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Lo Stato deve essere forte per NON essereNel XI° Capitolo Nogueira Pinto nella sua sintesi biografica sui quarant’anni di governo di Antonio de Oliveira Salazar, affronta l’argomento delle colonie portoghesi e poi con la conseguente decolonizzazione di questi territori d’Oltremare.

Con la fine della II Guerra Mondiale si pone fine anche al mondo eurocentrico che era fondato sui viaggi transatlantici e sulle conquiste a partire dal XV secolo, degli spagnoli, dei portoghesi, francesi, inglesi, e olandesi. Questo mondo della prima globalizzazione sotto l’egemonia europea che si basava sul diritto di scoperta, di conquista e di occupazione militare è finito. Il fondamento ideologico degli imperi europei era la missione civilizzatrice, che implicava la superiorità della civiltà tutelare-occidentale e cristiana, sulle civiltà o culture tutelate. Il Nuovo Ordine Mondiale internazionale che si dichiarava egualitario e pacifico, guidato dagli Stati Uniti e dall’Urss, non poteva sopportare gli imperi coloniali europei, pertanto anche quello portoghese, definito da Pinto, l’”eccezionalità portoghese”, ha subito uno scossone. Così l’Angola, il Mozambico, Guinea portoghese, Capo Verde, Sao Tomè (Africa) e poi Goa, Macao e Timor in Asia, cominciano a mettere in discussione il primato di Lisbona. Il Portogallo rifiutò la decolonizzazione e definì i suoi possedimenti non come colonie, ma come province d'oltremare (províncias ultramarinas) integrate nello Stato portoghese. Salazar, ribadiva la missione storica civilizzatrice del Portogallo e il legame indissolubile con i territori d'oltremare. Promosse la dottrina del "Portogallo pluricontinentale e multirazziale", sostenendo che la nazione si estendesse su più continenti (Europa, Africa, Asia e Oceania). Alla fine, il Portogallo rimase isolato a livello internazionale. In un primo momento, la NATO appoggia il governo portoghese anche perché stava contrastando i movimenti guerriglieri che lottavano per l’indipendenza in Africa, patrocinati dall’ideologia marxista-leninista dell’Urss e di altri Paesi comunisti. La Guerra Coloniale portoghese inizia nel 1961 (Guerra do Ultramar) su tre fronti africani (Angola dal 1961, Guinea dal 1963, Mozambico dal 1964). La NATO, nonostante la funzione strategica anticomunista del Portogallo, lo ha dovuto abbandonare a se stesso, anche perché intanto il regime di Salazar era collassato con la sua morte. Pinto fa una analisi dei vari aspetti socio-politici e religiosi del governo portoghese con i nativi dei Paesi d’Oltremare. Sul “modo di essere portoghese nel mondo”, ci sarebbe da argomentare, sulla strategia di Lisbona per convincere gli alleati, gli indifferenti e i nemici, della giusta causa del Portogallo nel difendere i territori d’Oltremare ma non intendo dilungarmi su questi aspetti. Torno a descrivere le basi del regime salazariano a cominciare da quello poliziesco, della cosiddetta “Repressione: l’altro lato dello specchio” e siamo al XII° Capitolo. Gli ultimi anni di governo di Salazar furono riservati alla difesa e alla promozione dei territori d’Oltremare. Un fattore che lo ossessionava. Anche se lui non ha mai visitato i territori dell’impero e per questo è stato criticato. Anche Pinto rileva questa trascuranza di Salazar per i territori d’Oltremare, anche se a quanto pare conosceva ogni dettaglio di quei Paesi. Salazar era il pessimismo per eccellenza: sia filosoficamente che politicamente, fu l’incarnazione del pessimismo antropologico nella sua forma più completa. E’ evidente sia nei suoi scritti che nel parlare, pensare e giudicare. Profondamente convinto che gli uomini sono quello che sono, che non valgono molto e che non cambiano, a prescindere dalla qualità dei governi e del grado di istruzione. Nogueira Pinto oltre a studiare i documenti sullo statista portoghese, ha intervistato e conosciuto persone che hanno collaborato con Salazar come Franco Nogueira, ministro degli Affari Esteri e il generale Fernando dos Santos Costa, ministro della Difesa Nazionale. Pinto racconta di un aneddoto che riporta nel libro. Si tratta di un colloquio tra il generale e Salazar in merito alle aperture politiche del regime, alla liberalizzazione della stampa. Salazar disse: “Non si può nemmeno pensare ad una cosa del genere. Sarebbe il caos, come lo fu alla fine della monarchia e durante la Prima repubblica. [i Portoghesi] Sono un popolo complicato, un popolo difficile. In parte Celti, in parte Goti, in parte barbari, in parte Mori. Solo la forza dell’autorità può unirli. Senza autorità, senza forza, si rivolteranno gli uni contro gli altri, si bloccheranno a vicenda, si frammenteranno. Solo una mano ferma, con forza, potranno essere mantenute unite e difese come un tutt’uno. E ringraziamo Dio che coloro che hanno a forza, il potere, siamo noi che siamo cristiani e brave persone, moderati, che non abusiamo di questa forza e di questo potere. Se altri li avessero, sarebbero molto peggio, molto peggio!”. Queste parole rilevano la personalità del personaggio Salazar. Il generale Costa rimase sorpreso della riflessione pessimistica del Dottor Salazar, che in altre occasioni aveva scritto pagine ammirevoli sul popolo portoghese, sulle sue esplorazioni, sulle conquiste storiche. Salazar conosceva la Storia e soprattutto aveva ben presente i gravi errori che avevano commesso i portoghesi e chi aveva governato il Paese in precedenza a cominciare del Partito democratico con le sue derive libertarie. Pertanto, Salazar era convinto che per governare bisognava scegliere il modello autoritario. “Era fermamente [convintamente] antidemocratico, senza complessi né dubbi di alcun tipo. Non lo nascose, né lo dissimulò mai”. Comunque, secondo Pinto, Salazar fu un politico prudente e la prudenza è una grande virtù dello statista. Al contrario dei fascisti, che esaltavano sempre il movimento, l’avventura, la vita pericolosa, e la violenza. Salazar era sostenitore del principio “prevenire è meglio che curare”. Il sistema di controllo, prevenzione e repressione dell’Estado Novo deriva da questa visione politica di Salazar, ma si spiega anche con il suo contesto storico. Questa è una verità fondamentale che lo storico deve sempre tenere conto. Il sistema salazariano è essenzialmente “difensivo”; il regime vive quasi ininterrottamente in condizioni di minaccia interna ed esterna. In particolare, dal 1926 al 1936, non c’è anno che non sia segnato da movimenti militari o cospirazioni rivoluzionarie, quasi sempre violente. E qui subentra il discorso della Repressione della Polizia Politica (Il PVDE) Polizia di Stato di Sorveglianza e Difesa, creata nel 1933. Dal 1945 in poi si adottò il nome che l’avrebbe immortalata tra gli antifascisti: PIDE (Polizia internazionale e Difesa dello Stato) Si tratta di quegli agenti e collaboratori che dopo il 25 aprile 1974, i rivoluzionari avrebbero braccato (sia reali che presunti) con ammirevole zelo e spirito di vendetta. La Pide si concentrava sulla sorveglianza dei comunisti e organizzazioni clandestine rivoluzionarie, che rappresentavano una minaccia per il regime. Nel 1945 lo staff del PIDE era di circa 400 dipendenti. Pinto descrive l’azione repressiva della polizia del regime con obiettività, senza nascondere le nefandezze commesse dai suoi componenti. Gestita dalla polizia politica c’era Colonia penale di Tarrafal, una sorta di campo di concentramento a Capo Verde, istituita nel 1936. Il regime la usò per rinchiudere, isolare e annientare gli oppositori politici, i sindacalisti, i comunisti e i dissidenti del regime portoghese. Funzionò fino al 1954, vi morirono circa 30 prigionieri politici. E’ una macchia sulla storia dell’Estado Novo, scrive Pinto. Esistevano nel continente anche prigioni politiche, fortezze di massima sicurezza come i forti di Aljube, di Caxias, de Peniche, quella più conosciuta a nord di Lisbona. Dopo il 28 settembre 1974, furono incarcerati in questi luoghi, centinaia di persone, militari, molti civili, accusati di attività controrivoluzionarie. La maggior parte fu incarcerata per semplice sospetto o per crimini di opinione. Il regime usò la censura come strumento di prevenzione. Del resto, scrive Pinto, la censura è un altro strumento di controllo utilizzato da tutti i regimi autoritari. Nei regimi totalitari non è necessario perché generalmente lo Stato e il Partito per mantengono il monopolio dei media, come succede in unione Sovietica, nei paesi comunisti europei e in Cina. La censura della stampa e dell’intrattenimento (dello spettacolo) si basa sulla dottrina conservatrice della “prevenzione”, un’idea nata ampiamente adottata dalla dottrina cattolica tradizionale, che considera peccato non evitare le occasioni di peccato. La previa censura, teorizzata dai suoi sostenitori, tra cui Salazar, parte dall’idea che negli stati moderni – fondati su una base popolare in cui la sovranità risiede nella Nazione – l’opinione nazionale deve essere protetta, chiarita e difesa da influenze negative, da notizie “false”, da informazioni “errate” che potrebbero turbare la percezione. Tuttavia, ricorda Pinto che la censura riappare in Europa su larga scala con la Prima Guerra Mondiale del 1914-18 per impedire la diffusione nelle retrovie di notizie che non solo potevano essere divulgate dal nemico, ma che, anche se vere (ad esempio notizie di sconfitte o pesanti perdite), potevano averne effetto disfattista sul morale della popolazione, ovvero servire oggettivamente al nemico. Salazar non esita a difendere la censura preventiva in nome dell’interesse nazionale, dell’ordine sociale, della morale pubblica. In effetti, la sua visione paternalistica e preventiva è evidente nella frase: “lo Stato deve essere forte per non essere violento” e “negli schiaffi tempestivi” che oggi tanto scandalizzano – e non a torto. In pratica, c’era una “Commissione di Revisione Preventiva” che agiva per la censura non solo sulle notizie di politica nazionale, ma anche internazionale. Questo valeva per le pubblicazioni della Sinistra, ma anche per quelle della Destra, che a volte venivano guardate con sospetto. I censori non erano noti per intelligenza, cultura, finezza o discernimento. Appartenevano a quel nucleo di ufficiali dell’esercito o del Pide. Tuttavia, Pinto, afferma che la censura era molto larga per quanto riguarda la morale. Abbastanza liberale per le pubblicazioni di periodici, di spettacoli e di circolazione delle idee. Le riviste vicino al Pcp continuavano ad essere pubblicate e lette durante tutto l’Estado Novo. Nogueira Pinto si sofferma sul caso del generale Umberto Delgado, un crimine che si è rivelato un grosso errore del regime. Insieme al campo di Tarrafal è un altro tassello oscuro del regime dell’Estado Novo. Non sto qui a raccontare le dinamiche dell’eliminazione del generale, che peraltro era stato già “scaricato” dall’opposizione a Salazar. Delgado aveva vagato per l’Europa, per trovare aiuti per rovesciare il regime. Dopo una iniziale alleanza con i comunisti di Cunhal, ben presto si scontrò. Aveva un carattere difficile, individualista, indipendente, privo di disciplina. Fu un partner difficile per l’opposizione a cominciare dal PCP, che non lo considerava un suo leader, anzi un avventuriero scomodo, incapace di capire il “centralismo democratico”. In pratica quando fu ucciso in uno strano conflitto a fuoco (in pratica, un incidente) da uomini del PIDE, ormai il generale non aveva più alcun valore politico per l’opposizione. Anzi era diventato un elemento di disturbo per le strategie frontiste del PCP, per la linea strategica di Cunhal. Per Pinto, la teoria secondo cui Salazar avrebbe ordinato la sua morte o acconsentito all’operazione di eliminare Delgado, è alquanto inverosimile. Non ha mai fatto ricorso a questi metodi; aveva in pugno Alvaro Cunhal, un nemico ben più potente, eppure è rimasto vivo e vegeto anche dopo la prigionia. Comunque, per Pinto non esiste nessuna prova che Salazar abbia ordinato l’uccisione di qualcuno in particolare. Naturalmente poi la sinistra trasformò il generale Delgado in un martire, in un simbolo. Usato dagli antifascisti come qualcosa di abituale del regime. Con Salazar come autore morale, come istigatore. Il governo Salazar non aveva nessun interesse nella scomparsa del generale. Forse l’avevano gli altri. Il XIII° Capitolo del libro dopo il riferimento al discorso di Braga nel 1966, in occasione del quarantesimo anniversario della rivoluzione, si occupa anche dei lavori pubblici del governo portoghese che trova il suo momento simbolico nell’inaugurazione dell’ingegneristico ponte sul fiume Tago, chiamato ponte “Salazar”, peraltro contro il volere del destinatario. Nel settembre del 1968 giunge improvvisa per Salazar una disgrazia, cade dal balcone del Forte di Santo Antonio a Estoril e riporta un grave danno cerebrale, operato, viene colpito da un ictus grave che lo fa cadere in coma. Il presidente decide per la successione, l’unico interessato è Marcelo Caetano che si fa carico di una complessa eredità, dedicandosi, scrive Pinto, all’impresa di costruire il salazarismo senza Salazar. Il che è stato fatale per lui, ma forse per chiunque. Il regime poteva funzionare solo con Salazar. Naturalmente qui non intendo descrivere chi era Caetano. Devo avviarmi alla conclusione del mio studio-presentazione del libro di Pinto. L’ultimo capitolo il XIV° (Un giudizio alla fine) lo storico, ma anche giornalista portoghese, analizza il Salazar politico e il Salazar uomo. Realizzò un programma di ideali e raggiunse i suoi obiettivi. Risanò le finanze pubbliche; sostituì la dittatura militare con  uno Stato Costituzionale autoritario; neutralizzò i nemici politici della sinistra- democratici, socialisti, comunisti; disciplinò, neutralizzando anche i militanti, i suoi “amici” e alleati di destra-conservatori, monarchici, cattolici, nazional-sindacalisti; trasformò le forze vitali-militari, Chiesa, imprenditori, operai-in partner nella politica e nell’economia nazionale; condusse una politica estera audace e di successo durante il decennio dei grandi conflitti europei-dal 1936 al 1945; rimase al potere fino al 1968, con un regime che era diventato esotico in Europa e riuscì a conservare l’impero a difenderlo e a rafforzarlo, mantenendo intatto, con l’eccezione dello Stato dell’India. Quando lasciò il potere, le istituzioni continuarono a funzionare e fu sostituito, alle condizioni, in una transizione pacifica per tutti. E morì, povero, lasciandosi alle spalle un Paese più sviluppato, materialmente e spiritualmente di quello che aveva trovato nel 1928. Sarebbe interessante occuparsi a questo punto del Salazar uomo. Potrei concludere con qualche osservazione di Pinto su Salazar: è la persona religiosa che si dedica al servizio di Dio e dei poveri: è il soldato che consapevolmente dà la vita per la patria; è il militante che serve un’idea. E’ lo stesso imperativo che spinge Achille ad andare alla guerra di Troia, per immortalarsi. Pinto si sofferma su altre caratteristiche ma devo fermarmi.

Torino, 16 ottobre 2026

S. Margherita Maria Alacoque                    DOMENICO BONVEGNA

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