Un nuovo telescopio che punti sul senso delle cose
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Si è svolto nei giorni scorsi a Roma un congresso internazionale organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze e dalla Pontificia Università Lateranense sul tema "1609-2009. From Galilei's telescope to evolutionary cosmology. Science, philosophy and theology in dialogue". Pubblichiamo un estratto dall'intervento dell'arcivescovo rettore della Lateranense.
di Rino FisichellaUna concezione cosmologica moderna procede a mostrare l'universo non solo secondo i dati che acquisisce sperimentalmente - per quanto le sia possibile - ma anche elaborando teorie che hanno una valenza tipicamente antropologica. Materia, spazio-tempo, movimento, causalità non sono estranei all'autocomprensione che l'uomo ha di sé e di quanto lo circonda. Le leggi che la cosmologia produce in riferimento all'universo non possono essere semplicemente identificate con tutto ciò che accade in esso; sarebbe un'identificazione gratuita e per nulla scientifica perché impossibile di verifica. Solo per esemplificare assumo la concezione di alcuni astrofisici secondo i quali i fenomeni di formazione stellare dureranno ancora per circa cento miliardi di anni, dopo i quali l'"era delle stelle" inizierà a declinare, in un periodo compreso fra dieci e cento billioni di anni, quando le stelle più piccole e longeve dell'universo, le deboli nane rosse termineranno il loro ciclo vitale. A conclusione dell'era delle stelle, le galassie saranno composte solo da oggetti compatti: nane brune, nane bianche, tiepide o fredde (nane nere), stelle di neutroni e buchi neri, così da giungere alla cosiddetta "era degenere" dell'universo. Alla fine, come risultato della relazione gravitazionale, tutte le stelle potrebbero precipitare all'interno del buco nero supermassiccio centrale, oppure potrebbero essere scagliate nello spazio intergalattico in seguito a collisioni. Questa visione, benché lontana nel tempo, è pura teoria e, comunque, evidenzia che si giunge a una fine alla quale si deve dare una risposta. L'uomo posto dinnanzi alla fine del proprio mondo non può soprassedere come se nulla fosse o come se la questione non lo toccasse in prima persona. Ha necessariamente bisogno di dare anche a una teoria come questa la sua interpretazione perché - piaccia o no - riporta alla questione fondamentale del senso.
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