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ISLAM che vorremmoL’anno scorso la casa editrice Cristianità ha ripubblicato un testo di venticinque anni fa di Giovanni Cantoni, “Aspetti in ombra della Legge sociale dell’Islam. Per una critica della vulgata “islamicamente corretta”.

L’Islam, dice il gesuita prefatore Samir Khalil Samir non è adeguatamente conosciuto in Occidente e, anche all’interno della Chiesa cattolica, ne circola un’immagine edulcorata, immagine che parte da alcune idee preconcette e mai dimostrate,  come quella secondo cui tutte le religioni mirano alla pace  e quella, di segno opposto, secondo cui tutte le religioni hanno dato luogo a guerre e sono state caratterizzate da manifestazioni di intolleranza o l’affermazione secondo cui in tutte le religioni vi è del buono oppure, ancora, secondo cui una moschea è un luogo di preghiera simile alla chiesa per i cristiani. Ecco perché il sottotitolo recita. Per una critica della vulgata “islamicamente corretta”. Giovanni Cantoni, dato il giro mentale vigente ancor oggi, volto a fare dei distinguo fra Islam, politica e società e così elogiando la religione musulmana come pacifica e dialogica, va direttamente alle fonti e, citando testimonianze di prima mano, ci spiega che l’espressione “din wa dunnya wa dawla” – cioè religione, società e Stato – non può essere messa in sordina a beneficio di una presentazione dell’Islam gradita all’orecchio occidentale. Recentemente l’argomento è stato affrontato da don Proietti nel suo blog duepalmisoprailcuore.it (L’Islam che vorremmo e quello che dobbiamo conoscere, 29.10.26) Quando il desiderio del dialogo rischia di sostituirsi alla conoscenza della realtà. Ogni volta che si parla di dialogo con l’islam, occorre chiedersi “siamo davvero disposti a conoscere questa religione nella sua identità storica e nelle sue differenti espressioni contemporanee, oppure abbiamo progressivamente costruito un’immagine dell’Islam più vicina alle nostre aspettative che alla realtà che pretendiamo di comprendere?. È una domanda che nasce dal desiderio di prendere sul serio il dialogo, riconoscendo che nessuna relazione autentica può fondarsi sulla rappresentazione rassicurante che ci siamo costruiti dell’altro”.

Noi occidentali siamo abituati a vivere in società nelle quali l’appartenenza religiosa appartiene alla libertà della persona e l’ordinamento civile non dipende dall’autorità di una particolare confessione. Questa condizione è il risultato di una storia complessa, nella quale il cristianesimo ha avuto un ruolo fondamentale e che ha conosciuto trasformazioni profonde attraverso la modernità. Finisce così per apparirci naturale immaginare che ogni religione possa inserirsi nel medesimo orizzonte, accettando senza particolari difficoltà quella distinzione tra fede e autorità politica che costituisce uno dei fondamenti della nostra convivenza.

L’Islam nasce da una vicenda differente, scrive don Mario Proietti. La predicazione di Muhammad conduce anche alla costituzione di una comunità politica e lascia alla tradizione musulmana una concezione della legge religiosa che riguarda la vita collettiva. Le interpretazioni di questa eredità sono numerose e le società musulmane contemporanee hanno sviluppato ordinamenti differenti, alcuni compatibili con una concezione laica dello Stato, altri caratterizzati da una stretta dipendenza della legislazione civile dalla legge religiosa. Questa diversità appartiene alla realtà dell’Islam e dovrebbe indurci a conoscerla con maggiore attenzione, soprattutto quando incontriamo movimenti che intendono attribuire alla propria interpretazione religiosa un’autorità vincolante per l’intera società.

“Ho l’impressione che una parte della cultura occidentale fatichi a riconoscere la portata di questo problema, - scrive don Proietti -  quasi che la semplice disponibilità al dialogo fosse sufficiente a superare divergenze che riguardano l’idea stessa di libertà”. Rimane necessario comprendere quale significato attribuiscano i diversi interlocutori alla libertà di coscienza, alla possibilità di cambiare religione e al rapporto tra legge civile e prescrizioni religiose. A questo punto don Mario fa il riferimento alla rivoluzione del 1979, quando l’ayatollah Khomeyni rovesciò la monarchia iraniana. Alla caduta dello scià contribuirono forze profondamente differenti, tra questi i comunisti, accomunati dall’opposizione al regime monarchico. La successiva costituzione della Repubblica islamica rivelò quanto fossero differenti i progetti dei protagonisti di quella stagione. Il potere si consolidò attorno a un ordinamento fondato sull’autorità religiosa, le opposizioni vennero represse e, nel 1983, anche il Partito comunista, Tudeh subì l’arresto dei propri dirigenti e lo smantellamento dell’organizzazione. Questa è una vicenda che dovrebbe far riflettere i nostri sinistri in Italia ed europei che si stanno legando alle forze politiche islamiste. Certo, il precedente iraniano non autorizza a prevedere per l’Europa un destino analogo, date le profonde differenze storiche e istituzionali. Tuttavia, bisogna stare attenti quando si solidarizza con un certo mondo musulmano. Essere disponibili verso organizzazioni che pretendono di rappresentare i musulmani, senza verificare sufficientemente quale concezione della libertà e dell’autorità esse sostengano, può diventare pericoloso. La questione diventa particolarmente delicata quando questa sensibilità entra nel linguaggio ecclesiale. Avverto talvolta, in alcuni interventi di uomini di Chiesa, una vicinanza alle categorie del progressismo contemporaneo che sembra andare oltre la legittima attenzione pastorale alle persone e alle loro difficoltà. Il desiderio di non apparire ostili all’Islam rischia di condizionare il giudizio su alcune sue espressioni politiche e culturali. Scrive don Mario Proietti. Ricorrere continuamente al termine islamofobia è pericoloso. Infatti, non si può fare un ragionamento sulla storia islamica, magari criticando certe posizioni, che subito si è tacciati di islamofobia. E qui ritorna, la riflessione di Joseph Ratzinger sull’«odio di sé dell’Occidente». La difficoltà a riconoscere serenamente il proprio patrimonio culturale può condurre a una singolare asimmetria: grande severità nel giudizio sulla nostra storia e particolare cautela nell’affrontare le contraddizioni presenti nelle altre tradizioni. Proietti accenna al suo intervento sulla questione delle schede della Conferenza Episcopale Italiana dedicate alla conoscenza dell’Islam. Oggi la domanda si allarga alla capacità dell’intera cultura occidentale di conoscere l’altro senza sentirsi obbligata ad attenuare ciò che potrebbe risultare scomodo. Di fronte all’indebolimento della nostra identità culturale come fanno le nuove generazioni ad integrarsi? E questo non vale solo per i figli degli stranieri, ma anche per quelli degli italiani. Il fenomeno è complesso, ma rimane la responsabilità di un Occidente che non riesce a spiegare in quale patrimonio culturale e civile dovrebbero riconoscersi. La difficoltà dell’integrazione non può essere risolta chiedendo a chi arriva di cancellare la propria identità religiosa. Richiede una comunità nazionale consapevole dei principi sui quali si fonda, capace di trasmetterli e di pretenderne il rispetto. Una società che non sa più riconoscere il valore della propria storia rischia di confondere l’accoglienza con la semplice coesistenza di appartenenze che rimangono estranee tra loro, lasciando irrisolte proprio le questioni dalle quali dipende la possibilità di una convivenza duratura.

San Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica Ecclesia in Europa, chiedeva una conoscenza obiettiva dell’Islam e richiamava la necessità della reciprocità nella libertà religiosa. Era il Papa dell’incontro di Assisi, profondamente convinto dell’importanza del dialogo e altrettanto consapevole che la dignità della coscienza non potesse essere affidata soltanto alle dichiarazioni di buona volontà. Il suo insegnamento ci ricorda che l’apertura all’altro acquista credibilità quando siamo capaci di riconoscere le difficoltà della convivenza e di affrontarle con sincerità.

L’Islam che vorremmo potrebbe essere quello che abbiamo progressivamente immaginato attraverso le categorie della nostra sensibilità occidentale, già disposto a condividere la concezione della libertà e del rapporto tra religione e Stato che consideriamo naturale. Invece, scrive Proietti, L’Islam che dobbiamo conoscere è quello realmente presente nella storia e nelle società contemporanee, con la varietà delle sue interpretazioni, con le esperienze di convivenza che meritano di essere valorizzate e con i progetti politico-religiosi che richiedono un giudizio critico.

La Chiesa possiede una tradizione intellettuale e spirituale che le permette di affrontare questo incontro senza smarrire la propria identità, custodendo la libertà di annunciare Cristo e di riconoscere ciò che nell’esperienza degli altri è autenticamente vero e buono. La storia ci insegna quanto possa essere pericoloso ignorare le convinzioni profonde degli interlocutori, mentre la fede cristiana ci ricorda che nessuna autentica fraternità può essere costruita rinunciando alla verità.

Forse è proprio questo il rischio maggiore del nostro tempo: essere così preoccupati di non apparire ostili all’altro da smettere di domandarci chi sia realmente colui che desideriamo incontrare.

Torino, 31 ottobre 2026

S. Alfonso Rodriguez               a cura di Domenico Bonvegna

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