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benediciteI monaci ci hanno insegnato molte cose. Una è proprio quella di "mangiar bene", Innanzitutto con educazione e ordine. Sono cose a cui siamo abituati, ma è bene che ci chiediamo da dove vengono queste abitudini, così da non lasciarle perdere con facilità. Sono abitudini rituali: mangiamo su tovaglia, con le posate disposte, in modo non casuale, attorno al piatto. Con a lato un tovagliolo. Sono disposizioni non arbitrarie, ordinate, come in una liturgia. Diciamo che facciamo "colazione". Ci siamo mai chiesti perché? Perché i monaci non mangiavano guardando la televisione o mandando messaggi con il telefonino... ma ascoltando una lettura spirituale che, per lo più, era tratta dalle "Collationes" di san Giovanni Cassiano.
E' questo uno degli aspetti più interessanti e belli del paradosso cristiano, spesso così trascurato. Per un cristiano certamente mangiare e bere non sono lo scopo della vita. Anzi, il digiuno è una pratica raccomandata da tutta la tradizione. Tuttavia, il prender cibo è per lui qualcosa di particolarmente importante. Da curare, quindi, da rendere bello e anche piacevole. E' noto che le principali prelibatezze della nostra cucina occidentale hanno una origine monastica: il prosciutto, il formaggio grana, la birra di luppolo, lo champagne, ecc. Certamente non si entrava in monastero per far formaggi o produrre del buon vino, ma per cercare Dio nel silenzio e nella preghiera. Tuttavia, cercando il regno di Dio è venuta questa significativa aggiunta: <Cercate [...] anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta> (Matteo 6,33). Un'aggiunta non casuale, perché le raffinatezze della buona cucina sono un'arte che produce un genere di bellezza "effimera", ma non per questo meno reale. E la bellezza è via privilegiata verso Dio. I santi ci danno delle importanti conferme. Uno fra tutti: san Francesco. Sappiamo quanto ha praticato nella sua vita la sobrietà del cibo, un aspetto non secondario di "madonna Povertà", da lui amata e sposata. Eppure, proprio al termine della sua vicenda terrena compie un gesto apparentemente incomprensibile, ma che non è tale alla luce di quanto detto sopra: chiede a una sua penitente, madonna Giacoma de' Settesoli, di portargli quei dolcetti che lei sa cucinare così bene e che a lui piacciono così tanto.
Il prendere cibo per un cristiano non è cosa da poco. Non può esserlo, perché il suo Creatore si è fatto uomo e si dà in cibo a lui nella santa Eucarestia.


(don Pietro Cantoni, "il Timone" n.133).