Solo qualche piccolo spunto e precisazione sulla bella lettera che il cardinale segretario della Congregazione del Clero ha inviato ai sacerdoti e quindi alla Chiesa intera, sviluppando una breve meditazione sul testo della liturgia dell'Ordinazione Sacerdotale: "Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto ed obbedienza?"1 - l'obbedienza cristiana è propria di ogni battezzato - Questo significa che la promessa di "filiale rispetto e obbedienza" o il voto della vita religiosa di Obbedienza si inseriscono in un quid "dovuto" di ogni battezzato. E' il quid della fede. Non c'è fede senza obbedienza a Dio. Il "consiglio evangelico di obbedienza", dunque, non è un punto di arrivo ma piuttosto un punto di partenza. L'Obbedienza donata con il Battesimo si fonda sull'Obbedienza amorosa di Cristo al Padre. E' anzitutto un dono da far fiorire, anche con il mezzo della disciplina e della penitenza.
La fede non è protagonismo, richiesta spasmodica di una visibilità, di una presenza, ecclesiale, parrocchiale, comunitaria o meno, della conquista di un ruolo...
La fede è un dono e l'obbedienza è un dono ed una risposta a questo dono della fede. Per tutti. Ciascuno, in quanto battezzato, ne ha l'esigenza doverosa nello Spirito Santo (Rm. 8, 12)
2 - l'Obbedienza a Cristo non può non passare per l'Obbedienza ai pastori della Chiesa. In primis il Santo Padre, che è Pietro, e poi il proprio vescovo. Da questa obbedienza, che riguarda le cose di fede (la tradizione, la Parola di Dio, i Sacramenti, la pastorale, la dottrina sociale della Chiesa, l'etica e la morale, le scelte vocazionali, ecc.) e non riguarda le decisioni inerenti questioni mondane (anche se queste non possono essere in contrasto con l'etica evangelica e la tradizione della Chiesa) si misura il nostro obbedire a Dio.
3 - Il primato dell'Obbedienza al Santo Padre non esclude l'obbedienza al proprio vescovo, ma la include. Questo significa che se voglio obbedire pienamente al Santo Padre sono chiamato anzitutto ad obbedire al Vescovo che il Signore mi ha donato. Anche se il Vescovo, su una o più questioni, per svariati motivi di cui si può conoscere la natura o disconoscerla, non fosse in piena comunione con il Santo Padre, io sono tenuto a stimarlo e ad obbedirgli sulle cose di fede su cui è in piena comunione con il Santo Padre. Mettiamo per esempio che un Vescovo non obbedisca o non sia in comunione con il Santo Padre su una questione inerente la visione liturgica ma sia, piuttosto, in velato dissenso. Bene su tutto il resto io sono chiamato nell'obbedienza al mio vescovo. Sono chiamato a rispettarlo e ad amarlo anche sul dissenso e, pur non condividendo il dissenso, sono chiamato al rispetto dell'apostolo di Cristo.
4 - Il male della propria volontà (FF. 145)
Ci sono infatti alcuni che cavalcono l'onda del dissenso per un "cristianesimo adulto" e si pongono in aperto contrasto con il magistero, con la tradizione o con i pronunciamenti del Santo Padre. Costoro vengono detti "progressisti". Ma di progresso non c'è traccia.
E vi sono altri ancora che, pur amando e venerando il Santo Padre, non perdono tempo per criticare e mancare di rispetto al proprio vescovo.
Altri ancora tirano il papa "per la giacchetta" e diventano più papisti del papa. Cavalcano la moda. Ieri potrebbe essere stata quella dei principi che non si possono negoziare (che comunque rimangono sempre validi e presenti) oggi quella della "misericordia e dell'accoglienza" (anche qui sempre valida).
Ma la moda è moda e la vanità è vanità. Ed inganna e a noi ci piace farci ingannare dalla spiritualità da banco che muove le pulsioni oscure del cuore.
Sono i migliori camuffamenti della superbia.
Molti di noi, pur di garantirsi uno spazietto di visibilità, dell'esserci, di autostima, diventano dei ridicoli schiacciasassi dimenticando ogni orchestrazione nella grazia.
Perdiamo le proporzioni che solo il Timor di Dio radicale resituisce.
Le forzature, siano che vengano da laici e da prelati, sono forzature, violenze, prepotenze, ideologie, demenze impazzite.
Di tutto facciamo mercato, per la buona vendita del prodotto che siamo noi stessi.
ma come, ti mi dici "io sto servendo il Sginore". No stai asservendo la tua miseria e dunque stai bene attento che il maestro un giorno non possa dirti: "Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità". (Mt. 7,23)
Guai a noi! Guai!
La critica, anche se vi fossero serie ragioni di fede o di pastorale, va fatta con franchezza ma con amore ecclesiale, appartenenza e nei dovuti modi e canali.
Internet, come piazza aperta, non sempre è un contesto autentico e, spesso, non è mai protetto, ed inoltre induce a cavalcare l'onda delle emotività e delle "corporazioni da stadio", tanto care al nemico dell'uomo e di Dio.
Costoro spesso sono dei "papisti ad oltranza" e talvolta dei "tradizionalisti".
Ma di amore vero al Santo Padre e alla Tradizione, che fonda ogni vero progresso nella Chiesa, se ne respira poco.
In entrambi i casi non c'è vera obbedienza ma, come direbbe Francesco "il male della propria volontà" e soprattutto uno scarso, immaturo, e talvolta assente, senso ecclesiale.
Spesso un nascosto problema di inquadramento vocazionale.
"Mangia infatti, dell’albero della scienza del bene colui che si appropria la sua volontà e si esalta per i beni che il Signore dice e opera in lui; 4 e cosi, per suggestione del diavolo e per la trasgressione del comando, è diventato per lui il frutto della scienza del male." (FF. 147)
Il diritto di critica o di riforma, ove necessario, si svolge in altri modi e con un altro sentire ecclesiale.
Su questo, tutti, pastori e laici, dobbiamo crescere non poco.
E non è un dettaglio.