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Ricordate il racconto di Buzzati? La Baliverna è un vecchissimo fatiscente edificio, ex convento, ex caserma, «in cui si era istallata, con la tacita acquiescenza delle autorità, una turba di sfollati e senzatetto, vagabondi, “barboni”, disperati, perfino una piccola comunità di zingari». Per un improvviso impulso, un uomo si arrampica su quel casermone, aggrappandosi a un’asta di ferro sporgente da un architrave. L’asta inopinatamente cede, coinvolge un altro ferro e, come a un preciso segnale, tutto l’edificio viene giù. È il crollo della Baliverna.  L’incredibile disguido (diciamo così) nella presentazione delle liste del Pdl per le elezioni regionali in Lombardia e nel Lazio, ha rischiato di far crollare l’edificio non solo di un partito, ma del sistema democratico italiano. Inammissibile leggerezza dei presentatori delle liste, certamente, non senza qualche accanimento del tribunale di Milano che ha depennato firme in cui il luogo di nascita del sottoscrittore era indicato come «Venegono», anziché «Venegono inferiore», oppure «Mariano C.se» anziché «Mariano Comense».   Il «decreto interpretativo» emanato in fretta e furia dal Governo ha messo in luce la saggezza e il senso dello Stato del presidente Giorgio Napolitano, che ha fatto la scelta giusta tra «due interessi o “beni” entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi». Ciò non è bastato al Tar del Lazio che ha escluso la lista Pdl e, al momento in cui scriviamo, lo svolgimento di regolari elezioni regionali non è garantito né a Roma, né a Milano. Resta, comunque, un retrogusto molto amaro per il pressappochismo dilettantesco di cui il Pdl ha dato prova. Ma non bisogna incrudelire. Proprio nei giorni dell’infortunio è uscito sul Corriere della sera un editoriale di Ernesto Galli della Loggia molto duro contro il Pdl, «partito di plastica» che si sta squagliando, capace di vincere le elezioni ma non di governare eccetera. All’editoriale, uscito con un giorno di ritardo rispetto all’edizione on line per un curioso «errore tecnico», hanno risposto i tre coordinatori del Pdl, Bondi, La Russa, Verdini, rivendicando il lavoro compiuto dal governo nella difficile congiuntura internazionale e con la pesante eredità dei governi precedenti. La replica di della Loggia, qualche giorno dopo, è parsa una sostanziale marcia indietro.In realtà, l’illustre politologo sembra il portavoce di chi rimpiange i partiti di un tempo, ideologici e territorialmente organizzati, senza aver capito che l’ingresso in politica di Berlusconi è alternativo appunto a quel modo di essere e di pensare. Il partito moderno, come negli altri Paesi democratici, è flessibile e non ideologico, è una macchina elettorale che funziona per la realizzazione di un programma, è il partito «del fare», intendendo con ciò che il governo si deve occupare innanzitutto e quasi esclusivamente di amministrazione (difesa, opere pubbliche, fisco, infrastrutture...) lasciando alla società civile i temi eticamente sensibili che, al momento dell’eventuale traduzione in legge, devono dar luogo a iniziative parlamentari, e non governative. La famosa «centralità del Parlamento», prevista dalla Costituzione e di cui troppi si riempiono la bocca, va esercitata appunto lì, restituendo a ciascun potere dello Stato (Parlamento, Governo, Magistratura) le competenza che la Costituzione assegna.Certo, «partito del fare» non deve voler dire «del fare gli affari propri» negli appalti delle opere pubbliche: onestà e trasparenza non possono essere date per implicite o messe tra parentesi. E un partito, flessibile fin che si vuole, deve comunque avere una organizzazione elettorale che consenta di presentare le liste in tempo utile e correttamente compilate.Ma, per tornare al racconto di Buzzati, la Baliverna del nostro sistema politico sembra abitata da «una turba di sfollati e senzatetto», cioè da una classe dirigente approssimativa o residuale di un non glorioso passato. Fino a quando? La maldestraggine dei presentatori di liste lombarde e laziali, svellendo un ferro che non si immaginava determinante, ha messo in luce quanto fragile per fatiscenza sia tutto l’edificio. Ed è su questo che i partiti, il Parlamento e la Magistratura devono riflettere, nonché i cittadini che non vogliano ridurre la cittadinanza al solo gesto, pur importantissimo, anzi, essenziale, di introdurre una scheda nell’urna elettorale.C.C.

Studi cattolici, n. 589, marzo 2010.  

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