo, in cui la dottrina cattolica era esplicitamente e chiaramente ribadita.
Sembra, dunque, del tutto legittimo, dando ragione a papa Benedetto, sollevare motivate critiche all’azione dei riformatori della fine degli anni sessanta del Novecento e del Papa che allora avallò le loro scelte - pur considerando le gravissime difficoltà della situazione storica in cui Paolo VI e i suoi collaboratori si trovarono ad operare.
Queste critiche - che, come si è detto, si desidererebbero più presenti tra i moderati, anche per togliere il monopolio della critica legittima agli estremisti - non vogliono in alcun modo negare i molti aspetti validi e assolutamente positivi della riforma liturgica. Essa ha permesso un’ampia diffusione della conoscenza della Sacra Scrittura, ha portato la liturgia più vicina al popolo, ha consentito l’acquisizione di moltissime nuove espressioni artistiche e il più facile afflusso delle ricchezze culturali di nuovi popoli, ha mirabilmente migliorato alcune celebrazioni di importanza fondamentale, in primis la Veglia Pasquale etc. Inoltre, nonostante gli errori che, a mio giudizio, furono commessi all’inizio e i gravi abusi, che purtroppo ancora continuano, ormai, in più di quarant’anni dalla sua attuazione, essa a sua volta ha creato una tradizione che si è integrata nella vita del popolo, tanto che sarebbe irragionevole pretendere ora di estirparla, come vorrebbero alcuni conservatori estremisti.
Ma certamente lo scopo del Motu proprio di Papa Benedetto non era assolutamente quello di estirpare la nuova liturgia, bensì quello di recuperare un patrimonio spirituale e liturgico che ingiustamente era stato sacrificato, e ciò senza nulla togliere di quanto di nuovo e di buono era stato realizzato.
4. Necessità dei “due polmoni”, non solo nello spazio - oriente e occidente - ma anche nel tempo - passato presente.
Come si è già detto in precedenza, l’accentuazione più o meno esclusiva di alcuni contenuti della fede in un determinato periodo storico rischia di diventare unilateralità se non si rimane in contatto con la sensibilità di altre epoche. È nello spirito di questo arricchimento reciproco tra passato e presente - due “polmoni” analoghi a quelli costituiti dalla Chiesa di oriente e di occidente, secondo l’espressione di Giovanni Paolo II - che Papa Benedetto scrive:
“Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda (…) Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale (…) Mi viene in mente una frase della Seconda Lettera ai Corinzi, dove Paolo scrive:‘La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto (…) Rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!’ (2 Cor 6,11–13). Paolo lo dice certo in un altro contesto, ma il suo invito può e deve toccare anche noi, proprio in questo tema. Apriamo generosamente il nostro cuore e lasciamo entrare tutto ciò a cui la fede stessa offre spazio (…) Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto. Ovviamente per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l’esclusione totale dello stesso”.
Bisogna anche sottolineare il fatto che il contatto con la tradizione non si attua soltanto, e neanche forse principalmente, sul piano concettuale. Come è stato osservato, a proposito della memoria umana, che essa non è legata solo a nozioni astratte, ma ancor più a luoghi, oggetti, immagini, libri, consuetudini, forme di linguaggio etc., analogamente dobbiamo dire che il “polmone” della tradizione non si nutre esclusivamente attraverso l’erudizione, ma ancor più attraverso segni visibili e sensibili, quali sono forme rituali, arte, iconografia, espressioni linguistiche e musicali, poesia e canto, consuetudini ascetiche, celebrazioni popolari etc. In considerazione di questo fatto incontestabile, la semplice volontà di sostituire le lingue vernacole alla lingua latina, per il motivo che quest’ultima non era concettualmente compresa dal popolo, risulta essere un motivo insufficiente per operare, come in grandissima parte è stato fatto, la cancellazione di tradizioni espressive, a livello non concettuale, del sentimento religioso cattolico. Eliminare, ad esempio, con i libri tradizionali, anche radicate consuetudini iconografiche e tipografiche, e, con la radicale trasformazione dei riti e delle norme ascetiche, espressioni interiorizzate da secoli dalla cultura popolare, obiettivamente non può non essere giudicato un grave errore.
Ma conviene spendere qualche parola sul problema linguistico. Che il latino, dal punto di vista concettuale, non fosse compreso dal popolo è un fatto che nessuno potrebbe negare, e su questo punto la riforma liturgica ha avuto pienamente ragione a dare spazio alle lingue vernacole. E tuttavia va ribadito che una lingua - e con questa parola non si intende soltanto un insieme di norme grammaticali e di suoni e segni semantici, bensì anche tutto l’immenso patrimonio di cultura che queste realtà hanno espresso attraverso la storia - non ha un mero valore concettuale, bensì convoglia, attraverso molteplici espressioni, incalcolabili contenuti di pensiero, di sentimento, di emozione, di spiritualità, di memoria storica legata a eventi, personaggi, eroi, poeti etc.
Abbiamo osservato prima che, nella memoria della Chiesa, un ruolo fondamentale lo detiene l’età dei Padri, la quale svolge un ruolo analogo a quello dell’infanzia e dell’adolescenza nella vita umana individuale. Ora il legame organico con l’età dei Padri, e con tutte le epoche importanti della storia della Chiesa, non è costituito esclusivamente dall’erudizione dei professori, ma da tutto il patrimonio culturale, rituale, artistico e poetico trasmesso attraverso le generazioni. In questo patrimonio la ricchezza convogliata dall’espressione linguistica in lingua latina e greca è immensa, insostituibile e, ciò che più conta in questo discorso, non riducibile ai contenuti concettuali. Se, ad esempio, si legge una pagina biblica in lingua vernacola, anziché il lingua latina, questo è senz’altro un vantaggio per il popolo che non conosce il latino. Ma se si pretende di sostituire, per fare un esempio, le parole dell’inno eucaristico:
Pie Pellicane, Iesu Domine,
Me immundum munda tuo sanguine,
Cuius una stilla salvum facere
Totum mundum quit ab omni scelere
con la loro traduzione letterale, si commette un grave errore e si defrauda il popolo di una ricchezza culturale che gli appartiene. Ora troppo spesso proprio questo è stato fatto, senza tenere conto, tra l’altro, che espressioni liturgiche e poetiche, come l’ordinario della messa latina o gli inni eucaristici o mariani, sono state fonte di ispirazione per un incalcolabile numero di santi e sono state musicate dai più grandi compositori attraverso i secoli e che la memoria di questi fatti rimane inseparabilmente legata a quelle parole.
C’è anche da osservare che, mentre in Germania e in Inghilterra, grazie anche al fatto che il protestantesimo ha introdotto la liturgia in lingua vernacola già da cinque secoli e in un tempo in cui ancora la poesia era coltivata con risultati mirabili da vigorosi ingegni, in Italia purtroppo non esiste una tradizione paragonabile, cosicché ci si trova in difficoltà a trasferire, in tutto o in parte, l’immenso contenuto non concettuale dalla liturgia latina alla lingua del popolo.
Rimane, in ogni caso, il fatto che il tramite privilegiato tra il mondo ricchissimo dei Padri e dei santi della tradizione è, per l’occidente, la lingua latina - meno la lingua greca, sia perché, tranne pochi residui, come il Kyrie eleison, essa è poco presente nella liturgia tradizionale, sia perché assai più difficile da accostare per i popoli occidentali.
Ricordo ancora un incontro con i giovani professi benedettini in cui il liturgista Don Ildebrando Scicolone, allora piuttosto giovane e molto infervorato delle idee della riforma liturgica, affermò con convinzione che i chierici avevano il dovere di studiare la lingua latina, perché era la chiave per entrare nel ricchissimo mondo dei Padri e dei teologi, ma che non si parlasse di lingua latina nella liturgia.
Dunque, caro Don Ildebrando, le ricchezze della tradizione dovranno essere riservate all’aristocrazia dei professori, mentre il popolo ignorante deve accontentarsi dell’adattamento agli scopi del culto delle canzonette alla moda?! Ma per il popolo il canale privilegiato, se non l’unico, per conservare il contatto con il grande respiro della storia della salvezza, in un mondo che diviene sempre più ad essa estraneo e insensibile, è proprio la liturgia! Non dobbiamo, dunque, promuovere, in essa, accanto alla giusta valorizzazione di quanto può offrire soltanto la lingua vernacola, anche il contatto con le ricchezze poetiche, rituali e musicali della tradizione latina, gregoriana, polifonica e classica? Non è, almeno in teoria, contenuto anche nelle norme attuali che al popolo si insegnino le principali espressioni liturgiche gregoriane, come ad esempio la Missa de Angelis? Ma quanti lo fanno? Questo contatto, che richiede certamente un’opera pedagogica notevole, non favorirebbe lo sviluppo, anche in Italia, di una poesia liturgica vernacola di dignità analoga a quella già esistente da secoli in Germania e in Inghilterra?
5. Penso che si possa affermare, in considerazione di quanto è stato esposto, che, pur ammettendo la validità di alcune critiche particolari al Motu proprio “Summorum Pontificum” - critiche che si risolvono, di fatto, più che in una negazione del suo valore, in uno stimolo a portare avanti e a perfezionare il cammino da esso intrapreso - l’iniziativa di Papa Benedetto appare confermata come uno degli atti più significativi, benefici e storicamente determinanti del suo pontificato.
È anche evidente che il documento pontificio deve essere preso nel suo vero significato, e cioè non come la rivendicazione unilaterale di una tradizione liturgica a scapito di un’altra, ma come un riequilibramento tra tradizione e apertura al nuovo, che permetta di valorizzare al massimo anche quelle irrinunciabili preziose acquisizioni che la riforma liturgica, se pure condizionata da una situazione storica sfavorevole, ha tuttavia solidamente realizzato nei suoi poco più di quarant’anni di esistenza.