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Il chilometro quadrato della santita torineseFa bene il Bollettino Salesiano, nel numero di aprile, anche se sinteticamente a ricordare la Storia dei Santi sociali torinesi, qualificandoli come “Il Chilometro quadrato della Carità”.

Felice termine usato dal cardinale Repole in occasione dell'inaugurazione del monumento alla Marchesa di Barolo in via delle Orfane a Torino. L’ intervento è di Gian Mario Ricciardi. I Santi torinesi dell’Ottocento hanno capito che il mondo stava cambiando. Da quando risiedo a Torino sono rimasto colpito, conquistato dai cosiddetti “Santi sociali” e così li ho studiati. Non credo di sbagliarmi ma si tratta di un vero e proprio unicum nella lunga storia della santità della Chiesa. Tutto inizia con san Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d’Asti, paese che ha dato i natali anche a San Giovanni Bosco e a san Giuseppe Allamano. Ricciardi segue l’itinerario topografico tracciato dal cardinale dei vari santi dove hanno operato, forse bisognava tracciarlo con una allegata cartina di Torino, per avere visivamente il territorio dove hanno operato. Ricciardi individua i quattro punti cardinali della città: la Consolata con i missionari di Giuseppe Allamano, il vicino Palazzo Barolo dove hanno operato Giulia e Tancredi di Barolo, il Cottolengo, il Valdocco di don Bosco, gli Artigianelli di Leonardo Murialdo, via San Donato di Francesco Faa di Bruno, il collegio degli Artigianelli di Giovanni Cocchi. Un quadrilatero delle meraviglie di Dio, li chiama Ricciardi. Partendo da Cafasso, il prete della forca, che sa ascoltare e convertire attraverso il confessionale, si passa poi alla straordinaria avventura del Cottolengo che arriva a Torino da Bra. Senza soldi, ma con tanta fede riesce a costruire quella grande opera di assistenza che ancora oggi rappresenta un miracolo della fede. Poi è la volta del santo dei giovani, dei ragazzi, san Giovanni Bosco con l’altro miracolo del Valdocco. Giulia e Tancredi, gli sposi entrambi nobili, marchesi di Barolo, che mettono tutto a disposizione per i poveri. In particolare, la marchesa, diventa una manager della carità. L’intervento di Ricciardi continua nel suo breve itinerario della santità torinese dell’Ottocento, con don Allamano che gli viene affidato il Santuario della Consolata, il “cuore” della città. E poi con Leonardo Murialdo, anche lui opera tra i giovani. Mentre nel quartiere san Donato opera Francesco Faa di Bruno, un eclettico personaggio, anche lui nobile, vissuto negli anni di don Bosco, del Cafasso e del Cottolengo, un gruppetto di santi che magari non sempre andavano d’accordo, ma che facevano a gara nella carità per gli ultimi. Sul Faa di Bruno ho letto molto ed ho anche scritto tanto. Contemporaneo di Marx, Darwin, Nietzsche, collega del Lombroso e del Carducci, al contrario di questi personaggi, invece di fare solo teoria, il Faa di Bruno si è rimboccato le maniche ed ha operato nel concreto aiutando i poveri, in particolare le donne di servizio abbandonate. Mentre i liberali e i socialisti dell’epoca si agitavano a creare improbabili teorie utopiche per risolvere le varie questioni sociali che affliggevano le popolazioni di allora, i nostri grandi testimoni della carità con lo straordinario realismo sapevano cosa fare. Lo studio di Ricciardi si chiude con il beato Sebastiano Valfrè, uno dei primi “santi sociali” della millenaria storia di Torino.

Torino 6 maggio 2026

S. Domenico di Savio.                  DOMENICO BONVEGNA

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