I sacramenti e la gloria
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di INOS BIFFI Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, commemorando la passione di Cristo, ricorda un evento temporalmente datato. Evoca un evento storico del passato, e come tale senza la possibilità di un suo ritorno e di una sua attualità. D’altra parte, se mancasse questa reale connessione di Cristo con la storia, non solo svanirebbe l’effettiva redenzione dell’uomo, che vive nel tempo, ma perderebbe consistenza l’incarnazione divina, che non può essere assimilata a un mito ricorrente senza legame con il tempo e spazio. Da questo profilo la messa non può essere intesa come un ri-avvenire, con le sue congiunture temporali e con le sue caratteristiche contingenti, della passione di Cristo, consumata «sotto Ponzio Pilato»; non può, cioè, essere concepita come un rinnovarsi dell’immolazione del Calvario, esattamente secondo l’i n t re c - cio storico del suo primo compi mento. Una simile concezione, a ben vedere, farebbe perdere alla passione e a tutta la vita di Cristo il suo carattere di evento che, per la sua solidarietà col tempo, non è circostanzialmente ripetibile. Senonché, la celebrazione eucaristica, compiuta in obbedienza al mandato di Gesù: «Fate questo come mio memoriale» (Luca, 22, 19), non consiste affatto in una semplice rievocazione psicologica o simbolica dell’immolazione della croce, come se si trattasse di recuperare un fatto tutto trascorso, per riportarlo alla mente, e così narrarlo e riproporlo alla pietà. Al contrario, la Chiesa è certa che sull’evento di quella immolazione non si fanno semplicemente sentire le comuni leggi del tempo. Nel convito eucaristico il sacrificio della croce è effettivamente e attualmente presente in se stesso, per cui, spezzando il pane e bevendo al calice, si riceve il Corpo di Cristo offerto sul Calvario e si beve il suo Sangue effuso per la redenzione. Da parte sua san Paolo, dichiarando di trasmettere una tradizione che risale al Signore, non nutre la minima incertezza: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il Sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo?». Per cui, grazie a quel gesto e a quelle parole del Signore, come gli Apostoli all’Ultima Cena, così anche noi alla mensa eucaristica non riceviamo del pane comune e non beviamo puramente del vino, ma assumiamo in tutta la sua verità il Corpo di Gesù e ne beviamo veramente il Sangue. L’Eucaristia, dunque, non è un puro, anche se intenso, ricordo; e neppure soltanto la fonte a cui attingere i “f ru t t i ” meritati dalla Croce, e trasmessi come un lascito sul filo del tempo. Più precisamente essa è il sacrificio del Crocifisso qui e adesso attivo e disponibile per noi. Anche nel linguaggio del Magistero ricorre ora la definizione della messa come il “sacramento” del sacrificio, o il sacrificio nella forma del sacramento, e giustamente. Con tale linguaggio, si afferma che la differenza tra la Croce e l’Eucaristia non riguarda l’attualità o il contenuto, ma la modalità di presenza: sul Calvario la modalità era fisicamente circostanziata; nel rito eucaristico la modalità è sacramentale. Ecco, di conseguenza, affacciarsi la domanda: com’è possibile questa forma di presenza sacramentale, che appare chiaramente come uno “strapp o” o una “vittoria” del sacrificio di Cristo sul tempo e sulle sue leggi? Per rispondere occorre fissare la nostra attenzione sulla natura singolare dell’avvenimento della Croce e soprattutto sulla figura di Colui che, essendone l’autore, può spiegare come mai esso ecceda e trascenda i confini della momentaneità e della “puntualità”. È quanto ha fatto la mirabile Lettera agli Ebrei, per la quale il sacrificio del Calvario permane attuale e non si ripete a motivo della perfezione del sacerdote che lo offre e del carattere celeste e glorioso che lo contraddistingue. I sacerdoti della prima alleanza non duravano a lungo, erano soggetti a debolezza e il loro sacerdozio era imperfetto e caduco (Ebrei , 7, 11. 23. 28). Gesù invece — «mediatore di un’alleanza nuova» (9, 15) — è il «sommo sacerdote per sempre» (6, 20). I sacrifici levitici avevano un valore provvisorio (Ebrei , 9, 9; 10, 1), per cui i sacerdoti li dovevano ripetere (7, 27; 10, 3.11). Cristo, invece, «lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso» (7, 27; 10, 10): «in virtù del proprio sangue» egli ha ottenuto «una redenzione eterna» (19, 2). E, ancora, mentre i sacrifici dell’antica alleanza erano terreni ed esprimevano un culto che era «immagine e ombra delle realtà celesti» (Ebrei , 8, 5; 10, 1), il sacrificio della croce appare celeste, glorioso, definitivo, provveduto di una risorsa duratura. Ecco perché riesce per sua natura a oltrepassare indenne la successione del tempo, a vincerne il logorio e il risucchio, e persino a prevenirlo. D’altra parte, ci può essere il sacramento del sacrificio della croce, e gli altri sacramenti che ne sono come il riflesso, proprio perché il valore di questo sacrificio è definitivo e permanente: non è il sacramento come tale che ha la forza di attrarre a sé e di riproporre il sacrificio, ma è l’energia del sacrificio a fondare e a rendere possibile la sua rinnovata presenza e la sua efficacia nella modalità sacramentale. Più precisamente, il sacrificio di Cristo può avere, di là dal suo momento storico, come si dice, un nuovo ubi e un nuovo quando sacramentali, a motivo della gloria ottenuta da Gesù con la sua immolazione sul Calvario, dove è stato costituito Signore. Tale sacrificio non si trova sorpassato, ed è ancora perfettamente attingibile, rigorosamente in ragione della signoria gloriosa di Gesù, della quale è il segno e il dono. Per altro notando che, quando si afferma questo, non si nega affatto che l’Eucaristia sia il sacramento del sacrificio “storico” di Gesù, e, infatti, a essere glorioso e celeste è stato esattamente quel sacrificio, avvenuto nella storia. La Chiesa stessa non dispone, per un suo autonomo potere, del Corpo e del Sangue di Gesù: è sempre Gesù glorioso in persona, che, mediante il suo Spirito, affida alla Chiesa, sua sposa fedele e obbediente, il proprio Corpo e il proprio Sangue; d’altronde, è sempre da lui che l’esercizio del ministero deriva tutta la sua riuscita. Ogni messa, in cui ritroviamo il sacrificio della croce, è proclamazione e presenza della «gloria del Figlio unigenito», venuto dal Padre «pieno di grazia e verità» (Giovanni, 1, 14). Il velo dei riti, si direbbe, cela il Paradiso.
© Osservatore Romano - 22 maggio 2012
La storia è una lotta tra due amori
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La storia è una lotta tra due amori: quello per se stessi e quello verso Dio. Una lotta nella quale è importante avere accanto degli amici. Lo ha detto il Papa rivolgendosi ai cardinali che hanno partecipato al pranzo da lui stesso offerto lunedì mattina, 21 maggio, nella Sala Ducale, in occasione del suo ottantacinquesimo compleanno In questo momento — ha esordito — la mia parola può solo essere una parola di ringraziamento. Ringraziamento innanzitutto al Signore per i tanti anni che mi ha concesso. Anni con tanti giorni di gioia, splendidi tempi, ma anche notti oscure. In retrospettiva si capisce, però, che anche le notti erano necessarie e buone, motivo di ringraziamento. Oggi — ha proseguito — la parola ecclesia militans è un po’ fuori moda, ma in realtà possiamo sempre meglio comprendere che è vera, porta in sé verità. Vediamo come il male vuol dominare nel mondo e che è necessario entrare in lotta contro il male. Vediamo come lo fa in tanti modi, cruenti, con le diverse forme di violenza, ma anche mascherato col bene e proprio così distruggendo le fondamenta morali della società. Il Pontefice ha poi ricordato sant'Agostino, per il quale tutta la storia è una lotta tra due amori: amore di se stesso fino al disprezzo di Dio; amore di Dio fino al disprezzo di sé nel martirio. Noi stiamo in questa lotta e in questa lotta è molto importante avere degli amici. E per me — ha aggiunto — sono circondato dagli amici del Collegio cardinalizio: sono i miei amici e mi sento a casa, mi sento sicuro in questa compagnia di grandi amici che stanno con me e tutti insieme col Signore. In conclusione Benedetto XVI ha espresso il suo grazie per questa amicizia. Grazie a lei, Eminenza — ha detto rivolgendosi al cardinale decano — per tutto quello che ha fatto per questa cosa adesso e fa sempre. Grazie a voi per la comunione delle gioie e dei dolori. Andiamo avanti, il Signore ha detto: coraggio, ho vinto il mondo. Siamo nella squadra del Signore, quindi nella squadra vittoriosa. Grazie a voi tutti, il Signore vi benedica tutti. E brindiamo. In precedenza il cardinale Sodano aveva rivolto al Papa il seguente saluto a nome del Collegio cardinalizio. «Santo Padre, amato successore di Pietro, il 16 aprile scorso ella ha ricordato il suo ottantacinquesimo genetliaco, celebrando la santa messa con i vescovi della Baviera, nel raccoglimento della vicina Cappella Paolina. In quel giorno ho avuto anch’io l’onore di poter partecipare a quell’ora di intensa preghiera, in rappresentanza della grande famiglia pontificia. All’inizio della celebrazione avevo sentito il dovere di ringraziarla per il generoso servizio reso alla santa Chiesa nel corso di questi anni, dopo aver risposto con amore all’invito di Gesù: “Se mi ami, pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle” (Gv 21, 15- 17). In quell’occasione chiedevo poi al Signore che si realizzasse in lei la promessa fatta da Dio all’uomo giusto nel Salmo 91: longitudine dierum replebo eum et ostendam illi salutare meum, lo sazierò di lunghi giorni e gli mostrerò la mia salvezza (Salmo 91, 16). Con gli stessi sentimenti sono ora lieto di rinnovare a vostra Santità gli auguri dei confratelli cardinali residenti a Roma, che si congratulano con lei per il traguardo raggiunto e le esprimono i voti più fervidi per l’a v v e n i re . Siamo ancora nel tempo pasquale e l’Alleluia continua a sgorgare dal nostro cuore per le meraviglie che Dio continua ad operare in mezzo a noi, attraverso il ministero del Successore di Pietro. Certo le nostre voci non sono in grado di imitare il Coro dell’Opera di Roma che nei giorni scorsi ha eseguito di fronte a Lei il Te Deum di Verdi, né pretendiamo di eguagliare le voci possenti del Coro di Lipsia che il 20 aprile scorso Le aveva cantato il famoso Lobgesang di Mendelssohn Bartholdy. Ma con lo stesso entusiasmo, almeno, vogliamo però elevare un inno di ringraziamento al Signore per i doni che le ha concesso e che ha concesso alla sua santa Chiesa attraverso il suo ministero petrino. In realtà, nel corso di questi sette anni, ella non ha cessato di invitare tutti i credenti a riscoprire i contenuti della fede, di una fede professata, celebrata, vissuta e pregata, come ben ci ha ricordato nella lettera apostolica Porta Fidei. A un mondo in ricerca d’un avvenire migliore vostra Santità sempre ci ricorda che le uniche forze del progresso sono quelle che cambiano il cuore dell’uomo, nella fedeltà a quei valori spirituali che non tramontano mai. E inoltre, come buon Samaritano sulle strade del mondo, ella continua a spronarci al servizio del prossimo, ricordandoci sempre le parole di Gesù: “Cosa avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Grazie, Padre Santo, per il servizio che rende alla santa Chiesa ed al mondo. E ora, Santo Padre, grazie per averci invitato a quest’agape fraterna. Fra i vari gravosi negotia di ogni giorno, possa vostra Santità godere anche di un momento, o di alcuni momenti, di quegli otia, di cui parlavano gli antichi romani. Grati per il suo esempio di grande fraternità, le esprimiamo tutta la nostra vicinanza all’inizio del suo ottavo anno di pontificato e le auguriamo anni lunghi e felici, benedetti dal Signore! Tanti auguri».© Osservatore Romano - 22 maggio 2012
Perché la bellezza delle cose non ci dice più nulla?
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