di ROBERT SARAH* Nella colletta della solennità di san Giuseppe ci viene detto che Dio affidò i primi misteri della salvezza degli uomini alla fedele custodia dello Sposo della Vergine Maria. E poi si chiede che, per sua intercessione, «la Chiesa li custodisca fedelmente e li porti a pienezza nella sua missione salvifica». Tre verbi sintetizzano quindi l’atteggiamento che, sull’esempio del patrono della Chiesa universale, dobbiamo avere dinanzi alla liturgia: custodire, conservare e portare alla pienezza.
Se cerchiamo la definizione della parola latina custos vediamo che significa custode, guardiano, difensore. La Chiesa, custode e servitrice, partecipa alla condizione sacerdotale, profetica e reale di Cristo nella celebrazione liturgica, dove Gesù Cristo, sommo ed eterno sacerdote, continua l’opera della nostra redenzione (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica , nn. 1068-1070). Custodire, pertanto, è ricevere un tesoro che non ci appartiene ma che abbiamo ricevuto per pura grazia. L’atteggiamento di fronte a questo tesoro sarà quello dell’umiltà, che porterà il ministro sacro e i fedeli cristiani, nel celebrare i sacri misteri, ad adempiere le norme liturgiche con le quali la Chiesa custodisce i sacri misteri. Lo stesso apostolo Paolo esorta Timoteo a conservare il deposito che ha ricevuto (cfr. 1 Ti m o t e o , 6, 20), a serbare qualcosa che non gli appartiene. Chiaro, questo non vuol dire rimanere chiusi nel passato, bensì conservare la sana tradizione e aprire il cammino a un progresso legittimo (cfr. Sacrosanctum concilium , n. 23), e perciò, in ogni epoca, la Chiesa cerca il modo di andare incontro all’uomo per spiegargli le Scritture e spartire il pane con lui (cfr. Luca , 24, 13-34). È questa la bellezza che la Chiesa conserva, così come indica Papa Francesco, bellezza che è un dono ricevuto, con il quale evangelizza ed evangelizza se stessa (cfr. Evangelii gaudium , n. 24). Nella sua liturgia la Chiesa annuncia e celebra il mistero pasquale di Cristo, e lo fa affinché i fedeli vivano e diano testimonianza con le loro opere, e non solo con le loro labbra, della fede che serbano nel cuore. Ma questo “portare alla pienezza” si raggiunge promuovendo l’educazione liturgica e la partecipazione piena, consapevole e attiva alle celebrazioni liturgiche (cfr. S a c ro sanctum concilium , n. 14), partecipazione che comporta il riconoscimento delle diverse funzioni gerarchiche nella celebrazione stessa (cfr. ibidem , n. 53). Dobbiamo inoltre tener conto che la partecipazione sarà attiva se la celebrazione ci porterà a prendere attivamente parte alla vita della Chiesa poiché, nel Nuovo Testamento, la liturgia non è solo la celebrazione del culto divino ma anche l’annuncio del Vangelo e la carità in atto.
* Cardinale prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti
© Osservatore Romano - 19 marzo 2015