Guardando le immagini della devastazione delle nostre città ad opera della teppaglia rossa misto maranza (che nome vogliamo dare) non si può non fare il confronto con gli eroici studenti e operai ungheresi che il 23 ottobre del 1956 sono scesi nelle strade e nelle piazze di Budapest per protestare contro l’oppressione comunista, prima del governo rosso ungherese, e poi del Cremlino che ha mandato i carri armati sovietici.
Si tratta di “un confronto fra due modi molto diversi di scendere in piazza per protestare”, ha scritto Marco Invernizzi (Budapest 1956, Milano 2026. Gli eroi e i teppisti, 26.10.26, alleanzacattolica.org) In questi giorni sui social ho visto diverse immagini e video della rivolta degli ungheresi contro il sistema comunista, rivolta che è stata ricordata dal governo ungherese in questi giorni. “Certo, il mondo è profondamente cambiato. Siamo passati dall’epoca delle ideologie alla dittatura del relativismo. Dai tempi in cui nelle strade delle città del socialismo reale si combatteva per la libertà che, invece, veniva usata in Occidente per cercare di instaurare il socialismo, siamo passati al totalitarismo vissuto o desiderato del nichilismo del dopo 1989, un tempo nel quale forse si sta innestando una guerra ibrida contro le nazioni occidentali”. Forse ancora non siamo in grado di conoscere le motivazioni autentiche di queste rivolte post-moderne, da parte di giovani e giovanissimi, addirittura di undici anni e sicuramente con molti minorenni. Tuttavia, si può cominciare a fare qualche osservazione: smettiamola di incolpare la società, secondo lo stile del peggiore progressismo, per il quale la colpa è sempre degli altri e la responsabilità personale non esiste. Ha ragione Alessandro Sallusti che ha scritto su Libero del 21 ottobre che, anzitutto, bisogna reprimere i responsabili, metterli in condizione di non nuocere, arrestarli sperando che non vengano immediatamente liberati da un magistrato compiacente e complice, come spesso è accaduto. “Saranno pur minorenni, ma devono capire che esistono il bene e il male e che, se si commettono dei reati, si finisce in galera. Saranno giovani, ma se sapessero che in prigione ci si rimane per qualche anno, credo che la maggioranza se ne starebbe a casa o, comunque, si comporterebbe diversamente”. Fiumi d’inchiostro si sono scritti sull’emergenza educativa, eccola che è esplosa con tutti i suoi effetti deleteri in questi giorni. Bambini che non sono stati educati da genitori e insegnanti, che hanno seguito le teorie sessantottine del lasciar fare, che non hanno mai previsto un “no”, un castigo quando si infrangono le regole. Ormai ci sono studi sociologici che registrano che i maggiori responsabili dei giovani finiti nelle case di recupero per drogati sono proprio i genitori, che non sono stati capaci di dire dei no ai loro figli, non facendo loro capire che ci sono dei limiti ai propri desideri e che le azioni hanno delle conseguenze. In questo senso la società è sì colpevole, e la famiglia (quando c’è) lo è in modo particolare, ma questo, appunto, non deve portare a soprassedere sulla responsabilità personale. Tuttavia, forse, non c’è bisogno di troppi discorsi per capire che i nostri giovani di oggi sono vittime di una cultura coscientemente permissiva, con il risultato che crescono senza avere l’idea del limite, dell’ordine, dell’obbligo del rispetto del bene pubblico e della proprietà altrui. La repressione non basta, ma è necessaria, e urgente. Il problema è complesso, è da troppo tempo che gli adulti, i cattolici, non hanno trasmesso nulla in questi decenni, un nulla forse (forse) peggiore delle ideologie pre-1989. Ma il nichilismo produce giovani mostri, più o meno annoiati. E forse questi mostri sono diretti più o meno consapevolmente da attori esterni. Qui arriviamo alla guerra ibrida, che peraltro esiste da oltre vent’anni, a prescindere dai maranza e dagli scontri dei giorni scorsi, come ha ben ricordato Andrea Morigi sempre su Libero del 21 ottobre. Dopo quello che abbiamo visto nelle principali città europee, possiamo sostenere, senza passare per complottisti, che esite un minimo di coordinamento. Si possono fare diversi esempi storici di rivolte a partire dal Quarantotto (1848). In questi giorni il Ministro della Difesa Guido Crosetto in merito alla guerra ibrida ha detto delle cose interessanti. La guerra ibrida è qualcosa che va oltre il conflitto cruento nelle trincee e sotto i bombardamenti, ma ha come obiettivo la tenuta psicologica delle popolazioni civili e prevede l’esasperazione di ogni contrasto, di ogni contraddizione all’interno della società che si vuole conquistare. Ora, l’intelligence russa conosce bene i punti deboli e le divisioni delle società occidentali e sa come operare per dividere, contrappore, indebolire e generare consenso a favore delle forze politiche e delle opinioni pubbliche a lei favorevoli. Qualcuno ha cominciato a comprenderlo e a denunciare questa situazione, allo scopo di porvi rimedio. Meno male. Il vescovo cattolico Pavlo Hončaruk di Kharkiv, una diocesi sul fronte del conflitto ucraino-russo, diceva pochi giorni fa che la Federazione russa ha cambiato il vestito rispetto al tempo dell’Unione Sovietica, ma non il metodo. Teniamolo presente e impariamo a difendere le nostre nazioni. Allora, stiamo all’erta, soprattutto non dimentichiamo la lezione storica della “guerra fredda”. Anche oggi siamo in piena guerra psicologica contro l’Occidente, una volta erano i partiti comunisti, oggi ci sono quelli che seguono l’ideologia woke a seminare dubbi e sensi di colpa contro l’Occidente che si è fatto carico di misfatti.
Torino, 28 ottobre 2026
SS. Simonee Giuda apostoli. DOMENICO BONVEGNA