Evento e segno nella storia e nell'anima
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di INOS BIFFISenza dubbio, la verginità di Maria è - per usare la distinzione di Agostino (In Ioannis Evangelium, 49, 2) - insieme un evento e un segno. Un evento, anzitutto, dalla consistenza reale. Solo una prevenzione ideologica lo potrebbe risolvere a pura finalità didascalica: prevenzione che porterebbe fatalmente al dissolvimento storico di Gesù stesso, riducibile alle dimensioni di una semplice figura umana decorata e addobbata dal mito. Privato della consistenza dell'evento il segno medesimo si dissolverebbe, per convertirsi in una fantasiosa invenzione.
D'altronde, non si comprenderebbe il valore della concezione verginale del Verbo di Dio, se non apparissero il suo senso teologico e la sua intenzione nel disegno salvifico.
Quanto avviene in Maria risale unicamente alla possibilità di Dio, a cui appartiene non solo di far germogliare la sterilità, ma di rendere feconda la verginità. Il grembo di Sara, arido e avvizzito, si ravviva e la sterile diviene fertile. Essa ride alla promessa che potrà partorire nella sua vecchiaia, ma Dio dice ad Abramo: "C'è forse qualche cosa d'impossibile per il Signore?" (Genesi, 18, 11-14). Il caso si ripete per Elisabetta, la parente di Maria: "era detta sterile" e "nella sua vecchiaia ha concepito un figlio", sempre per la ragione che "nulla è impossibile a Dio" (Luca, 1, 36-37). La verginità di Maria è tutta relativa a Gesù: essa è l'epifania che egli è la Grazia; che l'uomo non concorre alla sua apparizione, ma lo ritrova come puro Dono di Dio. Così come assolutamente dono è il favore di Maria presso Dio, il suo essere voluta da sempre piena di grazia.
Di fronte al "consiglio" divino inatteso, ideato su di lei dall'Altissimo, Maria dichiara la sua totale disponibilità, professandosi la "Serva del Signore", nella linea del servizio reso all'Alleanza da Abramo, da Mosè, e dal Servo paziente di Isaia. La sua verginità sarà dedicata al compimento del mistero di Gesù Cristo, raggiungendo in tal modo una forma singolare di fecondità. Essa otterrà una soprannaturale pienezza, impossibile a una verginità naturale: toccata dall'energia della grazia, la verginità di Maria maturerà il Frutto benedetto.
Come, per altro, avviene di ogni verginità scelta per il Regno dei cieli (cfr. Matteo, 19, 12).
Non vi è nulla che induca a pensare a un voto di verginità da parte di Maria. Né la prospettiva verginale di Maria è quella che noi diremmo della consacrazione religiosa. Questo in certo modo è incluso.
La Parola di Dio annunziata dall'Angelo scombina, si direbbe, i propositi della vergine di Nazaret fidanzata a Giuseppe: Maria non si ritrae, ma pronunzia il "Sì" irrevocabile, che la associa al destino stesso di Cristo. Tutto, ormai, per lei avverrà secondo la Parola e quindi in relazione e comunione con la sorte del Figlio, accolta dalla fede della Madre.
Quindi l'onnipotenza di Dio, da un lato, e, dall'altro, l'affidamento di Maria, che non vedeva il progetto celeste ma lo credeva e lo accettava, avvolto nell'oscurità dell'improbabile secondo la natura, e, pure, saldamente fondato sulla certezza della promessa divina.
Elisabetta saluta Maria come Madre del suo Signore - per lei nel grembo della Vergine già abita Gesù nella sua signoria di Risorto glorioso e Figlio di Dio: "Signore mio e Dio mio", lo professerà l'apostolo Tommaso, reduce dalla sua incredulità (Giovanni, 20) - e la proclama beata perché ha creduto alla Parola della Promessa. Con particolare compiacenza sant'Ambrogio mette in luce il rifrangersi e il rinnovarsi mistico e quindi reale della concezione verginale di Gesù nella Chiesa e nelle "singole anime". Maria è considerata "il tipo della Chiesa" che come la Madre del Verbo è "immacolata e sposa" (Super evangelium secundum Lucam, II). Ma anche l'anima in cui viva lo spirito di Maria riceve e concepisce il Verbo di Dio. Infatti, "se una sola è stata la madre di Cristo secondo la carne, secondo la fede tutti lo producono come frutto"; se l'anima, immacolata e immune dalle colpe, conserva la castità con "intemerato pudore" (ibidem).
(©L'Osservatore Romano 31 dicembre 2011)
Dio nel presepe ha sei miliardi di volti
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di EUGENIO FIZZOTTI «Quest’anno il mio presepe è ancora vuoto. C’è il paesaggio, il fiume, il cielo e la grotta con la Natività, e nient’altro. Non è esattamente vuoto, più che altro è spopolato. Non ci sono i pastori, gli zampognari, le pecorelle, gli angeli. Solo un paesaggio e un bambino con la sua famiglia. Un vuoto da riempire: troppo silenzio, troppa solitudine. E non ho più i pastori, li avrò smarriti? Chissà. E allora quest’anno decido io chi mettere nel mio presepe, davanti a quella grotta, in cammino verso quel neonato». Inizia così il messaggio che don Mimmo Battaglia, presidente della Federazione italiana delle comunità terapeutiche, ha inviato a tutti gli operatori sociali delle comunità che ospitano migliaia di giovani che, essendo scivolati nel vuoto esistenziale attraverso l’uso e l’abuso di droghe, recuperano la loro identità e il loro progressivo reinserimento nella società vivendo l’esperienza straordinaria della comunione e della condivisione. Partendo dalla sua ormai pluridecennale esperienza, don Mimmo riconosce nel suo messaggio che i volti dei tanti giovani che ha incontrato «hanno fame, hanno sete, sono volti nudi, volti forestieri, volti malati, carcerati», e volentieri vorrebbe che avessero questi volti i personaggi da collocare nel presepe attorno alla stalla, escludendo però «i volti dei potenti: volti sicuri, forti, vincenti che non si metterebbero in cammino. Ricordate Erode? So bene che in questo mondo comandano i più forti, che Erode siede sempre su un trono di morti, che la vita è avventura e pericoli, di strade e di esilio, ma so che dietro a questo c’è un filo rosso il cui capo è saldo nelle mani di Dio. So che il denaro comanda, ma so anche che non è il denaro il senso delle cose». E allora per arricchire di numerosi e significativi personaggi il suo presepe don Mimmo dichiara di volerci mettere «quel volto che ha fame, Caterina, una mamma che ha perso il lavoro. Porta in braccio e per la mano i suoi figli, da sfamare con i pacchi del banco alimentare, da mandare a scuola, vestire, in cammino verso quel bambino che piange per la fame, verso quell’altra mamma che deve dare da mangiare ». E accanto a lei pensa di mettere «il volto di chi ha sete, Steven, ugandese di sette anni che ogni giorno fa cinque chilometri a piedi: la strada dal suo villaggio al pozzo più vicino, portando taniche gialle sulle strade di polvere rossa, che è l’acqua, quella buona, l’hanno presa gli europei per annaffiare le loro piante di the. In cammino anche qui con le sue taniche, nel mio presepe, verso quel bambino che sarà acqua viva, che smorza la sua sete con le sue lacrime». Con coraggio ed entusiasmo prosegue nel descrivere i possibili personaggi del suo presepe tra cui ci potrebbe essere «Marja, che passeggia di notte, piena di timore, sui viali di Bologna come un tempo passeggiava spensierata per le strade di Tirana. Nuda, per vendere un corpo che non le appartiene più, schiava; nuda della propria dignità di donna e di madre, della propria libertà. Nuda per il piacere di uomini, nuda per il guadagno di altri uomini. Nel mio presepe sta in una strada migliore, che la porta verso una casa, a ritrovare sogni e speranze nella famiglia che non ha, dove l’uomo è un padre giusto, un falegname, un uomo nuovo che conosce l’amore e la dolcezza. E, soprattutto, il rispetto della dignità, e la tenerezza di una madre che le restituisce il senso della sua vita». E riconoscendo che sono numerosi coloro che provengono da paesi esteri decide di mettere nel suo presepe «un forestiero di nome Marco, italiano, che è emigrato a Londra perché il laboratorio in cui faceva ricerca non lo pagava più. Paga un affitto sempre troppo caro e il prezzo di una nostalgia scavata nel cuore. Non c’è una mattina in cui non scopra l’amarezza di svegliarsi lontano dalla sua casa, dai suoi amici, dai suoi fratelli, dalla sua ragazza. Come ogni altro straniero qui in Italia. Porta verso quella grotta la sua vecchia borsa piena di sogni e un curriculum non letto». E consapevole del compito importante e urgente di sostenere i disagiati nel loro cammino di recupero del senso della vita, don Mimmo scrive che «sulla sua carrozzina, nel mio presepe, ci metto il volto di Maurizio. Ma ci vuole qualcuno che spinga la carrozzina, così scelgo il volto di Francesco, un ragazzo sieropositivo. Maurizio che ha accettato con dignità la sua malattia, Francesco che non si rassegna e vuole riempire di senso il tempo che gli è dato». Si spingono a vicenda verso quella grotta, l’uno con le braccia, l’altro con l’anima. Attraversano dolori e giudizi, paure ed esclusioni, superano insieme barriere architettoniche e pregiudizi per raggiungere il tenero sguardo di quel bambino, per abbandonarsi tra le sue piccole braccia, per specchiare i loro mali nella sua santità. Perché c’è qualcosa di Dio in ogni uomo, c’è santità in ogni vita. E riconoscendo che sono molti coloro che hanno commesso azioni criminali e subiscono condanne, dichiara di voler mettere nel presepe «anche il volto di Giovanni, sedici anni e una condanna di omicidio sulle spalle. Giovanni che si porta appresso il suo dolore tra carceri e tribunali, che un giorno ha voluto liberare la sua famiglia dal mostro che la divorava, Giovanni che sa che deve pagare per questo. Giovanni che ha attraversato l’inferno ed ora è solo con il suo passato e fantasmi troppo ingombranti da far tacere. Che cerca in quella grotta una via per sentirsi ancora libero, ancora vivo. Che cerca da quel bambino il perdono che nessun altro può dargli». Sarà veramente bello il presepe se i suoi personaggi indicano le situazioni di povertà e di sofferenza che caratterizzano la nostra epoca culturale. Ovviamente, accanto ad essi è opportuno collocare anche gli angeli che «Dio invia dentro l’umile via del sogno, e non per risparmiare ai suoi il deserto o l’esilio, ma perché non si arrendano in mezzo al deserto, non si rassegnino all’esilio». E si tratta di «angeli veri, donne e uomini benedetti dal Padre nostro, quelli che danno da mangiare, da bere, che visitano, lottano per i diritti e la dignità. Quelli che amano. I volontari che curano le mense, quelli che costruiscono pozzi e legami d’amicizia, quelli che si prendono cura, che portano coperte e pane sulle strade delle metropoli e sulle spiagge di Lampedusa, i medici che lasciano i loro poliambulatori nuovi di zecca per curare malati senza diritti e senza soldi in ospedali di guerra, quelli che amano la pace, che vivono con dignità, che sono fedeli alla propria vocazione nella storia, quelli che non scendono a compromessi, che non si vendono per nessun piatto di lenticchie. Quelli che ci sono sempre». Il tal modo il presepe ipotizzato da don Mimmo Battaglia consente di scoprire «un’umanità bella, di donne, uomini e bambini senza risposte e senza certezze, un’umanità provata ma viva che non può fare altro che abbandonarsi al mistero, cercare la Verità e la Vita nella luce di una stalla, tenue ma molto più luminosa di ogni illusione umana, e scaldarsi al fuoco della Speranza». Ed è su quella luce che, in questo Natale, don Mimmo invita tutti a fissare il proprio cuore e da lì ripartire per collaborare attivamente al rinnovamento della società e alla rievangelizzazione della stupenda e significativa parola di Dio, fonte di serenità, di pace e di giustizia.
© Osservatore Romano - 29 dicembre 2011
Nel nome della madre
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La nascita del Salvatore è “un mistero di luce che gli uomini di ogni epoca possono rivivere nella fede e nella preghiera”. Lo ha detto stamattina Benedetto XVI, durante l'Udienza generale nell’Aula Paolo VI. Il Papa ha quindi invitato a riflettere su come la preghiera “faccia parte della vita della Santa Famiglia di Nazaret. La casa di Nazaret, infatti, è una scuola di preghiera, dove si impara ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato profondo della manifestazione del Figlio di Dio, traendo esempio da Maria, Giuseppe e Gesù”.Modello insuperabile. “Possiamo ricavare alcuni spunti sulla preghiera, sul rapporto con Dio, della Santa Famiglia – ha spiegato il Pontefice - dai racconti evangelici dell’infanzia di Gesù”. Il primo episodio citato è quello della presentazione di Gesù al tempio. “Come ogni famiglia ebrea osservante della legge – ha ricordato -, i genitori di Gesù si recano al tempio per consacrare a Dio il primogenito e per offrire il sacrificio”. Quello della Santa Famiglia, in realtà, “è il pellegrinaggio della fede, dell’offerta dei doni, simbolo della preghiera, e dell’incontro con il Signore, che Maria e Giuseppe già vedono nel figlio Gesù”. La contemplazione di Cristo ha in Maria, poi, “il suo modello insuperabile. Il volto del Figlio le appartiene a titolo speciale, poiché è nel suo grembo che si è formato, prendendo da lei anche un’umana somiglianza. Alla contemplazione di Gesù nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria”. Infatti, “i ricordi di Gesù, fissati nella sua mente e nel suo cuore, hanno segnato ogni istante dell’esistenza di Maria. Ella vive con gli occhi su Cristo e fa tesoro di ogni sua parola”. Maria è “il modello di ogni credente che conserva e confronta le parole e le azioni di Gesù, un confronto che è sempre un progredire nella conoscenza di Gesù. Sulla scia del beato Giovanni Paolo II – ha osservato il Santo Padre - possiamo dire che la preghiera del Rosario trae il suo modello proprio da Maria, poiché consiste nel contemplare i misteri di Cristo in unione spirituale con la Madre del Signore”.
Presenza fedele. La capacità di Maria di vivere dello sguardo di Dio è, secondo Benedetto XVI, “contagiosa. Il primo a farne l’esperienza è stato san Giuseppe”. Nel Vangelo “la sua è una presenza silenziosa ma fedele, costante, operosa. Possiamo immaginare che anche lui, come la sua sposa e in intima consonanza con lei, abbia vissuto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Gesù gustando, per così dire, la sua presenza nella loro famiglia. Giuseppe ha compiuto pienamente il suo ruolo paterno, sotto ogni aspetto. Sicuramente ha educato Gesù alla preghiera, insieme con Maria”. Così, “nel ritmo delle giornate trascorse a Nazaret, tra la semplice casa e il laboratorio di Giuseppe, Gesù ha imparato ad alternare preghiera e lavoro, e ad offrire a Dio anche la fatica per guadagnare il pane necessario alla famiglia”.
Mistero cristologico. Vi è un altro episodio che vede la Santa Famiglia di Nazaret raccolta insieme in un evento di preghiera, quando Gesù a dodici anni “si reca con i suoi al tempio di Gerusalemme”. Nell’episodio di Gesù dodicenne, sono registrate anche le sue prime parole: in particolare usa la parola “Padre”, che è “la chiave al mistero di Cristo e apre la chiave al mistero nostro di cristiani, che siamo figli nel Figlio”. Nello stesso tempo Gesù “ci insegna come essere figli con il Padre. Nella preghiera il mistero cristologico e dell’esistenza cristiana è intimamente fondato sulla preghiera. Un giorno Gesù insegnerà a pregare” dicendo “Padre”, non solo con le parole “ma con l’esistenza”: così si “è veri figli e veri cristiani”.
Scuola di preghiera. Occorre “notare la risonanza che può aver avuto nei cuori di Maria e Giuseppe sentire dalla bocca di Gesù quella parola ‘Padre’”. Da allora, ha precisato il Pontefice, “la vita nella Santa Famiglia fu ancora più ricolma di preghiera”, perché dal cuore di Gesù “non cesserà più di diffondersi e di riflettersi nei cuori di Maria e di Giuseppe questo senso profondo della relazione con Dio Padre”. La Famiglia di Nazaret è “il primo modello della Chiesa in cui, intorno alla presenza di Gesù e grazie alla sua mediazione, si vive tutti la relazione filiale con Dio Padre, che trasforma anche le relazioni interpersonali e umane”. Perciò, “la Santa Famiglia è icona della Chiesa domestica, chiamata a pregare insieme”. La famiglia è “la prima scuola di preghiera”. In essa “i bambini, fin dalla più tenera età, possono imparare a percepire il senso di Dio, grazie all’insegnamento e all’esempio dei genitori”. “Un’educazione autenticamente cristiana – ha chiarito - non può prescindere dall’esperienza della preghiera. Se non si impara a pregare in famiglia, sarà poi difficile riuscire a colmare questo vuoto. Vorrei pertanto rivolgere l’invito a riscoprire la bellezza di pregare assieme come famiglia alla scuola della Santa Famiglia di Nazaret e così divenir realmente un cuor solo e un’anima sola, una vera famiglia”. Nei saluti in varie lingue il Santo Padre, in italiano rivolgendosi ai giovani ha esortato a imitare la Santa Famiglia di Nazareth lasciandosi “plasmare dall’amore di Dio modello dell’amore umano”. Sempre in italiano ha salutato le Missionarie Figlie del Calvario che celebrano in questi giorni il XVII Capitolo Generale, come pure i Figli e le Figlie della Madonna del Divino Amore nel 50° anniversario dell’approvazione pontificia ed erezione canonica.
© www.agensir.it - 28 dicembre 2011