Gli amici scrivono

Annunciare Cristo anche ai musulmaniC’era un tempo in cui all’interno del mondo cattolico si dibatteva su come doveva identificarsi la Chiesa: essere tradizionalista o progressista? Ha risposto Giovanni Paolo II: la Chiesa deve essere missionaria. Ecco perché ha poi rilanciato la Nuova Evangelizzazione come impegno missionario per tutta la Chiesa. In questi giorni il vescovo, monsignor Antonio Suetta, quello che fa suonare una campana per sensibilizzare le coscienze contro la pratica dell’aborto, ha indirizzato una Lettera pastorale (Non c’è amore più grande) alla sua diocesi di Ventimiglia-San Remo «circa la carità e l’annuncio dell’amore di Dio ai musulmani del nostro territorio».

Non dovrebbe scandalizzare che un vescovo vuole annunciare il Vangelo a tutti, compresi i musulmani. Lo ha sottolineato la Nuovabussola, con un servizio di Stefano Chiappalone (Suetta: la vera carità verso i musulmani è annunciare Cristo, 27.5.26, lanuovabq.it). La Lettera di Suetta mi ricorda le parole del Cardinale Giacomo Biffi di Bologna, ventisei anni fa. Biffi, ricordava che «l'azione evangelizzatrice è di sua natura universale e non tollera deliberate esclusioni di destinatari. Il Signore non ci ha detto: "Predicate il Vangelo ad ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama" (cf. Mc 16,15)». E se non lo faremo, in nome di una equivoca accoglienza allergica alla verità, nel Giorno del Giudizio gli stessi musulmani ci chiederanno conto di aver tenuto loro nascosto il Vangelo, spiega a La Bussola mons. Suetta, intervistato da Chiappalone. Il vescovo si è rivolto ai musulmani, semplicemente perché sul territorio (in particolare la Liguria), si incontrano soprattutto persone musulmane e non di altre religioni. Il vescovo parla di accoglienza, assistenza e solidarietà da parte della comunità civile ed ecclesiale nei confronti di queste persone. Senza ignorare le difficoltà e tutti quei processi non sempre facili di integrazione. In realtà l'idea di promuovere l'impegno di evangelizzazione è venuta dal basso, afferma monsignor Suetta. Qualche mese fa ho partecipato a una riunione di volontari della Caritas e un volontario di Ventimiglia mi ha posto questa domanda: perché noi, come cristiani, ci impegniamo a dare aiuto, supporto, accoglienza, a queste persone, e non pensiamo a offrire loro ciò che di più prezioso abbiamo, cioè la fede e il Vangelo? E così abbiamo cominciato a lavorare su questo tema. Il vescovo riconosce che esiste nel mondo cattolico un certo fraintendimento dell’accoglienza, della inclusione e del dialogo, che rimangono parole preziose ma che vanno comprese e declinate nel modo giusto.

Suetta richiamando l'VIII centenario della morte di san Francesco, si chiede cosa può dirci oggi, e lo fa in riferimento all'incontro con il Sultano. Un episodio abbastanza strumentalizzato. E’ chiaro come attestano le Fonti Francescane, san Francesco è andato dal Sultano per testimoniare il Vangelo, per testimoniare Gesù. Addirittura, è andato con l'idea di versare il proprio sangue per l'evangelizzazione del Sultano e della sua gente. Naturalmente i frati non devono disputare o litigare ma testimoniare. L'impegno nell'evangelizzazione non è uno scontro ma è semplicemente l'annuncio e l'offerta della salvezza e va fatto soprattutto con la testimonianza della vita. E sa Francesco era convinto che occorreva dare soprattutto testimonianza con la vita, più che con le parole. Tuttavia, questo primo impegno di testimonianza, che conosce anche il momento dell'annuncio evangelico, per noi cristiani è doveroso e necessario. Nella Lettera viene citata anche la dichiarazione conciliare Nostra Aetate, sui rapporti della Chiesa cattolica con le altre religioni non cristiane. E qui il vescovo facendo riferimento al Concilio Vaticano II, fa alcuni chiarimenti sul tema del dialogo, riferendosi ad alcuni che lo hanno interpretato in libertà, senza aver letto i documenti conciliari. “Io dico sempre che il dialogo interreligioso ha due scopi. Primo e più immediato è quello della pacifica convivenza. Oggi ripetiamo molto spesso che le religioni non devono condurre alla violenza, non devono condurre alla guerra, e quando lo fanno o sono sbagliate o sono interpretate male. Quindi il dialogo interreligioso serve a promuovere accoglienza reciproca e rispetto che sono condizioni imprescindibili per la pace. Però il dialogo non si ferma qui, va oltre. Il dialogo, che è termine tipicamente teoretico, è uno strumento dell'intelligenza, che ha come compito primario quello di cercare la verità”. A questo punto dobbiamo porci la domanda quale sia la religione vera. Naturalmente, tra cristianesimo, ebraismo e islam, ci sono aspetti comuni. Però affermare questo, cioè che abbiamo delle convinzioni comuni, non significa affermare che tutte le religioni sono uguali, perché questa affermazione contraddice un'evidenza: tra tante proposte al massimo potremmo dire che siano tutte sbagliate ma non che siano tutte vere, perché una sola può esserlo. Dunque, il dialogo religioso è interessante anche per questo, per consentire all'intelligenza, certamente illuminata dalla grazia, quando si tratta di esperienza di fede, di conoscere l'autentica verità

Torino, 30 maggio 2026

S. Giovanna d’Arco, vergine.                DOMENICO BONVEGNA