Vicino ai carcerati reclusi nell'«altra città»
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"La civiltà di una nazione si misura anche dalla dignità della pena detentiva. Quando le condizioni nelle carceri e negli istituti di pena sono disumane e disumanizzanti, tali cioè da non indurre il processo di riconquista del senso di un valore e di accettazione delle corrispondenti responsabilità, le istituzioni falliscono nel raggiungere i loro scopi essenziali". A parlare è monsignor Giorgio Caniato, ispettore generale dei cappellani italiani del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e del Dipartimento della giustizia minorile. Mentre lo intervistiamo, nel suo ufficio romano alle falde del Gianicolo, là fuori c'è chi intrattiene un altro tipo di colloquio con gli "abitanti dell'altra città", i detenuti del vicino carcere di Regina Coeli. Ogni giorno, a sera, quelle grida, quel canto disperato tra i familiari e i detenuti, tagliano l'aria. Quelle voci esprimono attese e speranze, ma anche angosce e disperazione. "La pastorale dei carcerati è difficile. Lo è - sottolinea monsignor Caniato - per la situazione delle persone, i carcerati, la polizia carceraria e per la situazione dell'ambiente, il carcere stesso che, specialmente oggi, registra, anche a causa del sovraffollamento, disagi, difficoltà talvolta al limite dell'indicibile".