Dante risponde alla domanda di Anselmo
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Il trattato Perché un Dio uomo? (Cur Deus homo), ultimato da Anselmo d'Aosta nel 1098, segna l'inizio della grande stagione della cristologia scolastica, intesa come riflessione insieme filosofica e teologica sull'incarnazione del Verbo di Dio, sulla "convenienza" della sua azione redentrice dell'uomo attraverso la passione, la morte e la resurrezione di Gesù Cristo. L'influenza dell'impostazione anselmiana sui trattati dei maestri dei secoli xiii e xiv è stata decisiva per sviluppare l'intelligenza dei dati di fede circa la modalità della redenzione; per quanto riguarda Dante, è nel canto VII del Paradiso che troviamo un percorso teologico profondamente modellato sulla dottrina anselmiana del Cur Deus homo.
Lo sviluppo del tema dell'incarnazione del Verbo nel canto VII è stimolato dalle parole di Giustiniano (canto vi, versi 92-93), che hanno suscitato un interrogativo nella mente di Dante: se la crocifissione di Cristo è stata la giusta vendetta con la quale venne placata l'ira di Dio verso gli uomini dopo il peccato originale, come Giustiniano ha potuto dire che, con la distruzione di Gerusalemme a opera di Tito, gli ebrei furono giustamente puniti in quanto responsabili della morte del Messia?