Celibato dei preti, ecco le ragioni del sì
- Dettagli
- Visite: 4447
Giacomo Samek Lodovici
Nei giorni scorsi, sul quotidiano Il Foglio, si è svolto un dibattito sul celibato ecclesiastico.
Contro quest’ultimo alcuni (già dallo scorso gennaio e non solo nella discussione sul quotidiano diretto da Giuliano Ferrara) citano in proprio favore anche un testo firmato da Joseph Ratzinger nel 1970; essi stessi, peraltro, talvolta precisano (giustamente) che le opinioni teologiche di un uomo possono legittimamente cambiare, come è avvenuto su questo tema allo stesso Ratzinger molto prima di diventare Papa. Del resto, possono mutare anche le opinioni di un uomo che è già Papa e le sue uniche affermazioni irriformabili sono solo quelle in cui è impegnata la sua infallibilità. Di più, possono legittimamente modificarsi anche le opinioni di un santo e persino quelle di un santo che è anche Papa.
Ora, è vero che il celibato ecclesiastico non è un dogma, è vero che la scelta fatta dalla Chiesa al riguardo non è irriformabile. Tuttavia ci sono valide e forti ragioni per stabilirlo e mantenerlo come requisito del sacerdozio: eccone di seguito alcune.
Nei discorsi di Gesù ci sono affermazioni significative al riguardo, in passi che esigono una rottura con i rapporti familiari e che possono essere applicati anche alla questione del celibato: «Chi non odia suo padre e sua madre non può essere mio discepolo; chi non odia suo figlio e sua figlia non può essere mio discepolo» (Lc 14, 26); molto importante è soprattutto quanto dice Gesù in Mt 19,12: «vi sono eunuchi che si sono resi tali essi stessi per il regno». Gesù parla di se stesso e di uomini che, per una libera scelta, hanno intrapreso la via del celibato come totale servizio a Dio. Come dice il Direttorio della Congregazione per il Clero (1994), «L’esempio é il Signore stesso il quale, andando contro quella che si può considerare la cultura dominante del suo tempo, ha scelto liberamente di vivere celibe. Alla sua sequela i discepoli hanno lasciato tutto per compiere la missione loro affidata. Per tale motivo la Chiesa, fin dai tempi apostolici, ha voluto conservare il dono della continenza perpetua dei chierici e si è orientata a scegliere i candidati all’Ordine sacro tra i celibi».
In terzo luogo, dai passi di S. Paolo si ricava anche che, tramite il celibato, l’amore per Dio e l’amore per il prossimo possono (il che non significa che avvenga sempre di fatto così) essere più integrali. Infatti, laddove chi è celibe si preoccupa di piacere a Dio, l’uomo sposato, giustamente, deve preoccuparsi anche di accontentare la moglie e di stare con lei nonché di crescere ed accudire i figli. Paolo nota che l’essere umano legato col vincolo matrimoniale «si trova diviso» (1 Cor 7, 34) a causa dei suoi doveri familiari (1 Cor 7, 34). Da questa constatazione sembra così emergere che il celibe riesce invece a dedicarsi completamente a Dio. Paolo precisa ancora il discorso quando confronta la situazione della donna sposata con quella della donna che ha scelto la verginità o che è rimasta vedova: mentre la donna coniugata deve preoccuparsi di «come possa piacere al marito», quella non sposata «si preoccupa delle cose del Signore» (1 Cor 7, 34).
Il cardinal Castrillon Hoyos in passato ha sottolineato una connessione tra l’Eucaristia e lo stato del sacerdote, il quale può «trasformare la propria esistenza sacerdotale in un dono radicale per la Chiesa e per l’umanità, vale a dire assumere una “forma eucaristica”. L’Eucaristia, infatti, costituisce il momento culminante nel quale Cristo, nel suo Corpo donato e nel suo Sangue versato per la nostra salvezza, svela il mistero della sua identità ed indica il senso del ministero sacerdotale». Il sacerdote che amministra l’Eucaristia, che è dono perfetto, mediante il celibato può essere egli stesso dono totale.
In quarto luogo, è vero che alcuni apostoli erano sposati (nel vangelo si menziona la suocera di Pietro e in 1 Tim 3,2 san Paolo dice che bisogna escludere dai candidati all’episcopato coloro che sono stati sposati più di una volta), ma tra Gesù e gli apostoli sussisteva una comunità fraterna ed amicale che faceva perno su di Lui e che modificava gli eventuali precedenti legami. Al riguardo si possono utilmente leggere i testi dei Padri della Chiesa, i quali certificano (cfr. C. Cochini, Origines Apostoliques du célibat sacerdotale, Lethielleux, 1981) che gli apostoli che erano sposati prima di seguire Gesù hanno poi interrotto la vita coniugale, col consenso della moglie, ed hanno praticato il celibato. Se la moglie è rimasta con loro, lo ha fatto vivendo come sorella e non più come sposa. In effetti, gli apostoli furono invitati a lasciare tutto, per divenire «pescatori di uomini».
In altri termini, il discorso che il lettore sta seguendo non deve affatto essere inteso come disprezzo delle relazioni umane. Gesù si rapporta ai suoi discepoli come amico e li invita a considerarsi tutti amici, anzi fratelli. Lo stesso san Paolo ha coltivato una relazione di profonda amicizia con i suoi diretti collaboratori, cioè Timoteo, Tito, Silvano e Luca. La profonda immedesimazione con Gesù, che gli fa dire: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20), non ha escluso, bensì ha promosso nella sua vita legami di amicizia molto profondi. Similmente, gli Atti degli Apostoli riferiscono che gli apostoli avevano una vita ricca di relazioni umane: vivevano e si muovevano in gruppi o almeno in coppia, ed avevano legami di amicizia e familiarità.
Insomma, parlando del celibato sacerdotale bisogna evitare di pensarlo come una rinuncia del sacerdote all’amore: piuttosto è la scelta di amare radicalmente Gesù, gli altri confratelli sacerdoti ed i fedeli che al sacerdote vengono affidati.
Come abbiamo già incominciato a dire sulla scorta di Cochini, e come A. Stickler ha ampiamente dimostrato (A.M. Stickler, Il celibato ecclesiastico, Libreria Editrice Vaticana, 1993), la scelta del celibato risale agli albori della Chiesa, che non l’ha presa nei secoli seguenti come molto spesso erroneamente si afferma. Fin dai tempi della Chiesa primitiva i sacerdoti erano uomini non sposati, oppure erano uomini che ricevevano l’ordine sacro pur essendo sposati, ma che, da quel momento, col consenso della moglie (che doveva essere mantenuta a spese della Chiesa), si impegnavano alla continenza, a non intrattenere rapporti sessuali, a non usare del matrimonio.
Inoltre, sebbene ai più risulterà sorprendente, la norma sul celibato o sulla continenza vigeva (cfr. di nuovo Stickler) fin dall’epoca degli apostoli anche nella Chiesa d’Oriente. Solo nel 691, al Concilio Trullano, ci fu il cedimento della Chiesa d’Oriente, che si sottomise al volere ed all’interferenza degli imperatori di Bisanzio. Così, in Oriente ci sono oggi personalità ecclesiastiche che auspicano un ritorno appunto alla disciplina dei primi secoli.
D’altra parte, va chiarito che anche in Oriente non ci sono preti che si sposano, bensì solo uomini già sposati che vengono ordinati preti: un sacerdote che è già tale non può mai sposarsi né in Oriente né in Occidente. E, tanto in Oriente come in Occidente, un prete sposato, se diventa vedovo, non può risposarsi.
Infine, anche in Oriente i vescovi sono tenuti al celibato, il che indica che c’è un certo legame fra il celibato e lo stato sacerdotale: infatti, chi riceve l’ordinazione riceve una partecipazione al sacerdozio del vescovo.
È vero che, se non ci fosse il celibato, alcuni ex sacerdoti non avrebbero chiesto la dispensa ed alcuni di loro, oggi sposati, chiederebbero di riprendere l’esercizio del ministero.
Ma, anzitutto, la crisi della vocazioni non fa perdere valore alle ragioni teologiche del celibato sopra esposte (peraltro la crisi è soprattutto europea: dal 2008 al 2009 – l’anno a cui si riferiscono gli ultimi dati – nel mondo i sacerdoti cattolici sono aumentati dell’1,34 %, passando da 405mila a 410mila).
Inoltre, è ragionevole pensare che sia proprio la radicalità del dono totale a Dio – radicalità legata anche al celibato – ad attrarre moltissimi uomini verso il sacerdozio. Non a caso, oggigiorno gli ordini e i carismi che sono diventati “lassisti” sono in sofferenza, quando non in estrema crisi, mentre diversi cammini più radicali di consacrazione sono in crescita o comunque tengono numericamente (ovviamente purché si facciano conoscere).
Per saperne di più sui temi trattati, in aggiunta ai testi già citati, cfr. anche:
- Paolo VI, Sacerdotalis coelibatus, 1967;
- Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 1992;
- Mario Marini, Celibato ecclesiastico e fraternità sacerdotale;
- Agenzia Fides, La Chiesa cattolica e l’importanza del celibato,
- Cesare Bonivento Pime, “Sposato una sola volta” (I Tim 3,2) nell’interpretazione di Papa Siricio.
© labussolaquotidiana.it - 11 aprile 2011
PER CHIARIRE SUL RAPPORTO TRA SCRITTURA, TRADIZIONE E MAGISTERO
- Dettagli
- Visite: 2389
Il libro del professor Roberto de Mattei sul Concilio Vaticano II e i successivi dibattiti che si sono aperti dalla pubblicazione mi spingono a fare alcune riflessioni.
Non entro nel merito del libro e quindi anche nella questione interpretativa del Vaticano II a cui ho già dedicato un articolo pubblicato su Il Settimanale di Padre Pio. Voglio invece concentrarmi sul rapporto tra tre elementi importanti per derimere una questione fondamentale, ovvero il rapporto tra Scrittura, Tradizione e Magistero.
Giustamente si è detto che la dottrina cattolica afferma che mentre la Scrittura e la Tradizione costituiscono regole remote della Fede, il Magistero vivente ne costituisce invece regola prossima. Tale affermazione è assolutamente vera e quindi non può essere affatto contestata. Va però detto che essa ha bisogno della necessaria conoscenza di cinque presupposti:
1.Il Magistero esiste perché esiste la Tradizione.
2.Il Magistero deve rendere “viva” la Tradizione.
3.Il Magistero è giudicato dalla Tradizione, quindi non la può contraddire.
4.Il Magistero non può contraddire se stesso.
5.Il Magistero non necessariamente rende più chiara la Tradizione e il Magistero precedente.
Il Magistero esiste perché esiste la Tradizione
Mentre il protestantesimo afferma che solo la Scrittura è la fonte della Rivelazione, il Cattolicesimo ha invece sempre affermato che le fonti della Rivelazione sono due: la Scrittura e la Tradizione; laddove però il rapporto non è paritario, nel senso che la Tradizione è giudice della Scrittura. Fu propria la Tradizione espressa dal primo Magistero a decidere quali testi dovessero essere inclusi nel canone. Una palese contraddizione di Lutero è quella di negare valore alla Tradizione e al Magistero e poi di accettarne i frutti. Infatti, anch’egli riconosce che i vangeli canonici sono solo quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Ora tutto questo fa chiaramente capire che se esiste il Magistero esiste proprio perché è riconosciuta la Tradizione. Si sa che ciò che contengono i vangeli è solo una piccola parte di ciò che Cristo disse e fece. San Giovanni lo afferma chiaramente nel suo vangelo: “Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere” (21,25). Tutto il resto allora dov’è? E’ appunto nella Tradizione.
Il Magistero deve rendere viva la Tradizione
Da ciò che abbiamo detto relativamente al primo presupposto si capisce che se la Tradizione non esistesse, non esisterebbe nemmeno il Magistero. Parafrasando la famosa espressione evangelica, possiamo dire che la Chiesa pur non essendo della storia è comunque nella storia. Ciò implica che la Tradizione debba sempre essere resa “viva”, nel senso che deve sempre saper “rispondere” ai singoli problemi che i diversi contesti storici possono presentare. Un esempio chiarificatore: nella Scrittura e nella Tradizione è contenuta la verità secondo cui i fini inscindibili della sessualità sono il procreativo e l’unitivo; ma ovviamente non possono nella Scrittura e nella Tradizione essere esplicitate la risposte ai vari metodi contraccettivi che il divenire storico può presentare. Sta al Magistero “attualizzare” la Tradizione, non inventando qualcosa di nuovo, né tantomeno tradendo ciò che è stato precedentemente affermato, ma “rinnovando” (nel senso di “rendere nuovamente nuovo”) gli eterni principi, e quindi condannando la pratica contraccettiva secondo le varie tecniche che la storia di volta in volta presenta. Un altro esempio lo si può fare con alcune questioni di bioetica. La Scrittura e la Tradizione non possono direttamente fare riferimento a tecniche di fecondazione artificiale. Ciò che ovviamente hanno in sé è il principio secondo cui l’uomo compartecipa (pro-crea) e non dispone dell’azione creatrice della vita che è unicamente di Dio. Sta dunque al Magistero “insegnare” questo principio in relazione alle recenti problematiche e quindi condannare qualsiasi fecondazione artificiale. Da tutto questo si capisce facilmente non solo perché il Magistero è regola prossima della Fede, ma anche perché non può mai essere oscurato. Ricordo che mentre la Chiesa potrebbe proibire, per particolari e gravi motivi, la lettura della Scrittura (in qualche periodo l’ha fatto), non può mai impedire la lettura del catechismo. Senza il Magistero non si può conoscere la Tradizione e la Tradizione resa viva per ogni determinato tempo.
Il Magistero è giudicato dalla Tradizione
Il Magistero non può contraddire la Tradizione. Come abbiamo già detto, il Magistero esiste perché esiste la Tradizione; e se la funzione del Magistero è quella di rendere viva la Tradizione stessa, allora diviene logico che il Magistero non possa contraddire la Tradizione. Non lo può fare, perché se lo facesse, automaticamente non sarebbe più tale, nel senso che verrebbe meno al suo essere, che è appunto quello di “rendere vivo” non un suo presunto pensiero, ma –appunto- unicamente la Tradizione. Il Magistero non possiede altra rivelazione che è quella posseduta da tutta la Chiesa nella Scrittura e nella Tradizione.
Il Magistero non può contraddire se stesso
Così come il Magistero non può entrare in contraddizione con la Tradizione, a maggior ragione non può entrare in contraddizione con se stesso. Ovvero non può entrare in contraddizione con ciò che ha reiteratamente insegnato nel corso della storia. Il Magistero, nella storia, può approfondire i suoi precedenti insegnamenti, ma non li può negare. Attenzione, qui non si sta parlando solo di negazione formale, ma anche di quella sostanziale. Cioè non è necessario che letteralmente si palesi la contraddizione, ma già che essa si esprima nella sostanza. Il progresso magisteriale deve sempre avvenire nella linearità, mai nella contraddizione. Proprio il Vaticano II nella Dei Verbum (10) dice: “Il Magistero non è superiore alla Parola di Dio (attenzione: la Parola di Dio non è solo la Scrittura ma anche la Tradizione), ma ad essa serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato, e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella Parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio.” San Paolo lo dice chiaramente: “(…) noi non la facciamo da padroni fra voi riguardo alla fede.” (2 Corinti 1,24)
Il Magistero non necessariamente rende più chiara la Tradizione e il Magistero precedente
C’è un altro punto importante. Se è vero che il Magistero ha la funzione di “rendere viva” la Tradizione, se è vero che il Magistero può approfondire e quindi rendere più chiaro l’insegnamento precedente, è pur vero che ciò non è affatto automatico e incontrovertibile. Potrebbe, infatti, verificarsi il caso di insegnamenti magisteriali meno chiari e insufficienti rispetto ad insegnamenti magisteriali precedenti. Il che non vuol dire errati, ma –appunto- meno chiari ed insufficienti. Insomma, non c’è nessuna garanzia che affermazioni magisteriali successive siano più precise e complete delle precedenti. Soprattutto, poi, se queste affermazioni sono legate a quella dimensione pastorale che tende a far “incontrare” la verità con il tempo.
Corrado Gnerre
Corrado Gnerre è laureato in Filosofia e diplomato in Teologia. Insegna Storia dell’Utopia in età moderna e contemporanea e Storia delle dottrine teologiche presso l’Università Europea di Roma. Insegna, inoltre, Storia delle Religioni e Storia della Filosofia all’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Redemptor hominis” di Benevento - Università teologica dell’Italia Meridionale.
Tutte le strade portano al Calvario
- Dettagli
- Visite: 2086
Ruggero Sangalli
Una persona molto logica e di eccezionale intelligenza, Blaise Pascal (1623-1662), interrogandosi sul cristianesimo ne sottolineò una peculiarità: la vicenda di Gesù è stata predetta (Pensieri cap. 6). Un conto infatti è la pretesa di ogni religione di affermarsi per quella “vera”; diverso è il prendere atto del verificarsi di ciò che era stato preannunziato, affidandosi a Dio in forza di questa evidenza.
In effetti, se l’evento accredita quanto affermato dalle profezie - e ciò succede necessariamente dopo che queste si siano avverate - il rimanente ha la forza per essere creduto. Pascal sostiene che non bastavano le profezie, ma bisognava che esse fossero distribuite in tutti i luoghi e conservate in tutti i tempi, così da non essere ritenute compiute per effetto del caso (Pensieri, n°708). Un intero popolo ha avuto sedici secoli di profeti ed ha conservato gelosamente e coraggiosamente le proprie profezie con zelo, anche venuti meno i profeti e per molti secoli. Al dunque, c’è chi ha compreso e chi no.
Ancora Pascal: “Se il modo dell’avvento del Messia fosse stato predetto in maniera chiara non ci sarebbe stata oscurità nemmeno per i malvagi. Se il tempo fosse stato predetto in maniera oscura ci sarebbe stata oscurità anche per i buoni … perciò il tempo fu predetto in maniera chiara ed il modo per mezzo di figure… L’intelligenza dei beni promessi dipende dal cuore che chiama “bene” quel che ama; ma l’intelligenza della predizione dei tempi non dipende affatto dal cuore. Perciò la predizione chiara del tempo ed oscura dei beni trae in inganno soltanto i malvagi (Pensieri n°734).
La sostanziale differenza del divino cristiano è che Dio conosce e conduce la storia. Colui che era atteso si è palesato in Gesù, secondo le Scritture. E’ un dato di fatto. Gesù stesso annuncia più volte la sua passione, morte e resurrezione. Anche i discepoli che lo seguivano non eviteranno di andare profondamente in crisi di fronte alla tragicità degli eventi. Ma, dopo, lungi dal celare o sminuire la propria incapacità di capire subito, per gli infiniti meriti di Gesù-Dio e non certo per i propri, questi uomini e donne, testimoni dei fatti, spenderanno la propria vita nell’annuncio del kerigma. Per San Luigi Maria Grignion de Montfort (il cui “totus tuus” ricordiamo volentieri nella devota memoria di Giovanni Paolo II), la vera sapienza è la croce, quella dove Gesù morì.
Dopo tanti riferimenti cronologici, questa volta approfondiamo un po’ la geografia di Gerusalemme. L’aspetto topografico di questa straordinaria città permette ancora oggi di sapere come fosse al tempo di Gesù. Gerusalemme sorge su un’area collinare, incassata tra due valli più profonde: del Cedron (o di Giosafat) ad est e della Geenna nel perimetro a sud-ovest. Ad intersecare da nord a sud l’area tra le due valli citate c’era l’avvallamento del Tiropeion: le acque che vi scorrevano, specie dopo la pioggia, confluivano in un punto a sud del colle Ofel, sul quale sorgeva la città di Davide, riunendosi con l’acqua delle due valli maggiori. Quando il perimetro delle mura di Gerusalemme fu ampliato, sotto Erode Agrippa, nel 41 d.C., vennero incluse nella città le aree alle falde del Gareb, quelle del “monte” Calvario e quelle del colle di Bezetha, a nord del tempio. Gerusalemme diventava una città su sette colli, come Roma: dentro le mura c’erano già il monte Moria e l’Ofel ad est del Tiropeion ed il Sion e l’Acra ad ovest. Pur celati dagli sbancamenti e dai monumenti succedutisi nella storia, i geologi stimano la quota del Moria a 743 metri sul livello del mare; quella del Sion a 765 m slm; l’Ofel a 705 m slm; l’area dell’Antonia a 753 m slm; l’altura dove c’era il palazzo degli Asmonei a 750 m slm; il colle Bezetha a 774 m slm; il Gareb a 787 m slm; ed il Goath a 757 m slm, la quota della valle del Tyropeion, antistante il tempio, presso il Sinedrio, era a circa 700 m slm.
La collina del Gareb è la Qal’at Ialud, presso la porta nuova, nella zona in cui sorse la torre di Psephinos, celebrata per la sua altezza (oltre 20 metri) e la straordinaria architettura. Il Gareb corrisponde al campo degli assiri, detto anche collina dei lebbrosi. Un luogo impuro, fuori le mura, che venne incluso nella città solo con le opere di Erode Agrippa. Ai tempi di Gesù era un luogo poco raccomandabile per i maniaci della purità, ed i vangeli non mancano di sottolinearlo. Il Gibeat Gareb è anche citato da Geremia (31,39) insieme al Gibeat Goath, il cui nome lascia intuire un’assonanza inconfondibile. Nella parte bassa del Gareb, quasi a ridosso delle mura di allora, a nemmeno 100 metri dalla porta di Efraim (attualmente situata nei sotterranei della chiesa ortodossa di Sant’Alexander, nel Muristan) c’era una cava di pietre. Una roccia particolarmente dura, non facilmente scavabile, residuava al centro degli scavi. Vista dalla città somigliava ad un cranio. La “calotta” misurava circa 60 metri quadrati, elevandosi ripidamente di circa 10 metri dal terreno circostante. A quei tempi lo scavo non era stata riempito della terra di cui si servì Adriano per ripianare tutta la zona, sotterrando il Calvario per farci il tempio di Afrodite.
Oggi la sommità del Calvario si trova circa 5,5 metri sopra il piano della basilica del santo Sepolcro, ma ai tempi di Gesù il terreno attorno alla roccia scendeva di circa altri 5 metri, come rilevato dai geologi. Non trascuriamo che tutto (geologia, topografia, geografia, storia e Bibbia) converge a supporto della realtà dei fatti. Gesù si sacrificò per redimerci un venerdì 14 nisan, nel 33 d.C., poco fuori le mura, nell’area di una cava, su un colle molto ripido (goath può significarlo), piccola altura dedicato alle esecuzioni, colle dei lamenti e della morte. Impressiona la profezia di Geremia, nel bel mezzo dei versetti dedicati al Messia: in un luogo che era fuori, ma che sarà dentro Gerusalemme! L’area del Calvario fu liberata dal terreno che la ricopriva per iniziativa di Elena, madre di Costantino, nel 325 d.C. Era dal 135 d.C. che era stata spianata, costruendovi gli altari agli dèi pagani, in quella che Adriano ribattezzò Aelia Capitolina, in onore del sole, mettendo il tempio di Afrodite proprio sopra il Calvario. Dal 165 d.C. abbiamo notizie di pellegrinaggi ad opera di cristiani (Melitone di Sardi), che sapevano che il luogo del tempio di Afrodite corrisponde alla cima del Golgotha: l’idolatria dell’imperatore romano fermò il tempo e confermò il luogo per 190 anni. Non dovrebbe stupire che molti sapessero che cosa ci fosse sotto e se lo tramandassero con precisione. Elena scavò dove sapeva di dover scavare.
C’è tanta logica nella storicità cristiana. Appena oltrepassata la strada per Joppe, a circa 150 metri dal tracciato delle antiche mura, dove c’era la porta di Efraim, ai tempi della crocifissione di Gesù c’era un giardino che si prolungava alle pendici del colle Gareb: è il luogo del santo sepolcro ad una cinquantina di metri dalla cima del Calvario. Dalla porta di Efraim, entrando in città, da ovest verso est, la strada va in discesa, verso la valletta del Tiropeion, allora a 710 metri di quota (Gesù negli ultimi 300 metri della Via Crucis superò un dislivello di circa 50 metri: pendenza notevole nello stato in cui versava).
Tanta accuratezza nella disamina di evidenze storiche e geografiche vuol essere semplicemente utile per rendersi consapevoli di ciò che è bene sapere, essendo successo (Gv 19,35-37) ad esclusivo beneficio dell’umanità intera, dolente sotto la schiavitù del peccato. In fondo basta rendersi conto che è l’uomo ad aver bisogno di Dio e non viceversa (Imitazione di Cristo cap. 4, XII , 3). E’ come se Gesù, una cosa sola con il Padre, ci dicesse: “Ma ti rendi conto? Io ti amo! Mi ami? Hai capito? Capisci il valore ed il senso della croce? La tua e quelle degli altri? Ti ho creato per la vita eterna, mentre il peccato ti fa morire. Ho vinto la morte: non ha l’ultima parola. Ti fidi di me?”
Dio non pretende firme in bianco… Si lascia cercare. Non ha lesinato strumenti: profezie realizzate, tracce, segni, miracoli, il modo di verificare attraverso la scienza ... La contemplazione della croce è un esercizio della ragione: guardiamo il crocefisso, tutta la scena, tutta la vicenda: tutto l’Antico testamento conduce lì, tutta la vicenda storica del cristianesimo riparte da lì. La croce è la vera sapienza, il senso di tutto, dalla creazione alla fine dei tempi.
© labussolaquotidiana.it - 9 aprile 2011