Ecco un libro veramente prezioso capace d'illuminare un significativo pezzo di storia della Chiesa perugina: Andrea Maiarelli, La Congregatio Clericorum Perusinae Ecclesiae: edizione e studio del Codice 39.20 della Biblioteca Capitular di Toledo. Con un saggio di Pietro Messa. (Roma, Herder, 2007 - Italia sacra. Studi e documenti di storia ecclesiastica, 81; pagine XXXIII, 351, euro 79). Tra la fine del tredicesimo e l'inizio del quattordicesimo secolo, una confraternita clericale, che ritrovava le sue origini nella congregatio clericorum fondata oltre due secoli prima dal vescovo Andrea, commissionava a un amanuense una nuova trascrizione - un codice precedente si era, probabilmente, deteriorato - di testi fondamentali per la vita confraternale: il necrologio, la constitutio, il testo ispiratore con le intuizioni fondamentali che regolano la condotta dei membri, e infine il libellus liturgico, con i formulari essenziali ai chierici per l'esercizio delle proprie funzioni - messe e riti legati all'agenda mortuorum e alla commendatio animae.
Le origini dell'associazione clericale si collocano dunque durante l'episcopato di Andrea, che era stato consacrato da Benedetto IX (Teofilatto dei conti di Tuscolo) in un anno imprecisato tra il 1032 - elezione del pontefice - e il 1036 - prima attestazione della sua presenza sul soglio perugino. Godendo dell'appoggio papale, Andrea cercò di rafforzare il ruolo del vescovo, scontrandosi così con le istituzioni ecclesiastiche locali, specie con alcuni monasteri benedettini e con il capitolo della cattedrale. Con l'istituzione della confraternita, egli si proponeva di aggregare un clero disperso, abituato ad agire in piena autonomia e perciò più facilmente preda di molteplici cadute. Sacerdoti che prestavano servizio in chiese diverse venivano così invitati ad associarsi per condividere una più intensa esperienza religiosa, per sovvenire gli uni agli altri con l'aiuto spirituale e materiale, per garantire ai defunti funerali dignitosi e perpetui suffragi.
La constitutio - edizione del testo, pp. 49-67 - si compone di quattro capitoli, il primo dei quali si deve allo stesso vescovo Andrea, che lo redasse al momento della fondazione; gli altri costituiscono invece la revisione di un testo precedente. Il capitolo secondo, che ha per titolo Incipiunt sermones, è costituito dalla giustapposizione di un certo numero di passi biblici e patristici, tesi a sottolineare doveri e virtù necessari ai presbiteri nell'esercizio della loro missione e quali siano i vantaggi della vita confraternale. Il capitolo terzo si fonda sul capitolo CXLV della Regola di Aquisgrana, opportunamente modificato e integrato per adattarlo alla situazione. Infine, il capitolo quarto "contiene alcune norme che servono a completare la struttura generale del testo", di cui rappresenta la porzione meno organica.
Maiarelli ben sintetizza "la chiara finalità del progetto: un clero organizzato, più strettamente sottoposto al controllo del vescovo e in costante dialogo interno vive una condizione ben più tutelata dal rischio di inadempienze di disciplinari e gode di opportunità e stimoli adeguati per innalzare la propria moralità e migliorare la qualità della propria azione pastorale" (pp. 74-75). Quando Andrea esce di scena - nel 1049 il suo episcopato sembra già essersi compiuto - la confraternita continua a sopravvivere, assumendo però forme, modalità e finalità differenti.
È tuttavia il necrologio - edizione del testo, pp. 107-144 - a presentarsi senz'altro come la parte più importante per ricostruire vicissitudini e successive evoluzioni dell'istituto confraternale. Normalmente i necrologi venivano realizzati su singoli quaterni, che sarebbe stato poi possibile sostituire senza danneggiare il resto del codice. Quando terminava lo spazio disponibile per annotare i nomi dei defunti, il quaterno veniva sostituito da uno nuovo, nel quale però si trascrivevano solo i nomi dei defunti più recenti o dei quali si conservava memoria a motivo dell'importanza e della notorietà del personaggio. Maiarelli individua circa cinquanta mani diverse "tutte comprese, molto probabilmente, entro i limiti cronologici del XIV secolo" (pp. 145-146). In tutto, seicentosedici note obituarie: trecentoventisette realizzate dalla mano A - la prima, quella che, basandosi su un antigrafo, ha vergato anche il resto del codice - e 289 dalle mani successive. Il necrologio si estende per la lunghezza di sei carte: dodici facciate in tutto, quindi, una per ogni mese; esso è preceduto da una chartula, che contiene un elenco - redatto non dalla mano A, ma da uno scrivano (mano D) che in un secondo tempo ha utilizzato l'attuale prima carta - di settantotto nominativi, per i quali non è possibile definire alcuna datazione: sono esclusivamente laici, il che spinge a pensare che ci si trovi di fronte ad una chartula fraternitatis con l'indicazione di quanti erano stati in qualche modo aggregati tramite l'istituto dell'adfratatio. Attraverso un obolo, i laici potevano infatti intessere un legame con confraternite clericali, i cui membri si impegnavano a pregare e celebrare suffragi per il donatore dopo la sua morte. Questa era infatti "la via maestra per l'ingresso dei laici in confraternite in origine esclusivamente chiericali, primo passo per la trasformazione delle stesse in confraternite miste" (p. 153).
Le note obituarie più antiche rinviano alla metà del dodicesimo secolo. Da esse si ricava che, a cavallo tra dodicesimo e tredicesimo secolo, la congregatio clericorum si era progressivamente aperta ai laici, all'epoca però ancora relegati in un ruolo subalterno.
L'ultima parte del volume, dedicata al libellus liturgico - edizione del testo, pp. 229-288 - si è giovata della collaborazione di Pietro Messa. Egli, "oltre ad aver elaborato lo studio interpretativo (pp. 289-340), ha fornito un'importante collaborazione all'edizione del testo" (p. 228). La parte liturgica è stata copiata da un libellus precedente: Messa avanza l'interessante ipotesi che esso consistesse nell'ordinario proprio di Onorio III, dato tuttora per disperso (cfr pp. 306-307, 312-313). A ragione Pietro Messa definisce il codice di Toledo un "codice fondativo dell'identità storica dell'Archidiocesi di Perugia" (p. 340). Nel 1752 esso fu visto da Giuseppe Garampi, allora prefetto degli Archivi Vaticani, che fornì una descrizione "tanto sommaria quanto acuta" (p. 15) del suo contenuto. I canonici della cattedrale, tuttavia, non ne compresero il valore, e nel 1763 ne deliberarono il trasferimento, insieme agli altri codici capitolari, alla Biblioteca Dominicini. Nel 1770, gli stessi lo donarono al cardinale Francesco Saverio Zelada; il codice finì poi in Spagna all'Archivio e alla Biblioteca Capitolare di Toledo. Grazie agli sforzi congiunti di Augusto Penchini e Ugolino Nicolini, quest'ultimo riuscì infine, nel 1977, a identificarlo nell'attuale codice 39.20 della Biblioteca Capitular di Toledo.
(©L'Osservatore Romano - 7-8 aprile 2008)
La «Congregatio clericorum» del vescovo Andrea
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